THE TELESCOPES – Splashdown (Cherry Red)  

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Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra (come nelle bonus accluse a questa raccolta che documenta tutto il “rito sacrificale” del periodo Creation e che soffocano tra sitar e tablas il tepore valvolare dei Telescopes devastatori e devastanti dei primi dischi) che non convincono nessuno.

Men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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90 DAY MEN – [It (Is) It] Critical Band (Southern)  

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C’è qualcosa di minaccioso nella musica dei 90 Day Men, formazione trapiantata a Chicago dalla natia St. Louis, qualcosa di implosivo che cova sotto ogni canzone, come fossero percorse da condotte sature di gas pronto ad esplodere. Merito soprattutto dell’uso del basso, eredità di certa new wave (i Cure della “trilogia”, i PIL, i Birthday Party, i Joy Division, ma anche il Mike Watt dei Minutemen a dirla tutta, NdLYS) che si svincola dal suo ruolo di strumento-cerniera melodico-ritmica per diventare perno timbrico, percorso alternativo.

È lui lo strumento chiave di Critical Band, uno dei dischi più catarticamente influenti dell’America A.D. 2000.

Più che per i singoli episodi è lil tono che percorre tutto il disco che lascia storditi, l’epilessia Blonderedheadiana di Hans Lucas, lo scontro Don Caballero-Gang of Four sul campo di gioco di From One Primadonna to Another, i dieci minuti di Super Illuminary che accendono il combustibile del serbatoio dei Tortoise come fosse grisù dentro una miniera. E ancora il finale di Jupiter and Io, ovvero quello che i GvsB non hanno mai osato essere, pur sguazzando nell’analogo tono distaccato e straniante che fu di Scott McCloud.

È il noise dell’era post rock, la new wave del XXI Secolo, spigolosa ed assieme ricurva, apologia di un malessere sottile e subdolo, pernicioso, sfuggente che qui trova la sua dimora.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TOMORROW – Tomorrow (Parlophone)  

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Un albero di primizie che ha dato frutto troppo tardi. Così potremmo sintetizzare l’unico, stupendo album dei Tomorrow, rigoglioso di rami frondo si carichi di frutti psichedelici maturati troppo tardi per poter stare al passo che i tempi folli del freakbeat inglese allora richiedevano, in una scena che esplodeva attorno a nebbie e lampi purpurei e seguiva il passo favolistico di pifferai e sergenti vestiti come addomesticatori da circo pur di raggiungere i cancelli dell’alba o afferrare qualche diamante sputato in cielo da bambine dai capelli intrecciati nell’edera.

Il domani dei Tomorrow era stato insomma “troppo” domani, tanto da rischiare quasi di essere la sigla conclusiva a tutto il movimento psych inglese.

La loro bicicletta bianca non era stata abbastanza veloce (le chitarre espanse che simulano, sul singolo di debutto, il rumore del vento che taglia i raggi del velocipede restano fra le meraviglie di tutto il post-beat inglese, NdLYS), il loro passo da provos non aveva raggiunto il resto del gruppo troppo agilmente. Peccato.

Tanto che il disco, nonostante una creatività visionaria davvero invidiabile, cede già alla celebrazione del fenomeno, con una fedele cover della Strawberry Fields Forever dei Beatles. 

Del successo, comunque minimo, del loro album non ne avrebbero goduto neppure loro, sciogliendosi come neve al sole appena due mesi dopo la pubblicazione facendo di Tomorrow una delle più belle occasioni mancate della storia del rock, resa ancora più leggendaria dalle memorabili esibizioni all’UFO Club, da mitologiche jam sessions con Hendrix e Barrett e dalla partecipazione di Keith West a quella che, concettualmente, può essere considerata la prima opera-rock in assoluto, ovvero la A Teenage Opera ideata da Marc Wirtz degli Abbey Road Studios. Peccato, di nuovo.

Perché Tomorrow, nonostante tematiche e suoni lo leghino tenacemente a quegli anni e malgrado il tempo delle fate si sia definitivamente sciolto come un orologio molle di Dalí è un disco ancora oggi capace di creare fortissime suggestioni psichedeliche e di esercitare un carisma attualissimo (quanto Blur c’è dentro una The Incredible Journey of Timothy Chase?). Peccato, per l’ennesima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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