DAVID BOWIE – ‘hours…’ (Virgin)  

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La tensione dei due dischi precedenti viene disinnescata con ‘hours…’, disco-rifugio che già dalla copertina annuncia un desiderio di riposo e di cure. È il debutto ufficiale nel nuovo mondo digitale (il disco è in assoluto il primo album di una star ad essere scaricabile in rete prima della sua uscita “classica” e il popolo di Internet viene chiamato a partecipare fattivamente alla realizzazione del disco con tanto di contest lanciato dal sito dell’artista, NdLYS) ma è, nei fatti, una sorta di ritorno alla normalità a tratti imbarazzante di dischi come Never Let Me Down e Black Tie White Noise.

Ogni provocazione è soffocata e la dimensione scelta da Bowie è quella del cantante confidenziale venuto a raccontarti della sua vita, senza in realtà raccontare nulla. Si resta dunque in attesa di una rivelazione che non verrà rivelata, di una confessione che non verrà confessata, di una profezia cui tornare a credere.

E invece non arriva neppure quella. E si torna ad arrabbiarsi col Duca, qui più bianco che mai, per aver tradito una volta ancora le nostre aspettative e aver badato più al contenitore che al contenuto. Per averci illusi che era possibile separare i suoi dischi dal resto del mondo e poterne fare una pinacoteca di capolavori tutti dissimili ma tutti necessari. E averci rovinato la collezione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DEAD BOYS – We Have Come for Your Children (Sire)  

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Il 19 Aprile del 1978 Johnny Blitz viene aggredito da alcuni teppisti sulla 2nd Avenue di New York e ricoverato in fin di vita. Dal 4 al 7 Maggio, venticinque band si susseguono in un estenuante tour de force sul palco del CBGB’s per sostenere, con gli introiti delle quattro serate, le spese mediche necessarie per strappare Johnny dalle braccia della morte. Per il Blitz Benefit, su invito diretto di Hilly Kristal, suonano i Ramones, i Suicide, i Dictators, i Fleshtones, gli Stilletto, i Contortions, i Corpse Grinders e molti altri. Fra cui, per due sere di fila, i Dead Boys “with guest drummer”. Chi sia stato quel guest forse lo sapete, forse no, ma è giusto ricordarlo comunque, perché si trattava di John Belushi.  

Il mese successivo, per celebrare lo scampato pericolo, i Dead Boys danno alle stampe il loro secondo album.

Registrato negli stessi studi della svolta disco dei Bee Gees, We Have Come for Your Children è il disco con cui i Dead Boys, la Sire e Hilly Kristal sperano di far sfruttare lo squarcio prodotto nella scena punk dal disco precedente per andare, attraverso quello, all’assalto del mercato ufficiale.

Il tono minaccioso dell’opera è quindi disinnescato dal tentativo di rendere la loro musica meno eccessiva e straziante. Se dunque su Young, Loud and Snotty i Dead Boys sembravano svuotarci addosso chili e chili di spazzatura e merda accumulata nel loro rifugio della Bowery, su questo nuovo disco Stiv e compagni sembrano invitarci a visitare le stanze finalmente sgombre di ogni eccesso ma, ovviamente, non esattamente quel che potreste rischiare di scambiare per una linda stanza d’aspetto di una clinica privata. Nonostante il lavoro di smussatura operato da Felix Pappalardi, lo storico produttore dei Cream, l’album resta infatti un ottimo lavoro di artigianato punk-rock che stringe leggermente la forbice stilistica con i “cuginetti” Ramones (presenti in spirito su Don’t Look Back e in carne ed ossa su Catholic Boy) stemperando, stilisticamente ma anche esteticamente, certi eccessi oltraggiosi che erano loro stati necessari per aggredire la scena e che si adombra di inquietudine e brutti presagi quando tira fuori un’altra vecchia perla dei Rocket from the Tombs come Ain’t It Fun e la ficca in coda al disco, quasi a chiudere idealmente il cerchio aperto dalla Sonic Reducer sul disco dell’anno precedente.

Mordendosi la coda, come dei cani bastardi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – The Men From O.R.G.A.N. (S.H.A.D.O.)

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Eleganza e coerenza sono doti della S.H.A.D.O. che non si discutono, e chi ama abbandonarsi alle frivolezze amarcord dell’estetica vintage sa che dentro al suo catalogo può trovarsi piacevolmente a proprio agio. Sicché anche questo nuovo lavoro non tradisce quanto promette, ovvero una full-immersion nella riscoperta della tecnologia analogica applicata stavolta ai tasti d’ ottone che, più che portarci indietro nel tempo, ci fa penzolare beatamente in una sorta di atemporalità fuori da ogni dimensione che non sia quella del puro piacere auricolare nell’esporsi a questa overdose di soffi Hammond, Vox, Farfisa, e Casio piegati al gioco di questi quadri di pop-art onirica e spumosa dai toni languidi e dilatati (con poche eccezioni: L’Argumentation con un Vox saltellante che pare uscito fuori da qualche inedita jam dei Doors, la discomusic da Via Veneto dei Papas Fritas, il rivolo minimal-disco di Gonzales, la divertente marcetta dei Sukia, NdLYS) che, quasi a voler sfidare le pieghe del tempo, ripesca pure dal passato perle di sonorizzazione di Nino Ropicavoli, Berto Pisano (scomparso, scherzi del destino, giusto due mesi prima dell’uscita di questo disco che ne sigilla il ricordo) e Martin Rev in un esperimento propedeutico al suo ormai prossimo “Suicidio”.

Bravissimi lì alla S.H.A.D.O., a fotografare i graffi e i graffiti di un’epoca che ha il suo fascino immortale.

                         Franco “Lys” Dimauro

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