MOTTA – La fine dei vent’anni (Woodworm)  

Francesco Motta decide di metterci la faccia, in questo manifesto della sempre più difficile età di mezzo da un lato cullata e dall’altro abbandonata alla deriva dalla generazione precedente, fatta di padri, madri, insegnanti, padroncini, impresari, politici e mestieranti che ne hanno in mano il timone e nessuna idea di come si possa decifrare una carta nautica.

Una faccia e un nome destinati a venire ricordati. Non perché custodiscano chissà quale prodigio discografico ma proprio per i tratti iconici scelti per rappresentare il contenuto, parecchio distanti dalle macchie di Rorschach scelte per analoghe produzioni indipendenti, dalle quali si dovrebbe dedurre chissà quale livello di malumore. Nascosto dietro la faccia di Motta, inghiottito dal buco nero del suo foro per piercing, c’è Riccardo Sinigallia, una garanzia di stile che permette alle canzoni del cantautore livornese di vestire abiti sofisticati senza tradire la loro natura artigianale e senza apparire goffo e impacciato. È probabilmente merito suo il calibraggio perfetto del disco, questa leggera pioggerellina elettronica in cui vengono immersi gli arpeggi di chitarra (a tratti molto Smithsiani, come quando intorno al minuto e mezzo del pezzo che intitola il disco sembra aprirsi il jingle-jangle di William, It Was Really Nothing a dare ossigeno ad una stanza dall’aria viziata e a farci ricordare di quando i nostri venti anni non erano ancora arrivati, ma anche stranamente simili ad una versione onirica del chunk di Manu Chao, come nell’intro di Sei bella davvero e di Mio padre era un comunista, o al country industriale dei Depeche Mode dei primi anni Novanta).

La fine dei vent’anni piace per il suo tono confidenziale e per questa sua forte caratterizzazione generazionale. È un po’ come riconoscersi camerati. O come spiare i propri figli dalla cameretta e capire che se quei musi alle pareti non ci sono familiari, ci sono familiari i motivi che li hanno portati ad arredare quegli spazi, i bisogni che hanno dato forza tattile sulla puntina che ne ha perforato le carni generando stimmate di parole semplici ma necessarie. 

E musica per camerette è, dopotutto. Nell’accezione più nobile del termine.

Emo-folk lo chiameremmo, se fosse un neologismo comprensibile e digeribile.  

Se avesse un senso, come uscire indenni dai venti anni.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

copertina-motta

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