THE VELVET UNDERGROUND – Il “buco” nero

Eh…il rock…gran brutta faccenda.

Sempre un via vai di loschi figuri.

Sporchi, volgari, depravati, deviati.

Con alle spalle un’infanzia difficile e davanti un futuro incerto fatto di droghe, alcol, alito pesante.

E dietro di loro? I vandali, gli anarchici, i drogati, i figli di puttana, i truffatori, i maniaci, gli stupratori, quelli che non si lavano, che puzzano e che presto finiranno male, porca puttana. Potete giurarci.

E dietro ancora le mamme che “l’avevo detto che finiva così” e che “se l’avessi saputo prima…”.

Ecco, pensate ciò che deve provare una povera mamma che ha cresciuto il proprio gioiellino tra le comodità di casa nel sentirsi dire un giorno dal suo amato pargoletto… “sai mamma, ho comprato il primo album dei Velvet Underground!”.

The Velvet Underground and Nico è un disco difficile, malsano, inquieto, violento, pesante. Un’opera da ascoltare con le dovute precauzioni, coscienti dell’effetto stordente e claustrofobico che il tutto potrà avere sul nostro fisico e sulla nostra instabile psiche.

È il disco che chiude definitivamente la porta dei garage delle teen bands degli anni Sessanta.

La chiude a doppia mandata, e con le bands ancora dentro occupate a suonare la loro versione di Louie Louie e Fortune Teller.

È un disco di non ritorno, come Fun House degli Stooges e Bitches Brew di Miles Davis.

Sunday Morning apre il lavoro in maniera quasi “normale”: è una dolce nenia da carillon che fa da tappeto alla voce cantilenante di Lou Reed. Sarà spesso Nico a cantarla sul palco ma Lou impone che sia lui a farlo su disco. Lo stoicismo delle sue parole fanno da contrasto alla solarità della musica, adatta per accompagnare un dolce risveglio come le dolci ore del crepuscolo.

“Attento! Il mondo è dietro di te. Ci sarà sempre qualcuno che ti chiamerà. Non voltarti, non è nulla” ci assicura Reed ed in effetti nulla lascia presagire quello che da lì a poco ci si catapulterà addosso.

Un universo popolato da spacciatori, sgualdrine, eroinomani, feticisti e donne fatali.

Un universo dove il sole non varca mai la linea dell’orizzonte se non per allungare le ombre delle bestie metropolitane che lo abitano.

L’altra faccia dell’America Peace & Love.

Già, lo spacciatore. Come quello protagonista della fiaba di I’m Waiting for the Man.

Ovvero, l’inizio dell’incubo.

Su uno scheletro sonoro che ammicca al rock and roll e al rhythm ‘n blues viene edificata una impalcatura di suoni e ritmi ripetuti fino all’ossessione.

Femme Fatale è affidata a Nico, la chanteuse che Warhol ha voluto accompagnasse il gruppo in questo loro debutto e che proprio in questo pezzo fa il suo esordio da primadonna, è un momento di distensione che serve da controbilancia al materiale più ostico.

Venus In Furs è invece V. U.’s sound al 100%: tensione allo stato puro, corrente elettrica fuori dai fili conduttori, ossessione e dolcezza, tormento ed estasi, un’implosione di suoni che culmina in un orgasmo di dissonanze provocate dalla viola di John Cale e dalla Gretsch di Reed opportunamente modificata per produrre effetti particolari come l’automatica e progressiva sequenza di note scaturite dalla nota madre o la stereofonia armonica dei suoni sputati dal suo Vox valvolare.

Run Run Run è il successivo gradino verso l’inferno sonoro e verso la catarsi musicale, stavolta al passo di un boogie elettrico. Tutta la nervosa verve espressiva dei Velvet sta lì, in quell’incedere martellante ed ossessivo, in quei latrati di chitarra ricolmi di feedback e in quella voce dal tono nasale ed indisponente.

Le incredibili feste al 131 della 47ma di Manhattan dove sesso, pasticche, musica e luci stroboscopiche si trasformano in un unico, interminabile trip, sono il tema di All Tomorrow’s Parties, il lamento cantato da Nico che chiude, agonizzando il primo lato del disco.

Ma forse il peggio deve ancora arrivare.

I don’t know just where I’m going but I gonna try…“. Con queste parole biascicate si apre Heroin sulla seconda facciata. Una locomotiva che ansima e sprizza faville mentre accelera lentamente la sua corsa, in bilico tra pazzia sfrenata, morbosità furiosa e depravazione che esplode in un caos di rumore anarchico, mentre la batteria di Moe sfilaccia il suo ritmo fino a fermarsi sepolta nel caos, senza che nessuno se ne accorga, per poi riprendere lentamente ad avanzare, brancolando nel buio. Non un inno alla droga, solo la trasposizione sonora del suo incubo.

Se riuscite a sopravviverle tirerete un’ultima boccata d’aria da There She Goes Again, molto folksy e melodica, con un attacco rubato di peso da Hitch Hike di Marvin Gaye e un testo che invece di dolce ha poco o niente e da I’ll Be Your Mirror, canzone di amore devoto scritta da Lou per una sua fiamma e spentasi tra le pronunce imperfette di Nico, ultima oasi di tranquillità prima della violenza scura e contorta di The Black Angel’s Death Song ed European Son, dedicata a Delmore Schwartz.

La prima vive dello stridente incedere della viola elettrica di John Cale, straniante e vorticosa, la stessa che ha fatto arricciare i nasi ai papponi della Elektra e costretto la band ad accasarsi altrove e che invece è la rappresentazione urbana ma non meno terribile del maelstrom di Edgar Allan Poe. La seconda è un’elevazione a potenza del delirio musicale dei Velvet Underground. Otto minuti (ma in alcune edizioni del vinile il minutaggio degli ultimi due pezzi è invertito, NdLYS) di assoluta improvvisazione free che spostano i confini dell’accessibile in una terra confusa ed alienante.

European Son è la totale distruzione del rock e la sua ricomposizione attraverso canoni di totale abnegazione di una qualsivoglia forma precostituita. Tribalismo percussivo, anarchia totale, feedback incontrollato, deflagrazione sonora, catarsi ritmica fanno parte di un unico progetto di autodistruzione simulata.

Sopravviverle è una sfida ai sensi e ai nervi.

Come assistere inermi ad un nuovo Big Bang generatore di mostri, come tuffarsi in una corsa contro il tempo e le sue regole.

The Velvet Underground and Nico è il rock. La sua dannazione e sublimazione, la sua poesia ed il suo fragore.

La sua ascesa e la sua caduta. Estasi, delirio, inizio e fine, nascita e morte.

E resurrezione.

                                   

                                                

Titolo bianco-anzi-bianchissimo e copertina nera-anzi-nerissima per il secondo disco dei Velvet Underground.

È l’insegna della clinica newyorkese dove il rock ‘n roll degli anni Sessanta viene ricoverato nel 1968 per uscirne cadavere.

Non prima di venire seviziato, torturato e amputato a dovere.

The Velvet Underground and Nico era stato un suicidio commerciale.

White Light/White Heat ha tutta l’aria di essere un suicidio e basta.

Perché è un disco altrettanto violento ed oltraggioso ma stavolta è orfano di qualsiasi patrocinio “di classe”: Andy Warhol e Nico hanno accompagnato la barella fino al corridoio della sala operatoria, poi hanno abbandonato l’ospedale lasciando l’equipe dei dott. Cale e Reed libera di tormentare quel corpo agonizzante.

White Light/White Heat è un abominio di crudeltà. Liriche e musicali.

Speed, chirurgia transgenica, decapitazioni, drag queens, pompini, omicidi, sborrate, sangue.

Non manca niente della “poetica” Reediana dentro questo disco che è un abuso alle orecchie vergini degli adolescenti dei Sixties. Una roba da voltastomaco che costringerà Cary Kellgren a chiudersi in bagno a vomitare al terzo minuto e mezzo di Sister Ray, lasciando la band nell’ anarchia per altri quattordici minuti, con le manopole girate al massimo, l’organo stuprato dalla distorsione e nessun’ombra di basso. Nessuna regola. Perché non si registrerà nessun’altra take per quel pezzo. Ognuno faccia ciò che vuole. Ognuno per sé e per nessun altro.

Perché loro sono i Velvet Underground, non i Tre Moschettieri.

È un disco che richiede fegato e volumi altissimi malgrado nessun moccioso figlio di puttana potrà mai ascoltarlo se non con i potenziometri al minimo quando a casa girano mamma e papà. Perché qui non c’è I Want to Hold Your Hands ma un branco di marinai che abusano di otto trans e ne fanno a pezzi qualcuna.

E neppure quando l’impianto hi-fi di casa è spento sanno bene dove nasconderla quella cazzo di copertina nera come il veleno, in mezzo a quella discoteca casalinga piena dei colori abbaglianti dell’ estate dell’amore e dell’iridescente beat anglosassone.

John Cale ha lasciato a casa la viola e sul nuovo album si diverte a massacrare tastiere e basso o a cantare impassibile alcune delle liriche più bizzarre di Reed come The Gift macabramente ispirata a The Lottery di Shirley Jackson o l’operazione chirurgica di Lady Godiva‘s Operation.

Tutto (ad eccezione della brevissima Here She Comes Now che taglia idealmente in due il disco) è hard qui dentro: linguaggio e musica sono le cose più devastanti e oltraggiose che l’America possa tollerare all’epoca. Provate a sentire l’assolo di chitarra che squarcia la carne di I Heard Her Call My Name, il basso tridimensionale e free di Cale sulla coda della title-track, la tastiera mastodontica che sommerge come un immenso schizzo di sperma il corpo sfatto di Sister Ray, il disgustoso impasto di chitarre che cola su uno dei due canali stereo di The Gift mentre John Cale racconta con la flemma di un imbonitore televisivo la storia carica di humour nero di un improbabile “regalo” giunto alla fidanzata di un tal Waldo Jeffreis: cos’altro c’è di così morbosamente eccessivo e pesante in quel 1968 che doveva essere l’alba del nuovo mondo e che invece è l’anticamera dell’abisso?

Buona immersione.

L’ossigeno nelle bombole è quasi terminato.

Ho paura che stavolta dobbiate fare senza.

 

Nel Novembre del 1968 qualcuno entra nei TTG Studios di Hollywood mentre i Velvet Underground stanno registrando il loro terzo disco  e spegne tutti gli amplificatori.

Maureen Tucker crede sia semplicemente saltato il contatore e continua a picchiare sui tamburi.

Sterling Morrison pensa sia lo scherzo di Val Valentino, l’ingegnere del suono della TTG.

Doug Yule, il nuovo arrivato, crede sia il fantasma di John Cale arrivato a turbare le sessions. Poi guarda Lou Reed, ancora una volta, e anche lui continua a suonare.

Lou Reed, seduto al centro della sala, pensa semplicemente sia Gesù Cristo in persona.  Scrive una canzone in suo onore, e continua a suonare.

Non è stato esattamente così, ma è così che potete immaginarlo, il terzo album dell’ex band più rumorosa di New York. Dopo l’uscita di White Light/White Heat lo scontro di ego tra Reed e Cale ha passato ogni soglia di tolleranza e i Velvet sono una nave allo sbando con al timone due capitani. Lou Reed vira barra a dritta verso le acque quiete delle coste, John Cale quando può cerca di virare verso le onde anarchiche del grande oceano del rumore. La ciurma resta zitta, subendo ora gli ordini dell’uno, ora quelli dell’altro, limitandosi a vomitare a tribordo. Quando la nave approda sulle coste californiane il capitano Lou intima all’altro di scendere. Al porto di Long Beach c’è già qualcuno pronto a prendere il suo posto: un marinaio ventenne di Long Island che si è già imbarcato su alcuni mercantili al largo di Boston e che ora Lou Reed vuole ai suoi ordini. Lou non vuole ammutinati sulla sua nave. E’ stanco di fare il pirata. Vuole circondarsi di gente che lo adora. Di gente che non distolga lo sguardo da lui, come fanno Doug e Moe sulla copertina del terzo album dei “suoi” Velvet Underground.

Lou ricambia l’adulazione di Yule riservandogli addirittura l’apertura dell’album.

L’anno successivo gli concederà addirittura di portare il suo giovane fratellino a sostituire temporaneamente Maureen dietro i tamburi.

Il terzo album dei Velvet è, in pratica, il primo album di Lou Reed. Orfana della visione anarchica di John Cale e con un totale abbattimento della soglia del rumore, la musica del quartetto rimane implume e vulnerabile. E’ un disco che affonda nella malinconia struggente di Pale Blue Eyes, nell’ordinarietà country di That‘s the Story of My Life, nell’invocazione gospel di Jesus, nel siparietto di After Hours e nella soporifera ballata di Candy Says con le sole Beginning to See the Light e The Murder Mystery a cercare di replicare, senza riuscirci, lo slancio di There She Goes Again e la follia di The Gift.

Nonostante sia considerato uno dei dischi più influenti della storia (molto più verosimilmente per l’irriproducibilità dei primi due, NdLYS) The Velvet Underground è disco che non riesce a penetrare la carne limitandosi ad accarezzare l’epidermide. A volte così teneramente da indurre a dolci sonni.

 

MGM SE-4641.

Ci fosse stato Carlo Lucarelli ai vertici della MGM, in quel lontano 1969, avrebbe detto a Lou Reed e soci “segnatevi questo numero, ci servirà più avanti”.

In quell’anno invece, sfortunatamente per loro, ai vertici della MGM viene messo un certo Mike Curb. Un tirapiedi di Ronald Reagan che vuole mettere al bando gli artisti che fanno l’apologia delle droghe. Velvet Underground e Mothers of Invention vengono quindi simpaticamente messi alla porta, nonostante entrambi abbiano un disco già pronto.

Del quarto album dei Velvet Underground ci resta dunque solo un numero di catalogo che è quello citato qualche riga sopra e il cui contenuto, sommato a qualche traccia inedita con John Cale ancora in formazione, verrà stampato molto più tardi su due lavori postumi, bellissimi e complementari come VU e Another View, pubblicati quindici anni dopo l’uscita della band dalla storia attiva del rock ‘n roll e dieci anni prima della loro investitura ufficiale nella Rock and Roll Hall of Fame.

A quel punto della storia però (siamo nella metà degli anni Ottanta) i fanatici dei Velvet hanno già familiarizzato con quel repertorio più volte vittima di sciacallaggio e di riletture in proprio da parte del Lou Reed solista.

Canzoni su cui si è a lungo favoleggiato e che qui, grazie al sapiente lavoro di remissaggio, brillano in tutto il loro splendore Vantablack™: Can’t Stand It, Lisa Says, Ocean, Foggy Notion, I’m Sticking with You, We’re Gonna Have a Real Good Time Together, Ride into the Sun, Hey Mr. Rain, Guess I’m Falling in Love, Coney Island Steeplechase, Rock and Roll suonano ancora di una attualità stilistica sconcertante.  

Come fossero state registrate ieri.

O come se il mondo intero si fosse fermato ad aspettarle, avvertendone un disperato bisogno.

                                                               

Scongiurato il rischio di ammutinamento da parte di John Cale con l’arruolamento di Doug Yule, Lou Reed abbassa le sue difese senza rendersi conto che è proprio Doug a voler prendere in mano la ciurma e inabissare la nave dei Velvet Underground tra le onde del più banale rock americano. Se ne rende conto una volta ultimate le registrazioni di Loaded, nell’Agosto del 1970. Quando Steve Sesnick gli consegna in mano le bobine coi provini del nuovo album: è proprio allora che Lou si rende conto che quella che credeva la sua band è diventata la band di Doug Yule.

Reed non è più accreditato come il songwriter principale e l’ego di Yule esplode nel tentativo di oscurare la forza di quello che fino all’anno prima era stato il suo guru.

Doug riesce pure a coinvolgere il fratello Bill nella registrazione del disco approfittando dell’assenza per gravidanza di Moe Tucker.

È a quel punto che Lou Reed decide di abbandonare la nave.

Anni dopo ripudierà in toto quel disco, nonostante è da lì che prenderà in prestito i purosangue del suo repertorio solista: Sweet Jane e Rock ‘n Roll, allungate a otto e dieci minuti faranno brillare l’ordigno di Rock n Roll Animal, pochissimi anni dopo.

Il suono di Loaded, assecondando i desideri di Yule e le ambizioni della Atlantic che li ha accolti nella sua piccola sussidiaria Cotillion assicurandosi i servigi della band per due album ma pretendendo una svolta commerciale che giustifichi la cifra posta in calce al contratto, ha un suono del tutto docile e inoffensivo.

Ogni riferimento alla droga e alla cultura sado/maso è stato spurgato e la musica si dibatte innocua tra l’ottimismo beatlesiano di Who Loves the Sun, il country di Lonesome Cowboy Bill, il rock ‘n roll motociclistico di Train Round the Bend, il doo-wop di I Found a Reason, gli echi southern rock di Oh! Sweet Nuthin’, il ballatone stonesiano di Cool It Down e le tristi luci da camerino che illuminano New Age.

Eppure, nonostante faccia di tutto per scontentare l’audience tossica che aveva seguito i primi passi della band newyorkese, nonostante sia stato assemblato e costruito per vendere e per lanciare i Velvet nell’overground con la speranza di lasciare per sempre le anguste, clandestine e fatiscenti strade metropolitane, nonostante suoni disintossicato e allegro come nessuno avrebbe mai potuto immaginare ai tempi di Heroin, Black Angel’s Death Song, The Gift, Sister Ray o Lady Godiva‘s Operation, nonostante si mostri appannato proprio mentre cerca di sfoggiare il suo sorriso migliore, Loaded resta un grande disco, addirittura superiore all’osannato disco omonimo che lo ha preceduto. Un albo che non accampa nessuna pretesa di avanguardia artistica, che non si porta addosso nessuna maledizione, che non vuole ridefinire nessun canone.

Un disco di canzoni. 

Voi invece che tipo di dischi preferite comprare?

                                                                                     

La pubblicazione e il relativo buon successo del Live at Max’s Kansas City nel Maggio del 1972 convince Sesnick che si può spremere ancora qualcosa dai Velvet Underground, nonostante di fatto la band non esista più. Del resto nessuno della ciurma ha rivendicato i diritti sul nome e quindi lui può serenamente presentarlo alla Polydor e far firmare un nuovo contratto a Doug Yule, che può in tutta tranquillità  riportare qualche bell’aneddoto per dimostrare che si, lui fa parte dei Velvet Underground.

Che sappia scrivere delle canzoni o meno, è un fatto del tutto secondario. I “nuovi” Velvet Underground vengono assemblati a tavolino, come un parcheggio della Lego®. In realtà a registrare in gran segreto Squeeze è il solo Yule con l’aiuto di Ian Paice dei Deep Purple. Lontano da New York.

Ne viene fuori un disco talmente distante da tutto quello che i Velvet hanno fatto in precedenza che lo stesso Yule si scuserà anni dopo per averlo registrato e pensato in quella maniera, divorato dal rimorso come un Giuda che non riesce a gioire dei trenta danari che gli sono stati messi in mano, dichiarando addirittura di aver dato via le sue copie, pur di non tenerlo in casa.

Ma cosa c’è dentro il tubetto di Squeeze? Un rock ordinario, a cavallo fra il composto rock rurale che sta uscendo fuori dalla California di quegli anni (Eagles, Jackson Browne ma anche gli ultimi Doors) e il boogie woogie srotolato sul pianoforte dagli ultimi Beatles, dai Kinks post-beat e da Elton John che sottolinea senza particolare nerbo una carrellata pressochè infinita di personaggi (Caroline, Jack, Susie, Louise, Dopey Joe, Jane), secondo la tradizione di Lou Reed.

Nulla con cui ci si può ferire.

Niente aghi, niente fruste, niente coltelli.

Neppure un tacco a spillo.

Resta solo un po’ di velluto. Neppure del più pregiato.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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3 thoughts on “THE VELVET UNDERGROUND – Il “buco” nero

  1. Cavolo bel post !
    Ne ho letti di robe sui VU questo è proprio forte, concentrando la lettura sull’arte dei VU.
    Bravo che in pratica non hai tirato in ballo Andy!

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