CASINO ROYALE – CRX (Black Out)  

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Bizzarri, gli specchi. Subdoli. Ogni tanto ti ci guardi e ti piaci. Ogni tanto, spesso, no.

I Casino Royale, per celebrare i primi dieci anni, decidono di guardarsi allo specchio. Sono in tanti: il King, BB-Dai, Pardo, Ferdi, Patrick, Manna, Rata e Gatto. E non tutti si piacciono.  

Quella macchina onnivora in cui si è trasformata la band meneghina sta per incepparsi e spaccarsi in due. Non prima di aver regalato al mondo il disco che perfeziona ulteriormente quanto già espresso su Sempre più vicini. Arrivando alla meta cui quello annunciava di avvicinarsi. CRX è un album che suona come nessun altro in Italia, in quel 1997 e per molti degli anni che verranno, che riesce a dare una tridimensionalità anche al vuoto, come dimostra una cosa pazzesca come Ora solo io ora, costruita fondamentalmente sopra il nulla, dentro le intercapedini di un beat e di qualche sparuto rumore, con le voci di Alioscia e Giuliano Palma totalmente sovrane. Molto di quello che sta qui dentro è in qualche modo una evoluzione del concetto ritmico che stava dentro un lavoro seminale come Rapadopa di DJ Gruff che infatti qui dentro continua a mettere qualche sua bella unghiata. Oltre, Là dov’è la fine, Homeboy, In picchiata, CRX, The Future sono costruite fondamentalmente su un beat. Il resto è un ennesimo lavoro di rasatura eseguita col rasoio di Occam, come era stato per il disco precedente.

Casino Royale diventano l’equipaggio dell’enterprise in orbita lungo una traiettoria spersa e solitaria. Poi i portelli si aprono, qualcuno si lancia nello spazio dentro una capsula che gli permetta di rientrare alla base. I più audaci però, perseverano nel loro viaggio fra le stelle.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PIXIES – Bossanova (4AD)  

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Ovviamente il titolo è fuorviante, così come lo era stata la ballerina di flamenco per un disco come Surfer Rosa.

Niente bossanova qui dentro. Niente samba.

Niente Cacao Meravigliao e neppure ragazze da Ipanema.

Qui, le donne vengono dallo spazio, su una tavola da surf.

Black Francis ce ne racconta lo sbarco su The Happening.

Il terzo album dei Pixies è per l’alternative-rock a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quello che fu per la new-wave l’esordio dei B-52’s esattamente un decennio prima. Un riadattamento delle visioni oceaniche di Joe Meek che inonda buona parte delle terre emerse, delle isole di rumore che si ergevano gagliarde su Come On Pilgrim, Surfer Rosa e Doolittle.

Quando la band decide di mostrarne le rovine, come su Rock Music, lo fa in maniera così mostruosa, così volutamente raccapricciante da essere quasi una parodia del vecchio ruggito dei Pixies, esibito come la testa sanguinante di una fiera. Il resto scivola via languidamente fra canzoni da spiaggia ricche di chitarre tremolanti e theremin e power-songs sfacciate ed impertinenti come Dig For Fire, Down to the Well o Velouria, “venduta” alla BBC con un video beffardo girato proprio su uno degli ultimi scogli di quelle terre che si stanno per inabissare.

Non è il Brasile, da quel che si vede.

La storia ne parlerà piuttosto come di Atlantide.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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