PRINCE AND THE REVOLUTION – Purple Rain (Warner Bros.)  

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Cento canzoni.

Tante ne consegnò Prince ad Albert Magnoli per la colonna sonora del suo film Purple Rain. Una roba a poco costo destinata a cambiare la vita di entrambi.

No, non solo di entrambi. Purple Rain, il disco che di quelle cento canzoni ne concentra dodici e lancia l’ancora sconosciuto Prince nell’Olimpo delle icone pop più grandi degli anni Ottanta, cambia la vita di tutti quanti hanno familiarità con un prodotto discografico americano.

Perché dentro quel disco, prima che pioggia e vento chiudano il primo lato, c’è una cosa sporcacciona che si intitola Darling Nikki. Torbida quanto lo può essere una canzone funk registrata con tutto il cattivo gusto degli anni Ottanta. Eppure, quella canzone provoca a sua insaputa un vero e proprio movimento di censura che marcherà i dischi come pacchetti di sigarette.

A fondarlo è Tipper Gore, moglie del senatore Al Gore e futuro candidato alla Casa Bianca. Perché un giorno, passando casualmente davanti la cameretta della figliola di otto anni, ha la netta impressione che la cucciola di casa si stia masturbando ascoltando Prince che racconta della ninfomane Nikki.

Il Parental Advisory è dunque il fratellino di quella dolce e perversa Nikki. Ed è figlio di Prince, il piccolo diavoletto di Minneapolis che a quei tempi se la gioca con Michael Jackson in quanto a personificazione scultorea della musica nera e il cui rapporto erotico con la chitarra (sebbene fosse un polistrumentista eccezionale) fece qualcuno gridare al “nuovo Hendrix”.

Molto più verosimilmente, era invece il figlioletto di Rick James e il progenitore di Lenny Kravitz. Oltre che di tante altre cose che sarebbero venute molto tempo dopo (la sua figura androgina è un po’ il prototipo della Conchita Wurst che verrà).

Purple Rain, il film, era in realtà proprio roba da poco. Il disco che ne fa da colonna sonora è invece un pastiche tra il rock bianco e la black music pieno di trovate estrose (una per tutte, la capacità di scrivere uno dei più suonati pezzi disco/funk del periodo senza toccare una sola corda di basso), di commistioni improbabili tra suoni elettronici e sudori hendrixiani e di uno strano e spiazzante equilibrio tra l’innovazione imposta in qualche modo dal nuovo mercato dei video e il tentativo di preservare una certa radicalità funk e rock vendendone un abile prodotto grasso e stereotipato (e del resto, il saggio Prince, prima di registrare la chilometrica title-track destinata a commuovere popoli e legioni, qualche telefonatina per togliersi qualche dubbio e qualche peso sulla coscienza, la fece), buono per la generazione di McDonald’s, imprigionando il genio dentro una lampada. Viola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – Let’s Go Get Stoned (Mirror)  

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Forse il disco preferito di Greg Prevost fra tutti quelli incisi dai Chesterfield Kings è quello più esplicitamente dedicato agli Stones, omaggiati sin dalla copertina (elaborata su quella originale di Aftermath) e dal titolo, rivisitati con la solita carta carbone che i Re di Rochester riescono a maneggiare facendo dei ricalchi fedelissimi e citati qui e là anche nei pezzi firmati dalla band (clamorosa la versione tarocca di Simpathy for the Devil nascosta sotto Long a Go, Far Away) o nel trattamento stonesiano (siamo dalle parti di Dead Flowers) riservato al country di Merle Haggard Sing Me Back Home, invitati addirittura a suonarci dentro (ottenendo il cameo di Mick Taylor sulla cover di I’m Not Talkin’ e anche su una versione ad oggi inedita di Can’t Believe It).

Il suono degli Stones post-beat calza a pennello per i Chesterfield Kings infatuati dal glam e dallo street rock’n roll e Greg ed Andy, in questa sorta di parodia, hanno modo di sperimentare strumenti nuovi come il dulcimer, il sitar, il mellotron e nastri a rovescio usati però con grandissima parsimonia e relegati in fondo ad un disco che è invece pieno di striscianti chitarre blues e accordature aperte nella miglior tradizione di Mr. Keef e di boccacce simili a quelle del Jagger arrapato dei primi anni Settanta. Che è sempre un bel sentire. Anche se accentua la sensazione che i Chesterfield Kings, non essendo diventati i Chocolate Watch Band degli anni Ottanta si stiano accontentando di diventare i Rutles degli anni Novanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVE KUSWORTH GROUP – The Brink (Troubadour)

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Dave Kusworth è uno che vive ai margini del mercato. Wikipedia lo ignora e lui aggiorna malamente e in costante ritardo il proprio sito e si affida a pochi amici per stampare i suoi dischi. Carlton Sandercock della Easy Action è uno di questi e tocca quindi alla sua label, dopo la bella retrospettiva di un anno fa, ridare fiducia al genio sregolato di Dave. The Brink è un altro disco senza tempo, carico di quel rock elettrico di cui lui rimane unico custode, dopo che la nera signora ha falciato le vite di Stiv Bators, Johnny Thunders e Nikki Sudden e che Tom Verlaine è entrato in accademia. Sono chitarre che divorano l’aria sotto i colpi della batteria e gli ululati dell’armonica (Someone Else‘s Shoes, Into My Eyes, Repartee, la più scolastica Silver Blades) o che si stendono languide per lasciare che Dave possa parlarci delle solite storie cominciate male e finite peggio. Sleaze rock con l’appeal da perdente che Dave si è sempre portato addosso sin dai tempi dei Jacobites.

                                              

                                                                                 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro   

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UH BONES – Honey Coma (Randy)  

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Garage sound tossico e totalmente underground. Che è arrivato a me attraverso il passaparola, prima ancora di andare a scovarli in rete, che è cosa alquanto complicata, avendo essi stessi suggerito, sul loro profilo social, un sito ufficiale che in realtà non esiste ne’ forse è mai esistito, inghiottito dallo stesso tubo che sembra aver convogliato le musiche di Blues Magoos, Seeds e Castaways dentro questa camera dove tutto viene svuotato e riverberato come dentro le grotte dei mammuth svedesi di trent’anni fa.

È quel garage punk languido e spettinato che si nutre dell’immaginario della periferia americana fatto di fast food, centri commerciali, buskers e che non ha nulla a che spartire con il recupero estetico e culturale di un’epoca che ha ormai varcato la soglia dei cinquant’anni. Di tutta quella roba lì che nasceva dentro le sale da ballo dell’America invasa dai coleotteri inglesi gli Uh Bones prendono solo l’attitudine barbara di scagliarsi sugli strumenti con le due nozioni che hanno appreso sui dischi e che ora stampano su vinile in sole trecento copie, sicuri che gliene resteranno in cantina almeno la metà. E chissà come andrà.

Nel frattempo ascoltare Luke Trimble e Kenny Alden che giocano a scambiarsi microfoni e chitarre come ragazzini di un qualsiasi college americano espierà, se non le nostre colpe, la nostra noia.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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