SALMO – Hellvisback (Sony Music)  

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La Pasqua è finita e sono ancora alle prese coi Salmi.

Per questo 25 Aprile, mentre fuori “infuria la bufera” e gli italiani celebrano anni di liberazione con ventiquattrore di schiavitù ai centri commerciali, mentre qualcuno si ostina a postare video fake di Prince pur di unirsi all’unanime coro necrofilo di commozione tardiva, mi tocca l’ultimo, quello con l’Elvis sfregiato in copertina.

Lo sento recitare senza sosta dalla cameretta di mia figlia.

Sempre più piccola la prima, sempre più grande l’altra.

E decido di capirne un po’ di più del fenomeno, evitando guerre perdute allungando paragoni con la vecchia scuola, anche quando lo stesso rapper sardo mi serve un’opportunità d’oro stesa su un vassoio d’argento e me la passa sotto il naso al secondo minuto e mezzo di 1984, il pezzo che si apre sul beat di Papa Was Too di Joe Tex nonché il singolo che è stato scelto per anticipare l’uscita sul mercato di questo suo quarto album, il primo per una major.

È un po’ un’operazione amarcord perché la sezione “hip-hop italiano” l’avevo spostata sugli scaffali posteriori della mia discoteca da quando Neffa ha deciso di diventare un cantante per signore borghesi e Sinigallia è sceso dalla macchina di Frankie Hi-NRG per salire sul tram dei Tiromancino. Ma è anche un’azione molto meno agevole di quanto si pensi. Perché nel frattempo da musica antagonista il rap è diventato un genere di tendenza e di successo, soprattutto fra gli adolescenti. È diventato protagonista delle classifiche e dei talent show. Infesta le televisioni, le radio, i club, gli stadi e, con Numero zero e Zeta, anche le multisale. E anche un’ala di casa mia. Non potendo sgombrare l’etere e i pixel, occorre quindi sgombrare la testa dai pregiudizi. E calarsi dentro il feretro dove Salmo giace col cadavere di Elvis.

Hellvisback, affine allo spirito pulp del Verano Zombie di Noyz Narcos, è un disco marcio e credibile, per le storie che racconta e per come le racconta. Ha suoni ossessivi e stranianti, elettronici ma con un’anima rock che Salmo non ha mai tradito sin dai tempi in cui si divertiva facendo hardcore con gli Skasico, intersecando la black music solo in un paio di episodi (il groove giamaicano che scorre fra le rime scomode de Il Messia e il funky alla Floaters di Black Widow). Su queste basi Salmo scarica una cartucciera infinita di sillabe, citazioni, rime, osservazioni ciniche ed acute sulla merda che c’è in giro e infila qualche trovata di buon gusto (gli inserti Tarantiniani della title-track, il groove tribal/electro di La festa è finita, la troncatura col machete sul “finisce sempre sul più bello, quando…” di 7am), altre volte meno (il dialogo conclusivo con le improbabili incursioni nel reggaeton, nell’hip-hop old-school e nel pop melodico pur di far venir fuori il “fattore X” che un improbabile talent-scout vuol far sbocciare ad ogni costo) ma il risultato è un disco di rap moderno, certamente retorico (non più della media delle produzioni rock di oggi), che evita gli ospiti un po’ come faccio io e fa tremare le casse. Forse anche quella di Elvis, chi lo sa.

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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IGGY POP – The Idiot (RCA)  

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Che ne è stato di Zeke Zettner? – È morto di droga, ragazzo.

Come Dave Alexander? – Oh, no, lui è morto per l’alcol.

E cosa mi dici di Ron Asheton? – Lui adesso vive con la madre.

E James Williamson? Che fine ha fatto? – Lui si è messo a rigare dritto.

Iggy Pop è seduto al piano, dentro gli Château d’Hérouville, esegue un semplice giro di note e farfuglia qualcosa, pensieroso.

David Bowie gli si avvicina e gli chiede a cosa stia pensando.

“Agli Stooges” – risponde lui – “ai miei Dum Dum Boys”.

Iggy ha già l’aria da reduce. È sopravvissuto a fiumi di eroina e ad una tempesta che ha travolto tutti: l’uragano Stooge. A salvarlo è stato un po’ Bowie, un po’ la fortuna. Ora lui e Bowie sono assieme, a tentare ancora una volta quest’ultima.

Stanno lavorando fianco a fianco, adesso. Ascoltando un sacco di roba elettronica di stampo crauto, studiando l’espressionismo tedesco e tirando su due dischi solcati dagli stessi sentimenti e che, anche per questo, hanno due copertine perfettamente analoghe.

The Idiot “va in scena” per primo ed è un disco di una cupezza assoluta ed epidemica. Dentro, Iggy ci mette molto di sé stesso, della sua vita privata, cercando di esorcizzarne i demoni. Mettendo a nudo la sua disperazione, le disillusioni, i ricordi, le cose che non sono andate come dovevano. Senza progettare nulla ma logorandosi nel suo senso di disfatta.

È un disco senza ferocia.

Decadente. Desolato. Depresso.

Si sa, anche se può voler dire nulla, che fu trovato ancora che girava sul piatto quando Ian Curtis appese il suo collo al soffitto. Sullo schermo della TV, una gallina  ballava ancora la sua polka, un coniglio suonava la sirena dei pompieri e una papera sbatteva il suo muso sulla grancassa. Come se nulla fosse stato.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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