X – See How We Are (Elektra)  

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Il disco-fenice della formazione di Los Angeles (la città e l’album). Il disco che compensa una brutta sorpresa (l’abbandono di Billy Zoom) con un menù di belle canzoni. Di quelle che, dopo Ain’t Love Grand, non speravamo più di poter ascoltare. E che, dopo la frattura sentimentale fra John e Exene, non speravamo più di ascoltare cantate così, con le loro voci che ci volteggiano sulle teste come dei condor maschio e femmina. Che sembra facciano l’amore. E invece fanno la guerra.

L’ascia del punk è stata seppellita. E gli X sono adesso fondamentalmente una band che lavora su pezzi distesi, power-ballads un po’ amare e un po’ romantiche.

Con il verde saturo dei campi che ha sostituito il nero catrame dell’asfalto e la canicola del sole californiano le fiamme portate in dono dal tedoforo del punk che ardevano sulle loro vite avide d’amore e di rabbia.

Exene e John provano ad adattarsi al nuovo mondo. Quello con “sette tipi di Coca-Cola e 500 marche di sigarette”. Indossando i giubbotti imbottiti sotto quel sole che dovrebbe essere difficile sopportare anche da nudi. E che pure non riesce a scaldare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BLUES MAGOOS – Mercury Singles (1966-1968) (Sundazed)

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Nel 1967, se compravi il secondo album dei Blues Magoos e spedivi all’indirizzo indicato il coupon da ritagliare dalla copertina interna, potevi ricevere a casa la Psych-De-Lite a meno di dieci dollari. Era una delle tante trovate psichedeliche che il management della band del Bronx si inventò per speculare sul termine “psichedelico” che il gruppo aveva sfoggiato, in contemporanea con i texani 13th Floor Elevators, sulla copertina del suo album di debutto e che ne aveva fatto gli alfieri del movimento sulla east-coast, pur digredendo con estrema libertà dal fenomeno. La Sundazed ritorna sul fenomeno Blues Magoos mettendo in sequenza tutti e otto i singoli pubblicati tra il 1966 e il 1968 dalla Mercury (compreso il singolo natalizio del 1967 con le personalissime riletture di Jingle Bells e Santa Claus Is Coming to Town), prima che la band si disintegrasse e lasciasse al solo Emil Thielhelm (colui che impartì le prime nozioni di chitarra elettrica ad Ace Frehley, fra l’altro NdLYS) il compito di mettere in piedi una seconda banale line-up per cercare di rastrellare un po’ di successo con un repertorio più orientato verso la bubblegum music. Per chi volesse avvicinarsi al beat della band newyorkese mescendo nel meglio della sua produzione (Tobacco Road, One by One, (We Ain’t Got) Nothin’ Yet, There She Goes, Gotta Get Away, Sometimes I Think About, Pipe Dream) un acquisto irrinunciabile. Per gli altri c’è pur sempre qualche video ad immagine fissa su YouTube da azionare sul tablet.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ERIK SATIE – Vexations (LTM Recordings)

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La location è la Watters Gallery di Sydney.

Sul palco, compostamente assiso ad un pianoforte a coda, siede un pianista di nome Peter Evens.

È il 22 Febbraio del 1970.

Peter è seduto al piano da sedici ore. Ha davanti a se cinque pentagrammi e ancora sei ore di concerto che prevedono l’identica, statica riproposizione della medesima sequenza modale. Fino allo sfinimento, fino alla paralisi fisica ed emotiva.

Ma Peter, sfiancato, dolorante, “vessato”, si alza dallo sgabello, porge un inchino per camuffare un piccolo massaggio alla schiena e lascia il teatro.

Pare avesse visto il diavolo. Forse evocato dai tritoni nascosti nella partitura.

Nel 1988 è il Professore Silvio Feliciani a riuscire nell’impresa, sul palco del Festival della Perdonanza de L’Aquila, guadagnandosi il Guinness dei Primati.

Ha in testa venti elettrodi e un catetere nascosto sotto il frac.  

Mimetizzati fra il pubblico, uno stuolo di neurologi e cardiologi si danno il turno, applaudendo senza entusiasmo, storditi, frastornati, “vessati”.  

Vexations è un mastodonte che si regge su 152 fragilissime ossa. E che ci costringe alla ritirata senza neppure simulare un attacco. Girando con una reiterata circospezione, ci costringe all’apoplessia.

Senza proclamarsi nemico, ci educa a fare di noi stessi i nostri peggiori nemici.  

Immiserendo la musica colta fino a renderla bidimensionale, Vexations ci espone ad un tour-de-force fisico e psicologico che ci rende vulnerabili.

Spogliando il pentagramma, Satie spoglia noi medesimi.

Poi ci lascia andare nella pioggia, tenendo sotto chiave la sua collezione di ombrelli asciutti come la sua musica. Obbligati a rinunciare al proprio lavoro. Vessati.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GONG – Camembert Electrique (Charly)

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E’ il 1967 quando la più eccentrica comune hippie inglese sbarca in Gallia esportando il suo carico di freakerie assortite. Una vera confetteria di musiche aliene e voci venusiane. Come ascoltare la musica popolare di Marte, migliaia di anni luce lontano. Il Camembert Elettrico esce nel ‘71 ed è il primo album ufficiale dei Gong, dopo il terremoto giovanile del Maggio Parigino cui Allen e gli altri prendono attivamente parte (rischiando pure l’arresto) ma quegli scossoni politici e sociali vengono qui dispersi in un liquido amniotico LYSergico (You Can‘t Kill Me), caricati su una carovana da circo equestre marziano (Dynamite, Selene), sciolti nell’acido (I‘ve Been Stone Before, I Am Your Fantasy). E’ un disco ancora oggi fondamentale, una Odissea in uno spazio popolato da folletti e gnomi, un mondo fantastico che la ricerca spaziale sfaterà a breve consegnandoci un Universo vuoto e desolato.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SPARROW – The Complete CBS Recordings (Rev-Ola)    

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L’avvicendamento di John Kay tra le fila degli Sparrows fu il passo decisivo per la svolta che portò alla nascita degli Steppenwolf. Spostatosi a New York, il gruppo canadese abbandonò il pop caramelloso di calco inglese per andare alla riscoperta del blues e della roots music americana, prima di muoversi verso la costa e dare voce agli incubi in cui si stavano trasformando i sogni della summer of love. Nei tre singoli degli Sparrow e negli altri 14 brani che esauriscono le loro registrazioni per la Columbia/CBS ci sono già i tratti peculiari del suono-Steppenwolf: la voce roca di John adatta a mordere i numeri più bluesy (mentre quella di Mars Bonfire è scelta per i pezzi più inclini al folk psichedelico, NdLYS), chitarre acide e visionarie e spruzzi di tastiera e piano honky-tonk a rendere tutto più rotondo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ULLI LOMMEL – Blank Generation (MVD Visual)

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Non è il film di Ivan Kral sulla scena punk di NY ma l’omonima pellicola di quattro anni più giovane consegnata agli annali più per le performance dei Voidoids che per la partecipazione di Richard Hell in qualità di modesto attore.

Hell fu molto critico sul film allora e lo è ancora oggi ma, ora che in qualche modo ha deciso di rimettere ordine nella cantina di casa, assiste a questa riedizione in DVD seguendo il processo di digitalizzazione e lasciandosi intervistare da Luc Sante nel making of stipato in fondo al dischetto. E il fatto di aver acquistato un DVD di cui parlano male gli stessi protagonisti subito dopo essertelo sucato per 80 minuti, ti fa sentire un idiota. Blank, appunto.

Che dire? Il film è osceno. Non nel senso che si tratta di un pornazzo ma in quanto manca del minimo richiesto ad un film: una sceneggiatura passabile e una recitazione che vada oltre l’approssimazione da dilettante. Blank Generation non ha ne’ l’una ne’ l’altra cosa e soffre, anche dopo il restauro, di una vivacità di colori e di audio praticamente vicina a quella del viso di Nosferatu.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NOIR DÉSIR – des Visages des Figures (Barclay)

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L’11 Settembre del 2001 in Francia viene pubblicato quello che, per una serie di circostanze, è destinato a restare il canto del cigno della formazione più inquieta ed inquietante della musica francese.

Non un cigno qualunque dunque. Un cigno nero.

Dentro quel disco Bertrand Cantat descrive “Le Grand Incendie”.

Ovvio che tutti i giornali, ancora sotto shock per quanto successo lo stesso giorno alle Twin Towers, si occupino in sede di recensione di avanzare sinistri parallelismi tra quanto raccontato da Bertrand e quanto successo a New York.

Non sapevano ancora ovviamente che esattamente due anni dopo, l’undici Settembre del 2003, quel  grande incendio avrebbe incenerito la casa del cantante dei Noir Désir, divorandola completamente.

Era l’ultimo evento funesto di quell’estate maledetta inaugurata con l’omicidio della compagna Marie Trintignan per mezzo delle stesse mani di Bertrand.

L’estate in cui il grande ombrellone nero dei Noir Désir si sarebbe chiuso per sempre, pur continuando a proiettare la sua ombra sulle spiagge francesi ancora a lungo.

L’estate precedente invece era stata quella dei grandi castelli di sabbia, quella in cui il quartetto di Bordeaux era addirittura riuscito ad issare il tricolore francese in cima alle classifiche di vendita italiane, plagiate da una melodia più sibillina delle altre e dalla chitarrina di Manu Chao che soffiava sulla sabbia, rubando un angolo di pista al reggaeton. L’album invece non ce l’avrebbe fatta, a scalare quella vetta. Troppo scontroso e mutevole, troppo cuspide-di-scorpione per piacere alle donne che avevano solo voglia di olio di mandorle e gli uomini che avevano solo voglia di spalmarglielo, in quell’estate che come tutte le altre era un trionfo di ammiccamenti e aperitivi serviti sotto la luce delle torce a petrolio e delle candele alla citronella.

Troppe parole da dover decifrare, troppi strumenti che sembravano fare di malavoglia il loro lavoro. Troppe coincidenze. Troppi “ma chi sono questi qui?” cui dover rispondere senza avere la più pallida idea di cosa dire. Troppi specchi cui tentare di arrampicarsi. 

Meglio la birra col sale e il limone.

Meglio la lezione di zumba.

Meglio l’astice che dà l’illusione dell’aragosta.

Meglio il surimi che dà quella del granchio.

Meglio tenersi a una certa distanza. Che prima o poi l’ombrellone chiude.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – The Blue Mask (RCA)  

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The Blue Mask è il disco del riscatto. Un ponte lanciato verso il Lou Reed di Transformer lasciando agli altri l’onere di capire se quello era, è, il suo vero volto o solo la maschera indossata per inscenare le voglie capricciose del rock ‘n roll.

La presenza di Robert Quine al suo fianco fa sentire Lou nuovamente al sicuro, pronto per mettere nuovamente mano nelle pattumiere di inizio carriera. Incespicando anche con orgoglio, come nella nudità di The Heroine che su consiglio della moglie finisce sul disco spoglia e disadorna, anche se incerta.

Rispolverando quel tono annoiato e quel torpore che sono la sua coperta di Linus.

Un riparo pronto per quando si abbatterà la tempesta. Come quella che, dietro una maschera blu, devasta il cuore del disco. 

Di contro, i placati eccessi con alcol e droghe fanno emergere nella poetica Reediana una qualche parvenza di coscienza politica e sociale offuscata dalle nuvole pesanti del ricordo e offrono una visione biografica meno devastante, meno compromessa coi propri demoni. A tratti, addirittura, un qualche bisogno di confessione, di autoaccusa, di tardiva necessità di redenzione.

Dietro una maschera blu si può osare sempre un po’ di più.

Dietro una maschera blu ogni uomo può raccontare la sua storia, senza paura di venire tradito da un brivido più profondo degli altri.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CYNICS – Get Our Way (Get Hip)  

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Get Our Way ritrova la “strada” smarrita e riporta immediatamente i Cynics nei più familiari canoni del garage-rock che erano stati traditi da Learn to Lose causando lo sdegno dei fans e una bella perdita in termini di immagine e di dollari. Il recupero è veloce e abbastanza efficace, con un album che torna a macinare grandi riff folk/beat e garage-punk (Love Me Now che sembra addirittura tornare indietro fino all’esordio e Private Suicide i migliori) e che aggiunge un sottile straniamento psichedelico figlio delle intuizioni aaromatiche di We the People ed Elevators e che costituiscono la vera novità, stavolta ben gradita al pubblico storico della band, di pezzi come Lose Your Mind, 13 O’Clock Daylight Savings Times, All the Streets, Beyond the Calico Wall/STP00117. Get Our Way non regge forse il carico eccessivo (ben diciassette brani, come era stato per il disco di esordio, forse a voler simboleggiare un nuovo inizio e che invece segnerà una violenta e improvvisa battuta d’arresto per la band, forse stanca di affrontare tour estenuanti e interessata a prendersi un po’ cura degli affari propri) ma, seppur meno snello dei suoi illustri predecessori, ci restituisce una band capace di maneggiare con stile la fantastica tradizione beat-punk dei sixties.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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KING CRIMSON – Discipline (EG)  

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Lo scoprii in maniera poco nobile.

Lo scoprii come si scoprivano molti dischi nei primi anni Novanta: andando a curiosare tra i campionamenti delle produzioni hip-hop che uscivano a frotte durante quegli anni e che destavano ancora molta curiosità.

Lo scoprii su uno dei più importanti di quei dischi, per quanto riguardava le produzioni italiane. Stava nascosto dentro uno dei pezzi di Curre Curre Guagliò.

Un elefante nascosto in un corteo antifascista, sperando forse nessuno si accorgesse di lui. Ed invece il suo barrito destò la mia curiosità.

Fu così che mi avvicinai a una delle band più temute/odiate da chi, come me, proveniva da una cultura musicale figlia del punk.

I King Crimson.

Coloro che avevano in qualche modo “inventato”, per attitudine e scelte estetiche, il “prog-rock”.  

E che invece nel 1981, dopo essersi sciolti proprio mentre il prog declina e comincia a fermentare il punk, erano tornati con un disco incredibilmente moderno e folle come Discipline, figlio diretto di quella macchina frippertronica che il loro leader aveva sperimentato l’anno prima su God Save the Queen/Under Heavy Manners e affiliato in qualche modo con il funk intelletualoide dei Talking Heads.

Con una metamorfosi stilistica che ha del miracoloso, i King Crimson si allineano dunque a quel laboratorio terzomondista che proprio in quello stesso periodo sta producendo capolavori come Remain in Light, My Life in the Bush of Ghosts o il quarto album di Peter Gabriel.

Perno del disco sono i “dialoghi” tra Robert Fripp e il neoassunto Adrian Belew che giocano a richiamarsi vicendevolmente mentre corrono in un labirinto di cui si fatica ad intravedere l’uscita (fino a quell’apoteosi di virtuosismo di tetris chitarristico messo in scena sulla title-track, con le due chitarre che lavorano in sincrono, sfasate, in completa asincronia, sovrapposte, miscelate, scombinate), aizzati da una ritmica tribale altrettanto ingegnosa come quella offerta da Bill Bruford e Tony Levin in grado di sovvertire gli accenti fino a far sembrare un banale 4/4 come quello di Elephant Talk un intricatissimo groviglio ritmico. Un inizio pirotecnico per un disco che nella sua apparente follia mostra, appunto, una “disciplina” tecnica che mette soggezione. Quasi si trattasse di musica prodotta da automi. Da uomini-macchina in grado di fare in quattro quello che i Talking Heads di Remain in Light avevano fatto in dieci (Belew compreso, ovviamente).

Un processore elettronico che elabora dati complessi e sputa fuori numeri altrettanto articolati.

La disciplina pitagorica, all’alba degli anni Ottanta.          

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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