SOUTHERN CULTURE ON THE SKIDS – Mojo Box (Yep Roc)

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Gli Scots appartengono a quella genia di bands del tutto accessorie alla grande storia del rock “che conta”. Uno di quei gruppi fuori posto ovunque, tirati su nel carrozzone Geffen quando tutto il rock indie faceva venir su le pupille a mo’ di $ ai predatori di turno e prontamente ributtati in strada realizzato che il loro trash ‘n roll non vendeva nei megastore della Tower. Eppure, a pensarci bene, cosa sarebbe il rock ‘n roll senza la vena sanamente goliardica e caciarona di bands come queste? Mojo Box è uno di quei dischi che non stanno sulle beauty farm delle enciclopedie rock ma che ti può far svoltare una giornata, col suo carico strabordante di surfytrashybeatrocknroll. Dopo la delusione dei Boss Martians, ecco un disco che può farvi venire il buonumore fin dalla copertina, i continui rimandi a bands come Ventures, Milkshakes, Zebra Stripes e due covers stravolte di Creation e Gun Club.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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I FANTOMATICI – Giustizia sommaria (Green Cookie)

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Piombare da Vicenza come se  si piovesse da chissà quale mondo. Un allunaggio sul Pianeta Terra che i quattro Fantomatici attuano con uno dei più bei dischi di instro-rock mai usciti in Italia, zeppo di riferimenti alla cultura cinematografica italiana dei Sollima, dei Caiano, dei “monnezza”, dei Maurizio Merli, dei Merenda, dei Volontè. Siamo in quel settore amatoriale incuneato tra sci-fi music, surf, tentazioni hillbilly che appare quasi come una particella tumorale impazzita, trasformata in una pallina da flipper costretta fuori dal tempo, uno stroboscopio di immagini vintage che evocano scenari da spaghetti western o da trucidi poliziotteschi anni ‘60/70 e in cui le formazioni italiane hanno ormai raggiunto uno status di tutto rispetto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SOULSHAKE EXPRESS – Heavy Music (Bad Reputation)  

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Un paio d’anni fa il battesimo su Dirtnap con un EP che faceva intuire quello che i cinque svedesi mantengono con questo full length.

Roba che non suona nuova ma coinvolgente e urticante come vuole la tradizione scandinava di bands come Solution, Flaming Sideburns, Hellacopters e in generale tutto il giro rawk ‘n roll di casa Bad Afro e White Jazz.

Hard rock incernierato su riffs dal solido impatto soul-punk, come dei Bellrays con meno appeal nero e più sozzura heavy-blues. Manca però il lampo di genio che faccia la differenza e la cui assenza costringerà i SSE a vivere nel cono d’ombra di decine di altre bands accostabili per stile e riferimenti visto che a parte un paio di pezzi (Little Lover con le sue spruzzate di Hammond e Get Up! solcata dall’armonica) il resto sembra passare addosso senza realmente scalfirti.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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CLAW BOYS CLAW – Pajama Day (Play it again, Sam)

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La palude è la stessa, scura e melmosa, dei Madrugada. Ma i Claw Boys Claw ci sguazzano da 1/4 di secolo e hanno pure goduto della loro camera con vista nell’albergo luccicante delle charts olandesi.

Un’ispirazione costante che Pajama Day (8° album della serie, se la mia discografia è completa, NdLYS) conferma ancora una volta.

La voce cavernosa di Peter te Bos continua a raccontare storie uggiose di tedio e di esistenze malate trovando spesso la giusta via di fuga musicale (Halibut, Sleepwalking, Julie‘s Name, Seven Fools, Yellow Car), altre volte crogiolandosi nei suoi vezzi da crooner (Rock Me Girl, Flower, la cover di Dream a Little Dream of Me) senza bucare lo schermo. Un errore che abbiamo perdonato anche a Nick Cave e non mi sento di far pesare a loro. Cuori di tenebra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CHINESE STARS – Turbo Mattress (Skin Graft)

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C’è grande attesa per il debutto “adulto” dei Chinese Stars, annunciato per i mesi afosi di questo 2004. Il motivo? Semplice, dentro la loro figura geometrica spigolosa e deforme si nascondono due trasfughi dei disciolti Arab on Radar (Eric Paul e Craig Kureck) e Richard Pelletier dei Six Finger Satellite. Come dire, due delle bands meno “piegate” al rock massificato degli ultimi anni. Le attese sono mitigate dall’uscita di questo mini dal formato quanto meno curioso (ma coerente col loro nome) ovvero un cd grande 3 pollici a forma di stella ninja appunto. Roba che fa male se tirata addosso ma anche a infilarla nel consueto lettore, di certo avvezzo a “carichi” meno appuntiti, in tutti i sensi. Per chi è rimasto deluso dalle ultime prove degli Us Maple, volti a una normalizzazione ormai compiuta, o orfano della barbarie sonora dei primi Jesus Lizard, le cinque canzoni di Turbo Mattress saranno una manna agghiacciante. Noise funk mutante e contorto come un intestino, ossessivo e marziale non fosse per quella chitarra di Paul Vieira che si infila in ogni spazio ritmico costruendo una impalcatura sfasciata e scoscesa. Un autentico vortice spiraloide che avvolge Sick Machine e Arson Hotline nelle maglie di una vertigine spastica condotta dalla voce mongoloide di Eric, figlio di John Lydon e David Yow. Nervosissimo, come i migliori Uzeda, l’impatto di Loose Traffic autentica tenaglia di rumore e isteria vocale e smagliato da una bass-line tipicamente Public Image la conclusiva Eyes of the Secret North. Ora non ci resta che aspettare il loro album e riporlo tra le cose migliori degli ultimi mesi, ovvero tra Liars e Rapture. E tirarlo fuori ogni volta che ci si vuole divertire a fare le linguacce davanti allo specchio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Turbo+Mattress