PIXIES – La favola degli gnomi che sognavano di essere dei giganti  

I capolavori, in termini di impatto, sarebbero venuti dopo, ma nessun disco dei Pixies avrebbe suonato come il loro breve esordio, sorta di bislacco incrocio tra il rock cinetico dei Woodentops e il folk sguaiato delle Violent Femmes, con le voci di Black Francis e Kim Deal che si rincorrono come i Banana Split sulle loro macchinine colorate, urlandosi addosso in una lingua meticcia e bastarda inglese per tre/quarti e portoghese per la restante parte, in onore al paesaggio portoricano che ha fatto da sfondo all’incontro fra Francis e Joey Santiago. Sembra di trovarsi di fronte ai Mano Negra americani e invece siamo davanti ad uno dei monumenti destinati a cambiare la skyline della musica alternativa. 

Le otto canzoncine che Ivo si decide a stampare sulla sua etichetta sotto il titolo di Come On Pilgrim, trasgredendo per la seconda volta alla ferrea regola che vuole il suo roster formato di sole band anglosassoni, sono una bella porzione di quelle registrate dalla band al Fort Apache nel Marzo del 1987 e dal cui pozzo i Pixies continueranno ad attingere lungo tutta la loro carriera. E del resto tutto questo mini album è un po’ l’abbozzo di quello che i Pixies tireranno fuori una volta diventati capaci di volare, dalla chitarra in stile Ventures che apre Caribou e che tornerà prepotente su Bossanova alla deturpazione del del power-pop operata su The Holiday Song e che verrà ripetuta con analogo fare teppista in tantissimi episodi a venire. Ma del country-punk beffardo di Nimrod’s Son, dell’hardcore gypsy di Vamos e Isla de Incanta e del funky logorroico di I’ve Been Tired non rimarrà quasi traccia, quando i folletti diventeranno più alti di qualche pollice e perderanno il loro cappello a punta.

Ecco perché è sempre un gran bel tuffo, quello nella piccola piscina di Come On Pilgrim. Ecco perché se i Pixies non fossero diventati i Pixies sarebbero ricordati come “quelli di Come On Pilgrim”.   

 

2/3 rumore, 1/3 pop.

Non so se le proporzioni siano esattamente quelle, ma rende l’idea.

Rumore e melodia.

Ma non come i conterranei Dinosaur Jr. che in quello stesso periodo trovano il modo di seppellire Neil Young senza destare sospetti.

La musica dei Pixies vibra di un’epilessia tutta diversa.

È frenetica e nervosa ai limiti della psicosi, aspra e dissonante, beffarda e burlona fino ai confini della parodia e della demenza.

Sembrano delle scimmie che ti mostrano il culo e l’uccello mentre bighellonano da una parte all’altra della loro gabbia sputandoti in faccia le scorze d’arachide.

Davanti alle sbarre passano gli Hüsker Dü, le Violent Femmes, un sacco di piccole band garage e surf, i Devo, i Velvet.

Quando lo zoo verrà chiuso ci passeranno pure i Nirvana.

Poi Kurt salterà la staccionata e farà lo spettacolo al posto loro.

Finendo per morirci dentro, in quella gabbia.

Surfer Rosa sembra un disco di abbozzi, un album fatto un po’ per istinto e un po’ per cazzeggio. Un manuale semiserio su cosa possa essere il college-rock nei tardi anni Ottanta. Un foglietto illustrato sull’uso del Prozac.

Dopo Nevermind c’è stato solo Nevermind.

Ma prima di Nevermind c’era Doolittle.

Rabbia diversamente pop.

Pop diversamente arrabbiato.

Melodia e rumore graziosamente insieme. Graziosamente dispettosi. Graziosamente schiumanti saliva dalla bocca.

In quindici canzoni di cui non ne avanza mezza. Tutte necessarie, tutte indispensabili ed irresistibili.

TameDebaserMonkey Gone to HeavenMr. GrievesGouge AwaySilverHeyWave of MutilationCrackity JonesDeadLa La Love you (chi non ha provato a fischiettarla alzi il dito), I BleedHere Comes Your ManNo. 13 BabyThere Goes My Gun. Davvero da leccarsi le orecchie.

 

Un labirintico carosello di irrispettose smorfie punk. Un cortile su cui si affacciano i balconi da cui sventolano i panni di Violent Femmes, Pere Ubu, Stooges, Velvet Underground, Jesus and Mary Chain, Hüsker Dü. Doolittle è in qualche modo il disco che canonizza il concetto di indie rock equilibrando e bilanciando in maniera efficace il divario tra caos e disciplina e stringendo la forbice che separa noise e power-pop.

Saziandoci eppure lasciandoci affamati.

Come le belle donne.

 

Ovviamente il titolo è fuorviante, così come lo era stata la ballerina di flamenco per un disco come Surfer Rosa.

Niente Bossanova dentro il terzo album dei Pixies. Niente samba.

Niente Cacao Meravigliao e neppure ragazze da Ipanema.

Qui, le donne vengono dallo spazio, su una tavola da surf.

Black Francis ce ne racconta lo sbarco su The Happening.

Il terzo album dei Pixies è per l’alternative-rock a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quello che fu per la new-wave l’esordio dei B-52’s esattamente un decennio prima. Un riadattamento delle visioni oceaniche di Joe Meek che inonda buona parte delle terre emerse, delle isole di rumore che si ergevano gagliarde su Come On Pilgrim, Surfer Rosa e Doolittle.

Quando la band decide di mostrarne le rovine, come su Rock Music, lo fa in maniera così mostruosa, così volutamente raccapricciante da essere quasi una parodia del vecchio ruggito dei Pixies, esibito come la testa sanguinante di una fiera. Il resto scivola via languidamente fra canzoni da spiaggia ricche di chitarre tremolanti e theremin e power-songs sfacciate ed impertinenti come Dig For Fire, Down to the Well o Velouria, “venduta” alla BBC con un video beffardo girato proprio su uno degli ultimi scogli di quelle terre che si stanno per inabissare.

Non è il Brasile, da quel che si vede.

La storia ne parlerà piuttosto come di Atlantide.

   

L’apparente superficialità di Bossanova viene pagata dai Pixies a caro prezzo, costretti alla legge del contrappasso come il Seneca obbligato a giocare a dadi per l’eternità. Rolling Stone, ad esempio, si “dimentica” di recensire Trompe le Monde, il disco che la band licenzia proprio il giorno prima di Nevermind e del quale costituisce in qualche modo l’abbondante aperitivo. Oltre alle più o meno palesi e dichiarate analogie ed ispirazioni di cui si è favoleggiato ampiamente (la U-Mass che serve da clichè per la Smells Like Teen Spirit) è proprio l’approccio irriverente al rumore e alla melodia a risultare il medesimo. Cosa non funziona allora, dentro il disco che chiude la storia dei Pixies per un tempo così lungo da sembrare sia per sempre? Apparentemente nulla, visto che gli ingredienti usati sono gli stessi dei primi due album. Eppure, nonostante i ritornelli sgraziati, i riff animaleschi e gli hook melodici si sprechino, stavolta il pezzo che resta in mente è firmato da altri. Si intitola Head On ed è preso in prestito dal disco che chiudeva con un bottone glam l’asola di rumore bianco aperta dai Jesus and Mary Chain. Il resto sembra indugiare in un labirinto di idee che non riesce a trovare la giusta uscita. Ci sono fantasie sperimentali come Space (I Believe In), la lunga Motorway to Rooswell o il finale di Alec Eiffel, canzoni rabbiose come The Sad Punk e una buona selezione di canzoni più convenzionali a fare da corona funebre a un paio di “Pixies vecchia maniera” come Planet of Sound e Bird Dream of the Olympus Mons.

Non basta. Con l’apertura dei mercati e l’arrivo di concorrenti agguerriti e spietati non può bastare. E infatti, non bastò.    

Nella lunghissima pausa discografica fra Trompe le Monde e Indie Cindy lo scaffale destinato alle produzioni dei Pixies continua ad essere riempito con dischi assemblati con vecchi successi, scarti di produzione, session radiofoniche e registrazioni dal vivo. La band, dal canto suo, anche se discograficamente inattiva continua a farsi vedere su palchi illustri come quelli del Loollapalooza, della Brixton Academy, del Coachella, del Festival Folk di Newport. Una assenza che, tenuto pure conto dell’influenza enorme avuta sulle nuove corporazioni alternative-rock e delle produzioni soliste dei protagonisti di quella folle avventura, si traduce paradossalmente in una presenza costante nelle vicende dello star-system mondiale. La concretizzazione discografica del “rientro” in scena dei Pixies avviene a Dicembre del 2013, senza l’apporto di Kim Deal che ha lasciato i compagni nell’estate dello stesso anno. Si tratta di tre E.P. registrati, come ai tempi d’oro, con l’aiuto di Gil Norton e pubblicati nell’arco di quattro mesi che vengono infine messi su un unico supporto e dato alle stampe con il titolo di Indie Cindy, per la prima volta senza il supporto della 4AD (della quale però “rubano” il grafico Vaughan Oliver).                                                

 

La tentazione di riascoltarli contagia tutti.

L’entusiasmo dopo averlo ascoltato, un po’ meno.

Perché, se lo porti a casa senza sapere che dentro quella gabbietta colorata ci sono i folletti di sempre, quando la apri fatichi a riconoscerli e ti stupisci di quanto, passati gli anni, la loro musica sembri una strana fusione fra una band shoegaze a piacere, i That Petrol Emotion della tensione di pre-millennio e i Fall.

Tanto che quando, su Jaime Bravo ritorna lo spanglish di vecchissima memoria, sembra quasi una beffa.

Però il ritornello rimedia tutto, in fretta.

Aspè, come fa?

Ah si!!!

So goodbyeeee and gooooodnight, gooooodbyeeeeee and goooooodniiiight! Goodbyeeeeee.

Sul sesto album dei Pixies c’è di nuovo Kim Deal.

E sarebbe davvero una notizia, se ci fosse in carne, ossa e strumento.

Invece Kim c’è solo fra le liriche di All I Think About You Now, il pezzo che vede la sua sostituta Paz Lechantin cimentarsi per la prima volta come autrice, rendendo omaggio a chi al gioco dell’allegra reunion non crede più.

A crederci ancora siamo rimasti noi, inguaribili nostalgici che ignoriamo che la felicità ha forma circolare mentre la vita scorre in linea retta, intersecandone la circonferenza solo per un breve tratto.

Eccoci dunque sotto le nuvole di Head Carrier ad aspettare che piova. Inzuppandoci fradici quando viene giù un temporale, come su Baal’s Back, urlando un In Hoc Signo Vinces quando fra le nuvole scorgiamo una grossa X fumante, come quella apparsa in California ormai quarant’anni fa (Um Chagga Lagga), cantando a squarciagola sotto la pioggia battente quando il ritornello si fa presso (TalentPlaster of Paris, Tenement SongClassic Masher) ricordandoci che per un breve attimo della nostra vita abbiamo amato anche band come Nada Surf o Tripping Daisy e ne abbiamo cantato canzoni del tutto simili a queste ma che i Pixies, i Pixies erano una febbre del tutto diversa che raramente prenderemo di nuovo, nonostante si rimanga sotto la pioggia per più di mezz’ora.

                                                                           Franco “Lys” Dimauro 

 

 

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