LOU X-DISASTRO – Dal basso (Tannen)  

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Non manca solo a me. E questa è già una gran bella notizia, che l’assenza condivisa è un dolore di cui si può spartire il peso.

Lou X. Una delle menti più lucide e delle lingue più taglienti del rap italiano. Uno che ne aveva, di cose da raccontare e che non le mandava a dire.

Certo, erano altri tempi. Il rap era ancora, soprattutto, una musica di denuncia. Non solo roba di figa e dissing, di tatuaggi e cash. Niente megaproduzioni e beats di lusso. Era ancora una roba da “due piatti e un microfono”, per dirla alla Jam Master Jay. Roba spartana, essenziale, prodotta e distribuita in proprio, una piccola cinghia meccanica su cui far scorrere delle rime, per raccontare verità universali e altre verità nascoste, quelle delle borgate dove ti richiudi la porta di casa alle spalle e non sai se la vita ti concederà di riaprirla. Roba diversa ma non distantissima da quella che era stata prodotta durante gli anni dell’hardcore italiano, quasi sempre analogo il “bacino” umano da cui attinge: università e centri sociali in primis.

Come per quello, anni dopo si parlerà di old-school per definirne lo spirito fiero ed intransigente, oltre che la povertà di mezzi che le caratterizzano.

Sono gli anni in cui gli studenti e i disoccupati si creano un alter-ego militante e si trasformano in piccoli guerriglieri urbani. Sono gli anni di Luigi Martelli, che sceglie di accorciare il nome in Lou e di aggiungere la X, come quella di Malcolm. Viene da Pescara, che è la periferia dell’impero hip-hop italiano. E lì rimarrà, mettendo in piedi una crew corsara chiamata Costa Nostra, un branco di una decina d’anime che gira per la provincia, facendo graffiti, studiando qualche base, sputando qualche parola. A Roma ci vanno di rado, per comprare qualche disco con cui fare le basi. Nel 1993 ci vanno per raggiungere i ragazzi degli Assalti Frontali che hanno deciso di finanziare il loro primo disco.

Dal basso esce nel 1993 ed è il primo disco dei Public Enemy in lingua italiana. Basi che spingono “dal basso” e pressano, come una mano morta insidiosa tra due belle natiche su una metropolitana. Lou X spara raffiche di parole, in apnea, come se il bisogno di raccontare avesse superato quello di respirare.

Ad occuparsi di questa ristampa che farà felici 500 persone è Marco Fioritoni, che all’epoca scelse il nome guerriero di Disastro e lo mise accanto a quello di Lou X su questo disco e che adesso quel disco se lo è riportato in studio per rimissarlo ed esaltare le note basse che all’epoca erano state risucchiate via dall’incompetenza e dai limiti tecnici di chi stava esplorando un mondo tutto nuovo.

Solo…(come un cecchino), Pagati!, Un porco è un porco, Quando la patria chiama (con un magistrale campionamento di Albert King), Italia (costruita sul groove di Foxy Lady nella versione dei Black Merda) diventano memoria collettiva.

Se l’avete perduta, avete ora modo di recuperarla.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Pushing Scandinavian Rock to the Man # 3 (Bad Afro) / ON TRIAL – Higher!/That’s Right (Bad Afro)

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Ciclicamente la svedese Bad Afro si preoccupa di fare il punto del proprio catalogo, operazione utile altresì per ficcare il termometro nello sfintere della scena scandinava. Mercurio ancora alto, ovviamente, visto che è qui, e non negli stankiuniti di Strokes e B.R.M.C. che il r ‘n’ r continua a dare il meglio. Come sempre, anche questo 3° volume di Pushing Scandinavian Rock to the Man! si divide tra pezzi già editi, alternative versions, anteprime e inediti assoluti. Così mentre Sweatmaster e Royal Beat Conspiracy alimentano l’attesa per i loro nuovi lavori, bands come Species, Borderlines e Mutants ben rappresentano l’evoluzione della specie. Dentro ci stanno pure le a-sides delle più recenti uscite 7” della label: Baby Woodrose è un quartetto di Copenaghen che chiude dentro la splendida sleeve del suo sette pollici una cover dei Love cattivi di My Flash On You e la bellissima Never Coming Back, ciondolante tra la My Brother the Man dei We the People e una qualunque delle killersongs dell’ epoca neogarage con risultati devastanti. Ricordavo invece meno diretti i danesi On Trial che sulle due tracce del loro Higher! b/w That’s Right rocherrollano di brutto con una soul power song sul lato A e la già rodata lega Stooges/Monster Magnet mooolto cattiva sul retro. Da qualunque lato lo giriate, un capolavoro. Bastardi!

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE CELIBATE RIFLES – On the Quiet (Hot)

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Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutto lo scorso decennio, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con questo nuovo cd che ripercorre, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TVThis Gift o Back In the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock.

Franco “Lys” Dimauro

 

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BOHEMIAN VENDETTA – Bohemian Vendetta (Tapestry)

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Gran messe di reissues psichedeliche su vinile 180gr. dalle presse Tapestry. Quella che tocchiamo su questo numero riguarda la ristampa dell’ unico album dei Bohemian Vendetta, gruppo di adozione newyorkese che fu tra i “prescelti” per allestire la scaletta della prima storica Pebble. L’omonimo album dei Bohemian era intriso del beat progressivo che stava dilagando un po’ ovunque, gettando i ponti per quello che diventerà a breve l’hard-rock storico dei primi anni ’70. Le destrutturazioni di classici come Satisfaction e House of the Rising Sun erano il manifesto programmatico di un bisogno di allargare le maglie del suono 60’s lasciandolo bruciare nella sua stessa griglia di fuzztones gracchianti. In futuro bands come Vietnam Veterans, Plan 9 o addirittura Stranglers avrebbero dovuto pagare il proprio compromesso con la band di Brian Cooke.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE 13th FLOOR ELEVATORS – Easter Everywhere (International Artists)  

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Quando Roky Erickson deciderà di giocarsi la carta della demenza psichica per evitare un arresto per droga, dichiarerà di essere in contatto spirituale con almeno due profeti.

Uno in più rispetto a San Paolo.

Uno è Gesù Cristo, l’altro Bob Dylan.

Oltre che con un numero pressochè infinito di mostri, demoni, gremlins e zombi.

La prima testimonianza dell’incontro con lo spirito di Dylan è racchiusa dentro il disco che nel 1967 proclama a gran voce l’arrivo della Pasqua universale. Si tratta di una cover (l’ennesima) della It’s All Over Now, Baby Blue sulla quale in tanti si cimenteranno ma che pare sia la preferita del Dio Dylan in persona.

È l’unica eccezione che gli Elevators consentono sui loro tre dischi in studio a chi è nato fuori dal perimetro urbano di Austin. Una versione spiroidale del classico numero folk che ben si amalgama al resto del materiale che la band, adesso supportata da una sezione ritmica diversa, mette assieme per il secondo disco, ancora più indolente, oppiaceo e pigro del primo, ancora più di quello intenzionato ad esplorare gli stati percettivi alterati. E ad alterarli ulteriormente, ovvio.

Easter Everywhere sacrifica un po’ dell’irruenza del debutto sviluppando maggiormente il lato folk della band, ovviamente sempre filtrato dal fisheye altamente lisergico e straniante che è in mano a Tommy Hall, Stacy Sutherland e Roky Erickson. Anche negli episodi più accesi, come Earthquake o Levitation la chitarra si sgrana in riff deformi shakerati dai vortici onirici di un jug autoritario e caleidoscopico. Un piccolo mostro di acid-rock mutante, l’ennesimo occhio dilatato aperto verso il cielo, come un girasole innaffiato di atropina.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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