FLESHTONES – Laboratory of Sound (Ichiban)  

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Cosa ci fanno i Fleshtones chiusi in laboratorio con il Professor Steve Albini?

Il peggior disco della loro carriera, con strascico di rimpallo di responsabilità per la fiacchezza che ne esce fuori. La band che rinfaccia ad Albini di una produzione inadeguata (le voci asciugate da ogni effetto sembrano in effetti arrancare come mai prima d’ora) e all’etichetta di aver spersonalizzato la band con una copertina che vorrebbe “mimetizzare” i Fleshtones fra le centinaia di prodotti di rock moderno che affollano gli scaffali mentre dal canto suo il produttore si “difende” dicendo che la band è arrivata in studio senza aver scritto una sola canzone decente.

Accusa e difesa danno la loro versione. E sono vere entrambe.

Laboratory of Sound è un disco sfocato, con le chitarre inutilmente sovraccariche, la voce di Zaremba che sembra rincorrere l’intonazione giusta, fallendo miseramente e il basso che finalmente si sente come mai prima d’ora, ma che non ha nulla da dire.

E così se il precedente Beautiful Light sarebbe finito anni dopo nella già ignobile classifica dei “Cinque dischi che sei orgoglioso di possedere ma che non hai mai ascoltato” redatta da RockCritics.com, Laboratory of Sound non raggiunge neppure questo risultato, finendo non solo per restare inascoltato ma per essere esibito da chi lo possiede senza alcun orgoglio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CYNICS – Rock ‘n’ Roll (Get Hip)  

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Rock ‘n’ Roll è il disco che centra in pieno la meta della perfezione estetica e sonora della band di Gregg Kostelich, dopo il debole debutto e il quasi-perfetto Twelve Flights ÜpRock ‘n’ Roll dosa con sapienza, classe e fragore il classico folked-punk del gruppo, con questo strumming impetuoso e tormentato dal fuzz che pure sembra sgranarsi e respirare tra le sferzate di Farfisa e cembali che gli straziano la pelle. Sono pezzi con cui la band ha talmente familiarizzato sul palco (molti brani sono pronti già dal primo tour e uno addirittura, il meno “cinico” del lotto, proviene dal repertorio della precedente band di Michael Kastelich, NdLYS) da riuscire a trovare per ognuno di loro l’abito perfetto, tanto che quando vanno in studio registrano tutto in una sola impetuosa take di 40 minuti. Peccato che Greg Vizza, nella foga, abbia dimenticato di schiacciare il tasto rec. Cosicché la band registra tutto da capo, mettendoci qualche ora e qualche dollaro in più.

Per un risultato strepitoso.  

Siamo all’apoteosi del garage sound screziato dal folk come lo fu quello dei What’s New e dei Music Machine, con una raffinata selezione di covers (Last Time Around dei Del-Vetts e Cry Cry Cry degli Unrelated Segments) e un’incredibile sequenza di originali, tra cui svetta la scattante Girl You‘re On My Mind scritta da Bernie Kugel dei Mystic Eyes destinata a diventare il primo classicone  garage del nuovo decennio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Still Life with Eggplant (Rune Grammofon)  

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È quasi primavera e i Motorpsycho ci aprono il cancello del loro giardino, mostrandoci i loro ortaggi appassiti dal freddo norvegese.

Still Life with Eggplant, dopo la solenne abbuffata di Death Defying Unicorn è un corpo che torna a farsi divorare dagli uccellacci torvi del rock e a lasciare la sua carcassa sulla sabbia del deserto californiano, riannodando i nodi scorsoi con il lontano passato delle Canzoni per Rut, dove la convivenza forzata fra Black Sabbath e la musica californiana, seppur ancora primitiva, tracciava le coordinate di certo non esclusive ma di certo sintomatiche della bocca infernale del deforme demone norvegese. Le tre piaghe sulfuree e ferali di Hell poste in apertura di questo disco, seguite dal bouquet psichedelico di August (dal quarto sottovalutato album dei Love di Arthur Lee) aprono l’accesso a questa dicotomica anima dei Motorpsycho, ripetuta pochi minuti più avanti dall’altra sequenza Ratcatcher/The Afterglow.

Buio e luce che si rincorrono senza fretta, perdendosi dietro le ingannevoli ore bislunghe delle aurore boreali e delle notti polari.

I Motorpsycho sprofondano i loro stivali nella neve, fino a veder divampare le fiamme dell’Inferno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ASHES – Corpus (Compagnia Nuove Indye)  

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La location è il Greenpoint Studio di Brooklyn.

Eraldo Bernocchi è il primo ad arrivare. Si prepara un thè berbero e accende le sue macchine. La stanza si riempie di odori e di suoni che sono il riverbero denso di quei vapori.

Bill Laswell arriva dopo qualche altra fetta di orologio. Ha addosso il suo cappello di lana e un Fender Precision in spalla. Srotola il cavo e lo aggancia all’ingresso di una serpentina di pedali, poi accende l’amplificatore.

Quando Reeno “Rais” entra nello studio, un blob gelatinoso di suoni lo avvolge. Eraldo e Bill gli indicano le cuffie con un cenno del capo. Lui le indossa e si avvicina al microfono. Poi, schiude la bocca e abbassa le palpebre.

In quei tre quarti d’ora di trance, quelle che dovevano essere le session di prova per la realizzazione di un disco a tre teste diventano il master definitivo di Corpus. Registrato in una sola take. Perché Laswell, impressionato dalla voce di Reeno, vuole catturarne lo spirito, aspirarne il dolore come John Coffey con gli altri ospiti del Braccio E di Cold Mountain.

Corpus è l’incontro estemporaneo di tre pittori dell’anima. Una miscela alchemica che si esprime su un flusso dub carezzevole e straniante, proiettando ombre cinesi deformate dalle profondità del basso di Laswell, dal canto muezzin del Rais e dalle piccole scatole magiche di Bernocchi. È il periodo in cui la musica degli Almamegretta è affascinata dall’opportunità di lasciarsi sfigurare dal dub, di lasciarsi manipolare, plasmare, impastare da altri. È dunque il momento propizio perché un progetto come Ashes prenda forma e venga fuori con la naturalezza e lo spirito viaggiante di cui si fa voce, a cui dà “corpo”, appunto.

Fuori dal Greenpoint passano gli ebrei che vanno al macello, poi una fila di fedeli col capo coperto, poi uno stormo di gabbiani, poi dei dromedari, finchè una chiusa di acque sommerge tutto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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