THE END – From Beginning to End…. (Edsel)

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A volte, forse, la scelta di un nome determina un destino affine. Così, nonostante il supporto fattivo degli Stones (Bill Wyman, coautore anche di alcuni brani, Charlie Watts, Nicky Hopkins, il fonico Glyn Johns), gli End restarono una delle piccole nuvole fugaci nei cieli di marmellata inglese.

La Decca, alla cui corte approdano grazie proprio all’interesse di Wyman, è impermeabile alle pressioni che il bassista degli Stones per la pubblicazione del loro primo album salvo poi pubblicarlo, una volta reciso il contratto con Jagger & Co., proprio per sfruttare come avvoltoi il nome di Wyman che infatti viene sbattuto in bella vista accanto al nome della band, sulla copertina del loro unico album. Un ritardo che influirà in maniera decisiva e nefasta per le sorti del disco, arrivato nei negozi nel Dicembre del 1969, quando il sole che splendeva sui campi psichedelici britannici è già tramontato lasciando il passo alla nuova alba del progressive e dell’hard rock. La Decca e le riviste non hanno nessun interesse a spingere un disco che agonizza come un criceto che è scivolato in corsa dalla sua giostrina girevole. La confusione fra il nome della band e il titolo del lavoro, fanno il resto. Introspection è dunque la musica dei titoli di coda della stagione freakbeat inglese. Il fondo della tazza di quella che Sean Gregory definirà una Zuppa di Cioccolata per Diabetici. Due/terzi del gruppo sono già andati altrove, a farsi di insulina. Il resto della band prosegue con i nuovi acquisti Paul Francis e Jim Henderson spostandosi verso un suono più attuale e meno sognante senza tuttavia riuscire a pubblicare nulla se non un singoletto. In terra straniera e sotto falso nome, finendo pure per girare un cameo su una pellicola locale intitolata Un, dos, tres, al escondite inglés a fianco di altre piccole glorie beat locali come Los Pop Tops, Los Angeles, Los Beta, Los Buenos, Henry Y Los Seven.

Il bel cofanetto della Edsel arriva ora ad implementare le sette righe che Wikipedia riserva alla formazione londinese, distribuendo in quattro cd e un bel libretto curato da David Wells e dal cantante Colin Giffin tutto quanto c’è da sapere e da sentire sulla storia degli End, con l’eccezione di qualche brano di cui nessuno riesce a trovare le matrici (She’s the One o Another Time, Another Place ad esempio). Il primo raccoglie tutto il materiale prodotto prima della fioritura psichedelica. Sono brani che pagano il loro tributo ai Beatles e al soul della Stax pur schivando (con orgoglio ma anche poca lungimiranza, NdLYS) alcuni suggerimenti sulla scelta delle cover da parte di Bill Wyman, il bassista degli Stones che li ha presi a cuore durante il tour del ’64 in cui Giffin e Brown presenziano come supporter con la loro precedente band. Piccole perle di blue-eyed soul sono disseminate lungo i tre quarti d’ora del disco, come You Better Believe It, I Got Wise, Searching For My Baby, Why. Le mutazioni acide inaugurate dalla registrazione del singolo Shades of Orange/Loving, Sacred Loving e culminate con la stesura di Introspection sono invece quelle che riempiono la sacca gastrica del secondo cd.  Sono rigurgiti acidi che, come nella tradizione psichedelica inglese, inseguono il Bianconiglio fin dentro un mondo incantato che sembra destinato a custodire ogni sogno infantile. Le canzoni, (tante) dal profilo più deciso vengono separate dal resto della zuppa acida e pubblicate venti anni dopo dalla Tenth Planet Records su Retrospection che viene adesso addizionato con quattro bonus e impacchettato sul terzo cd.

Le registrazioni effettuate dal 4 Marzo 1969 al San Valentino dell’anno successivo sono invece quelle di The Last Word, il mancato secondo album come sempre prodotto da Wyman e ancora una volta sabotato dalla Decca, tanto da venir pubblicato solo nel 1999 sulla terza e conclusiva opera di disseppellimento operata dalla Tenth Planet. Il suono non perde la propria matrice visionaria ma viene amplificato e diluito secondo le regole del momento storico che la band stavolta è sicuro di cavalcare a regime. E invece, come avevano previsto con malaugurata congettura, arriva la fine. Sfiancato da problemi contrattuali infiniti Dave Brown decide di dar vita ai Tucky Buzzard sparando sul mercato ben cinque album nel giro di tre anni, prendendosi la sua vendetta.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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ULAN BATOR – Abracadabra (Overdrive/Acid Cobra)  

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Un altro disco di canzoni che non puoi cantare, l’ultimo di una lunga serie che il gruppo francese naturalizzato italiano ci porge, stavolta col cuore in mano. Parole sussurrate, spinte in bocca da una contrazione gutturale, poi deglutite come un boccone amaro, dando un’ombra inquietante a quegli accenti che sono una promessa non mantenuta di romantica raffinatezza rococò.

Abracadabra è il nuovo giro tra le catacombe del post-rock, in questi luoghi in cui qualcuno sembra aver camminato, forse addirittura marciato e di cui è rimasta solo un’eco che risuona fra le pietre di silice e il tufo. Popoli venuti in pace e popoli andati in guerra, spinti dal suono di una ghironda e dal battito dei tamburi dei Can. Rintanati a cercare riparo in questi fiumi sotterranei dove l’alba non viene ad avvisarti e le paure diventano una qualche forma scalfita sulla selce. Un piccolo accampamento di uomini separati dal ruggito del mondo, educati all’attesa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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