DEAD BOYS – We Have Come for Your Children (Sire)  

Il 19 Aprile del 1978 Johnny Blitz viene aggredito da alcuni teppisti sulla 2nd Avenue di New York e ricoverato in fin di vita. Dal 4 al 7 Maggio, venticinque band si susseguono in un estenuante tour de force sul palco del CBGB’s per sostenere, con gli introiti delle quattro serate, le spese mediche necessarie per strappare Johnny dalle braccia della morte. Per il Blitz Benefit, su invito diretto di Hilly Kristal, suonano i Ramones, i Suicide, i Dictators, i Fleshtones, gli Stilletto, i Contortions, i Corpse Grinders e molti altri. Fra cui, per due sere di fila, i Dead Boys “with guest drummer”. Chi sia stato quel guest forse lo sapete, forse no, ma è giusto ricordarlo comunque, perché si trattava di John Belushi.  

Il mese successivo, per celebrare lo scampato pericolo, i Dead Boys danno alle stampe il loro secondo album.

Registrato negli stessi studi della svolta disco dei Bee Gees, We Have Come for Your Children è il disco con cui i Dead Boys, la Sire e Hilly Kristal sperano di far sfruttare lo squarcio prodotto nella scena punk dal disco precedente per andare, attraverso quello, all’assalto del mercato ufficiale.

Il tono minaccioso dell’opera è quindi disinnescato dal tentativo di rendere la loro musica meno eccessiva e straziante. Se dunque su Young, Loud and Snotty i Dead Boys sembravano svuotarci addosso chili e chili di spazzatura e merda accumulata nel loro rifugio della Bowery, su questo nuovo disco Stiv e compagni sembrano invitarci a visitare le stanze finalmente sgombre di ogni eccesso ma, ovviamente, non esattamente quel che potreste rischiare di scambiare per una linda stanza d’aspetto di una clinica privata. Nonostante il lavoro di smussatura operato da Felix Pappalardi, lo storico produttore dei Cream, l’album resta infatti un ottimo lavoro di artigianato punk-rock che stringe leggermente la forbice stilistica con i “cuginetti” Ramones (presenti in spirito su Don’t Look Back e in carne ed ossa su Catholic Boy) stemperando, stilisticamente ma anche esteticamente, certi eccessi oltraggiosi che erano loro stati necessari per aggredire la scena e che si adombra di inquietudine e brutti presagi quando tira fuori un’altra vecchia perla dei Rocket from the Tombs come Ain’t It Fun e la ficca in coda al disco, quasi a chiudere idealmente il cerchio aperto dalla Sonic Reducer sul disco dell’anno precedente.

Mordendosi la coda, come dei cani bastardi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

41S5LAdK7sL

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...