THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Extra Width (Matador)  

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Il cofanetto di classici Stax e Volt preteso da Jon Spencer al momento della stipula del contratto con la Matador dà i frutti sperati su Extra Width, il disco che segna il momento in cui la musica del terzetto emerge dall’underground garage per diventare il marchio di fabbrica di tutto il rock ‘n roll degli anni Novanta, con un piede intinto nella palude blues e soul e l’altro nei più attuali immondezzai dell’hip-hop e del noise. Allargando le maglie di rumore del disco del debutto (nulla più che una, anzi due versioni “ufficiali” delle registrazioni casalinghe spacciate ai primi concerti col titolo di A Reverse Willie Horton, NdLYS) Extra Width permette di godere appieno dei tratti distintivi della Blues Explosion di quegli anni, ovvero il suono per nulla educato della cheap guitar di Spencer, gli incredibili inserti di theremin (e sintetizzatori sotto stupro, come succede nell’assolo di Afro) che arricchiscono di dissonanze e frequenze spurie le già tormentate canzoni del terzetto e le piccole peripezie di Russell Simins che si allontanano sempre più dal tam-tam primitivo e Tuckeriano dei primissimi lavori per inventare dialoghi ritmici con la chitarra, regalando ai nuovi pezzi un dinamismo che diventa il marchio di fabbrica della band che di fatto si affranca dal modello Gories degli esordi per diventare esso stesso archetipo di un concetto di rock ‘n roll radicale e sempre più spettacolare ed autocelebrativo, sulla falsariga di quello inscenato da James Brown. Extra Width è l’autoscatto perfetto di questo momento in cui Jon Spencer prova a creare l’incesto biologico tra le musiche bianche ed ossute della Sun e quelle pingui e nere della Stax. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FLESHTONES – Laboratory of Sound (Ichiban)  

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Cosa ci fanno i Fleshtones chiusi in laboratorio con il Professor Steve Albini?

Il peggior disco della loro carriera, con strascico di rimpallo di responsabilità per la fiacchezza che ne esce fuori. La band che rinfaccia ad Albini di una produzione inadeguata (le voci asciugate da ogni effetto sembrano in effetti arrancare come mai prima d’ora) e all’etichetta di aver spersonalizzato la band con una copertina che vorrebbe “mimetizzare” i Fleshtones fra le centinaia di prodotti di rock moderno che affollano gli scaffali mentre dal canto suo il produttore si “difende” dicendo che la band è arrivata in studio senza aver scritto una sola canzone decente.

Accusa e difesa danno la loro versione. E sono vere entrambe.

Laboratory of Sound è un disco sfocato, con le chitarre inutilmente sovraccariche, la voce di Zeremba che sembra rincorrere l’intonazione giusta, fallendo miseramente e il basso che finalmente si sente come mai prima d’ora, ma che non ha nulla da dire.

E così se il precedente Beautiful Light sarebbe finito anni dopo nella già ignobile classifica dei “Cinque dischi che sei orgoglioso di possedere ma che non hai mai ascoltato” redatta da RockCritics.com, Laboratory of Sound non raggiunge neppure questo risultato, finendo non solo per restare inascoltato ma per essere esibito da chi lo possiede senza alcun orgoglio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CYNICS – Rock ‘n Roll (Get Hip)  

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Rock ‘n Roll è il disco che centra in pieno la meta della perfezione estetica e sonora della band di Gregg Kostelich, dopo il debole debutto e il quasi-perfetto Twelve Flights ÜpRock ‘n Roll dosa con sapienza, classe e fragore il classico folked-punk del gruppo, con questo strumming impetuoso e tormentato dal fuzz che pure sembra sgranarsi e respirare tra le sferzate di Farfisa e cembali che gli straziano la pelle. Sono pezzi con cui la band ha talmente familiarizzato sul palco (molti brani sono pronti già dal primo tour e uno addirittura, il meno “cinico” del lotto, proviene dal repertorio della precedente band di Michael Kastelich, NdLYS) da riuscire a trovare per ognuno di loro l’abito perfetto, tanto che quando vanno in studio registrano tutto in una sola impetuosa take di 40 minuti. Peccato che Greg Vizza, nella foga, abbia dimenticato di schiacciare il tasto rec. Cosicchè la band registra tutto da capo, mettendoci qualche ora e qualche dollaro in più.

Per un risultato strepitoso.  

Siamo all’apoteosi del garage sound screziato dal folk come lo fu quello dei What’s New e dei Music Machine, con una raffinata selezione di covers (Last Time Around dei Del-Vetts e Cry Cry Cry degli Unrelated Segments) e un’incredibile sequenza degli originali, tra cui svetta la scattante Girl You‘re On My Mind scritta da Bernie Kugel dei Mystic Eyes destinata a diventare il primo classicone  garage del nuovo decennio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Still Life with Eggplant (Rune Grammofon)  

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È quasi primavera e i Motorpsycho ci aprono il cancello del loro giardino, mostrandoci i loro ortaggi appassiti dal freddo norvegese.

Still Life with Eggplant, dopo la solenne abbuffata di Death Defying Unicorn è un corpo che torna a farsi divorare dagli uccellacci torvi del rock e a lasciare la sua carcassa sulla sabbia del deserto californiano, riannodando i nodi scorsoi con il lontano passato delle Canzoni per Rut, dove la convivenza forzata fra Black Sabbath e la musica californiana, seppur ancora primitiva, tracciava le coordinate di certo non esclusive ma di certo sintomatiche della bocca infernale del deforme demone norvegese. Le tre piaghe sulfuree e ferali di Hell poste in apertura di questo disco, seguite dal bouquet psichedelico di August (dal quarto sottovalutato album dei Love di Arthur Lee) aprono l’accesso a questa dicotomica anima dei Motorpsycho, ripetuta pochi minuti più avanti dall’altra sequenza Ratcatcher/The Afterglow.

Buio e luce che si rincorrono senza fretta, perdendosi dietro le ingannevoli ore bislunghe delle aurore boreali e delle notti polari.

I Motorpsycho sprofondano i loro stivali nella neve, fino a veder divampare le fiamme dell’Inferno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ASHES – Corpus (Compagnia Nuove Indye)  

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La location è il Greenpoint Studio di Brooklyn.

Eraldo Bernocchi è il primo ad arrivare. Si prepara un thè berbero e accende le sue macchine. La stanza si riempie di odori e di suoni che sono il riverbero denso di quei vapori.

Bill Laswell arriva dopo qualche altra fetta di orologio. Ha addosso il suo cappello di lana e un Fender Precision in spalla. Srotola il cavo e lo aggancia all’ingresso di una serpentina di pedali, poi accende l’amplificatore.

Quando Reeno “Rais” entra nello studio, un blob gelatinoso di suoni lo avvolge. Eraldo e Bill gli indicano le cuffie con un cenno del capo. Lui le indossa e si avvicina al microfono. Poi, schiude la bocca e abbassa le palpebre.

In quei tre quarti d’ora di trance, quelle che dovevano essere le session di prova per la realizzazione di un disco a tre teste diventano il master definitivo di Corpus. Registrato in una sola take. Perché Laswell, impressionato dalla voce di Reeno, vuole catturarne lo spirito, aspirarne il dolore come John Coffey con gli altri ospiti del Braccio E di Cold Mountain.

Corpus è l’incontro estemporaneo di tre pittori dell’anima. Una miscela alchemica che si esprime su un flusso dub carezzevole e straniante, proiettando ombre cinesi deformate dalle profondità del basso di Laswell, dal canto muezzin del Rais e dalle piccole scatole magiche di Bernocchi. È il periodo in cui la musica degli Almamegretta è affascinata dall’opportunità di lasciarsi sfigurare dal dub, di lasciarsi manipolare, plasmare, impastare da altri. E’ dunque il momento propizio perché un progetto come Ashes prenda forma e venga fuori con la naturalezza e lo spirito viaggiante di cui si fa voce, a cui dà “corpo”, appunto.

Fuori dal Greenpoint passano gli ebrei che vanno al macello, poi una fila di fedeli col capo coperto, poi uno stormo di gabbiani, poi dei dromedari, finchè una chiusa di acque sommerge tutto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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COUNT FIVE – Psychotic Reaction (Double Shot)

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Signori, chinate il capo davanti ad uno dei capolavori beat punk di tutti i tempi!!! Pubblicato dalla Double Shot nel 1967, Psychotic Reaction è, a mio avviso, uno dei dieci dischi fondamentali della teen-music di sempre. Altro che le cazzate inverosimili che ci tocca ascoltare oggi, ammanettati dalla cultura McDonald‘s/MTV (paritetica, facendone un’analisi nemmeno troppo profonda). Nati a San Josè dallo scioglimento degli Squires (NON quelli di Going All the Way, NdLYS), i Count Five vennero travolti dal successo del loro primo singolo, una incredibile cavalcata psicotica figlia di Bo Diddley e degli Yardbirds infinitamente più cruda e devastante di quanto possa finire oggi nelle Top 10 di tutto il globo e tra le tracce più inquiete a finire nella lista delle Nuggets di Lenny Kaye e Jac Holzman. L’album che ne rubò il titolo ne fu il degno “contenitore” dando in pasto alla storia, in undici brani scritti in una giornata e mezza, il genio di questi cinque studenti vestiti da Conti Dracula e stregati da band come Yardbirds, Mojos, Pretty Things, Hollies e Who. Tutto è splendido, qui dentro, dalle corse deliranti di Double Decker BusPretty Big MouthThey’re Gonna Get You ai prelibati zuccheri beatlesiani di She‘s Fine e The Morning After, dal soffice soffio psichedelico di Peace of Mind alla divertente dichiarazione d’amore improvvisata in studio di The World.

Quel che successe dopo fu in parte storicizzato negli scaffali dedicati al piccolo formato, in parte favoleggiato fino a diventare qualcosa a metà strada fra la leggenda e l’epica su un visionario scritto di Lester Bangs che ne esaminava con dovizia di particolari e analisi critica i quattro album successivi, senza che fossero stati nemmeno pensati. Era il 1970, e i Count Five non esistevano già più.

Chissà se qualcuno li ha mai cercati, quei dischi, oltre me.

Chissà se qualcuno ancora cerca una copia di questo.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE STYLE COUNCIL – Cafè Bleu (Polydor)  

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best Thing, The Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PRETENDERS – Pretenders (Real)  

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Peccato che i negozianti di dischi lo avrebbero spostato dallo scaffale del punk a quello della new wave facendo così che i punk non lo trovassero. E che poi lo avressero rimesso da quello della new wave in quello del punk, cosicchè i new wavers non lo trovassero. E che lo avessero spostato poi in quello del power-pop facendone perdere le tracce a quelli che amavano l’hard rock. E che poi lo avessero rimesso in quello del punk quando a cercarlo erano gli amanti del rock commerciale.

Peccato che, alla fine, nonostante il successo e l’entusiasmo iniziali, in pochi abbiano ascoltato l’esordio dei Pretenders prestando davvero attenzione alle sue peculiarità e fermandosi al giubbotto rosso di Chrissie Hynde.

Peccato pure che poi tutto sia andato come poi è andato, con la band decimata dalle overdose e la Hynde che si adagia su un pop-rock di maniera e che tutti la ricordano più per aver cantato assieme agli UB40 ed esser convolata a nozze con Jim Kerr che per l’audacia iniziale con cui aveva dato il via all’avventura dei Pretenders.

Peccato insomma che per tutti i quarantenni di oggi, i Pretenders siano “quelli di Don’t Get Me Wrong”. E che per i loro figli non siano nessuno. E che ne’ gli uni ne’ gli altri si ricordino della chitarra di James Honeyman-Scott capace di mille trucchi, effetti speciali ed errori (l’accordo aperto su Lovers of Today) grazie ai quali canzoni come Space Invader, Precious, Tattooted Love Boys escono fuori dall’ordinarietà di un rock cui viceversa sono state in qualche modo destinate.

Inciso sotto la spinta delle produzioni pub-rock e power-pop di gente come Dave Edmunds, Police e Nick Lowe Pretenders viene invece tacciato di voler cavalcare in qualche modo, immeritatamente e fuori tempo massimo l’onda punk con la quale invece i Pretenders non hanno nulla a che spartire nonostante i brani che lo inaugurano sembrino riallarciarsi in qualche modo a certe pagine di Patti Smith e all’Iggy Pop irrequieto di Lust for Life.  

Insomma, forse furono presi un po’ alla lettera e si “pretese” da loro più di quello che avessero in mente.

Che era invece un onesto, robusto rock senza bandiere da sventolare.

Così che si evitarono la fatica di doverle ammainare, lasciando il compito ai tanti che si erano divertiti ad agitarle come sbandieratori di chissà quale incrollabile fede.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE END – From Beginning to End… (Edsel)

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A volte, forse, la scelta di un nome determina un destino affine. Così, nonostante il supporto fattivo degli Stones (Bill Wyman, coautore anche di alcuni brani, Charlie Watts, Nicky Hopkins, il fonico Glyn Johns), gli End restarono una delle piccole nuvole fugaci nei cieli di marmellata inglese.

La Decca, alla cui corte approdano grazie proprio all’interesse di Wyman, è impermeabile alle pressioni che il bassista degli Stones per la pubblicazione del loro primo album salvo poi pubblicarlo, una volta reciso il contratto con Jagger & Co., proprio per sfruttare come avvoltoi il nome di Wyman che infatti viene sbattuto in bella vista accanto al nome della band, sulla copertina del loro unico album. Un ritardo che influirà in maniera decisiva e nefasta per le sorti del disco, arrivato nei negozi nel Dicembre del 1969, quando il sole che splendeva sui campi psichedelici britannici è già tramontato lasciando il passo alla nuova alba del progressive e dell’hard rock. La Decca e le riviste non hanno nessun interesse a spingere un disco che agonizza come un criceto che è scivolato in corsa dalla sua giostrina girevole. La confusione fra il nome della band e il titolo del lavoro, fanno il resto. Introspection è dunque la musica dei titoli di coda della stagione freakbeat inglese. Il fondo della tazza di quella che Sean Gregory definirà una Zuppa di Cioccolata per Diabetici. Due/terzi del gruppo sono già andati altrove, a farsi di insulina. Il resto della band prosegue con i nuovi acquisti Paul Francis e Jim Henderson spostandosi verso un suono più attuale e meno sognante senza tuttavia riuscire a pubblicare nulla se non un singoletto. In terra straniera e sotto falso nome, finendo pure per girare un cameo su una pellicola locale intitolata Un, dos, tres, al escondite inglés a fianco di altre piccole glorie beat locali come Los Pop Tops, Los Angeles, Los Beta, Los Buenos, Henry Y Los Seven.

Il bel cofanetto della Edsel arriva ora ad implementare le sette righe che Wikipedia riserva alla formazione londinese, distribuendo in quattro cd e un bel libretto curato da David Wells e dal cantante Colin Giffin tutto quanto c’è da sapere e da sentire sulla storia degli End, con l’eccezione di qualche brano di cui nessuno riesce a trovare le matrici (She’s the One o Another Time, Another Place ad esempio). Il primo raccoglie tutto il materiale prodotto prima della fioritura psichedelica. Sono brani che pagano il loro tributo ai Beatles e al soul della Stax pur schivando (con orgoglio ma anche poca lungimiranza, NdLYS) alcuni suggerimenti sulla scelta delle cover da parte di Bill Wyman, il bassista degli Stones che li ha presi a cuore durante il tour del ’64 in cui Giffin e Brown presenziano come supporter con la loro precedente band. Piccole perle di blue-eyed soul sono disseminate lungo i tre quarti d’ora del disco, come You Better Believe It, I Got Wise, Searching For My Baby, Why. Le mutazioni acide inaugurate dalla registrazione del singolo Shades of Orange/Loving, Sacred Loving e culminate con la stesura di Introspection sono invece quelle che riempiono la sacca gastrica del secondo cd.  Sono rigurgiti acidi che, come nella tradizione psichedelica inglese, inseguono il Bianconiglio fin dentro un mondo incantato che sembra destinato a custodire ogni sogno infantile. Le canzoni, (tante) dal profilo più deciso vengono separate dal resto della zuppa acida e pubblicate venti anni dopo dalla Tenth Planet Records su Retrospection che viene adesso addizionato con quattro bonus e impacchettato sul terzo cd.

Le registrazioni effettuate dal 4 Marzo 1969 al San Valentino dell’anno successivo sono invece quelle di The Last Word, il mancato secondo album come sempre prodotto da Wyman e ancora una volta sabotato dalla Decca, tanto da venir pubblicato solo nel 1999 sulla terza e conclusiva opera di disseppellimento operata dalla Tenth Planet. Il suono non perde la propria matrice visionaria ma viene amplificato e diluito secondo le regole del momento storico che la band stavolta è sicuro di cavalcare a regime. E invece, come avevano previsto con malaugurata congettura, arriva la fine. Sfiancato da problemi contrattuali infiniti Dave Brown decide di dar vita ai Tucky Buzzard sparando sul mercato ben cinque album nel giro di tre anni, prendendosi la sua vendetta.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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ULAN BATOR – Abracadabra (Overdrive/Acid Cobra)  

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Un altro disco di canzoni che non puoi cantare, l’ultimo di una lunga serie che il gruppo francese naturalizzato italiano ci porge, stavolta col cuore in mano. Parole sussurrate, spinte in bocca da una contrazione gutturale, poi deglutite come un boccone amaro, dando un’ombra inquietante a quegli accenti che sono una promessa non mantenuta di romantica raffinatezza rococò.

Abracadabra è il nuovo giro tra le catacombe del post-rock, in questi luoghi in cui qualcuno sembra aver camminato, forse addirittura marciato e di cui è rimasta solo un’eco che risuona fra le pietre di silice e il tufo. Popoli venuti in pace e popoli andati in guerra, spinti dal suono di una ghironda e dal battito dei tamburi dei Can. Rintanati a cercare riparo in questi fiumi sotterranei dove l’alba non viene ad avvisarti e le paure diventano una qualche forma scalfita sulla selce. Un piccolo accampamento di uomini separati dal ruggito del mondo, educati all’attesa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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