THE MONSTERS – The Jungle Noise Recordings (Voodoo Rhythm)  

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Nel 1994, con l’ingresso in formazione di Robert Butler (già bassista per Untold Fables e Miracle Workers) e la fuoriuscita del chitarrista solista, i Monsters si “solidificano” in una rocciosa massa trivalente di garage-punk, raddrizzando il tiro rockabilly dei primi due dischi. Le prime testimonianze di questo nuovo assetto sono delle home-recordings pubblicate l’anno seguente su un’etichetta tedesca chiamata Jungle Noise. Quel dieci pollici, ormai irreperibile, viene adesso nuovamente messo in circolazione per l’etichetta del Reverendo Beat-Man assieme ad altri brani dello stesso biennio. Robaccia per zombie e chirotteri. Stomp malfermi che avanzano su una stampella cercando di raggiungere i fantasmi di Screaming Lord Sutch e Kip Tyler. Riuscendoci. Jungle Noise, Rock Around the Tombstone, Psych-Out with Me, le cover di Searching e di Lonesome Town, Mummie Fucker Blues e il loro campionario di ululati, versacci di primati, rumori di giungla e di ferraglia, distorsioni fuzz e tamburi di latta sono qui a provarlo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE RATIONALS – Think Rational! (Big Beat)

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Conosciuto soprattutto per quanto ha fatto “dopo” (Sonic‘s Rendezvous Band, Hydromatics, Powertrane, Solution, Dodge Main), Scott Morgan è stato un prime mover della scena detroitiana, formando i Rationals nel 1963 e diffondendo il suono della British Invasion e del soul bianco per tutto il decennio. Un’epoca documentata dai singoli su A-Square e Cameo Parkway tutti inclusi in questa raccolta da me annunciata con largo anticipo (Rumore # 193) cui seguirà a breve una gemella dedicata agli anni conclusivi della vicenda, quelli del chiacchierato singolo Guitar Army e dell’album su Crewe Records. Sono ben 17 gli inediti di turno recuperati dal “solito” Alec Palao (attualmente al lavoro sulle riedizioni digitali dei Seeds, NdLYS) tra gli “scarti” del periodo. Ci sono le storiche covers di Respect, I Need You e Leavin’ Here, ovviamente ma anche ottimi originali come Sing, Turn On e il formidabile singolo Feelin’ Lost/Look What You‘re Doing con Iggy Pop dietro ai tamburi. Un mattone indispensabile nel muro del Detroit Sound, proprio lungo la strada che dalla Motown porterà alla scena urbana del Grande Ballroom.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Wild About You! (UAR/3CR/Weather Records)

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Un lavoro finanziato dalla Città di Melbourne cui Ian McIntyre e Ian D. Marks si sono dedicati coerentemente al lavoro di tutela e diffusione del patrimonio musicale locale svolto sin dal 1977 dalla loro Community Radio 3CR. L’obiettivo stavolta era dare risalto all’underground australiano dei mid-60‘s e duplice l’arma usata: un saggio firmato dai due con  monografie e interviste inedite a leggende come Elois, Black Diamonds, Purple Hearts, gli immensi Missing Links e Creatures e molto altro ancora: 116 pagine in B/N davvero imperdibili e inoltre un vero e proprio tributo su CD con 17 bands (australiane, ovvio) chiamate a reintepretare altrettante hits locali. Grandi i “soliti” Drones, Naked Eye, Shutdown 66 ma la palma d’oro spetta agli Stabs e la loro cover tesa, spasmodica di Lies Lies e ai Gruntled che cuciono un gran bel vestito di cornamuse attorno a Drivin’ Me Insane. Grandioso.          

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE PLIMSOULS – One Night in America (Oglio)

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Dice il vero Peter Case quando afferma che i dischi in studio non resero giustizia ai suoi Plimsouls, perchè così è. Ecco perché questo loro live assume i contorni dell’ evento. Primo, perché mette a fuoco l’impatto di quella pioggia di chitarre cristalline e abilità melodica che ne fece i paladini del power-pop californiano nella sua dimensione più cruda. Secondo, perché è un disco che chiarisce le origini di un suono che affondava le mani nel tesoro sepolto della musica sixties pescando nel repertorio di veri designers del pop come Easybeats, Kinks e Outsiders (quelli americani, ovviamente) o in quel soul da anfetamina che era amato anche dai mods (molte le connessioni tra i due generi che andrebbero approfondite, NdLYS). Senza tema di smentite, il miglior album dei Plimsouls di sempre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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HITMEN – Hitmen / Is What It Is (Savage Beat!)

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Finalmente disseppelliti i due album dei leggendari Hitmen. Riesumati con tutte le suppellettili funebri del caso, tanto che ogni disco diventa, in questa nuova veste, un doppio cd carico di b-sides, sessions inedite, tracce dal vivo. “Correggendo” così i difetti di produzione di cui fu vittima parte della loro discografia. Gli Hitmen furono una delle tantissime schegge generate dall’esplosione dei Radio Birdman. Non certo la più feroce, ma piuttosto la più incline al power-pop turpe dei Dictators di cui pezzi come Corridors of Power e Mercenary Calling sul primo album o Go Rin No Sho, No Clue e 15 Hours sul secondo restano tra gli esempi migliori. Ma scorreva pure, nel sangue del gruppo australiano, una devozione verso bestie dello zoo proto-hard come BOC (spesso oggetto di covers da parte dei 5 di Sydney) e KISS (I Want Love è puro I Was Made For Lovin’ You-boogiesound, NdLYS). Operazione deluxe doverosa per due tasselli chiave del gigantesco puzzle dell’aussie-rock.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PAUL SIMON – Graceland (Warner Bros.)

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Il 13 Luglio del 1985 si consuma in diretta satellitare mondiale il più grande evento-concerto del decennio. Si chiama Live Aid e, chi c’era, se lo ricorda ancora. Sul palco di Londra e su quello di Filadelfia si esibiscono praticamente tutte le rockstar viventi ed agonizzanti del globo. Alcune, quasi in odore di resurrezione. Anche se poi della reunion dei Beatles non se ne farà nulla. Lo scopo è raccogliere fondi per l’Etiopia. Quello che viene raccolto l’avrebbe sfamata per almeno un decennio, se parte dei 150 milioni di Sterline non fossero alla fine state sottratte da Mengistu Haile Mariam e dai suoi quaranta ladroni. Quella data è il battesimo ufficiale del rock filantropico, che proprio con quell’evento prende il via e nomina Bob Geldof come portavoce universale, oltre che come baronetto del Regno.

Ma il Live Aid ha un altro ruolo nient’affatto secondario, squarciando di fatto il velo su una realtà, quella africana, che può anche donare tantissimo ai paesi sviluppati in termini di sensibilità e fascino musicale. Sebbene qualche precedente illustre (le musiche possibili di Hassel ed Eno, My Life in the Bush of Ghosts di Brian Eno e David Byrne, Crêuza de mä di De André) è infatti proprio dopo quell’evento che la world music si insinua con decisione fra le pieghe della musica popolare occidentale e che artisti geograficamente periferici come Miriam Makeba o Youssou N’Dour si impongono in un mercato fortemente monopolista come solo Bob Marley era riuscito a fare in passato.

Nasce così, oltre ad un circuito parallelo di concerti e di supporti discografici destinati proprio alla diffusione delle musiche tradizionali la voglia di fondere due mondi geograficamente così distanti. Qualcuno, con queste sperimentazioni, salvando addirittura la propria carriera da morte certa. Come Paul Simon.

Nel 1986, dopo anni vissuti di rendita per il bel canzoniere portato in giro con l’amico Art Garfunkel e qualche sortita solista che è invece stato un fiasco commerciale, Paul Simon pubblica uno di quei dischi destinati a “mantenere il prezzo” sugli scaffali dei dischi. Si intitola Graceland e non ha nulla a che fare con la tenuta di Presley e con la musica polverosa di Memphis.

La Terra della Grazia per Simon è Mamma Africa. E, come un talismano tribale, gli porta denaro, fortuna e longevità.

In realtà l’”incontro” di Paul Simon con il mondo africano è più fortuito che programmato, avvenuto attraverso l’ascolto di un nastro di musiche sudafricane passatogli da un suo collaboratore. È lo schiudersi di un mondo totalmente nuovo per il folksinger new-yorkese che a quelle musiche lontane vuole avvicinarsi anche fisicamente, sfidando l’embargo e trasferendo armi e bagagli in Sudafrica, assoldando il meglio della scena musicale locale e facendola lavorare pelle su pelle con i suoi eroi di sempre Everly Brothers. Ne viene fuori un disco strepitoso, carico di suggestioni etniche prese in prestito dalla tradizione sudafricana come il marabi, l’isicathamiya (sorta di blues vocale di cui viene dato un saggio di altissimo livello su Homeless), la kwela (nella fantastica You Can Call Me Al) o preziose tecniche vocali come quelle dello mbube e della mbaqanga (di cui viene dato un saggio già nell’iniziale The Boy in the Bubble) e concludendo il viaggio con due canzoni dal più tradizionale impianto occidentale come That Was Your Mother e All Around the World or the Myth of Fingerprints suonata a braccetto con i Los Lobos, simulando un allegro e ottimistico ritorno a casa, godendosi dal suo loft newyorkese l’ascesa vertiginosa del suo disco fino alla vetta.

In America così come in Sudafrica.

Paul Simon diventa l’eroe dei due mondi.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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