RADIOHEAD – A Moon Shaped Pool (XL)  

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Discograficamente un anno decisamente impegnativo questo 2016. Un calendario perpetuo di esordi e rientri in scena che non conosce soste. Quello dei Radiohead (preceduto da una temporanea sparizione dalle piattaforme social che ha generato una cascata di reazioni a catena, ad indicare che molti, moltissimi occhi erano puntati su di loro) occupa la casella dell’8 Maggio, anche se il disco sarà disponibile solo all’inizio dell’estate, dando fisicità a ciò che è invece divenuto sempre più impalpabile e cangiante. Tanto da lasciar supporre con buoni margini di precisione che a quella data, le canzoni di A Moon Shaped Pool saranno già diventate altro, cosa che è già da quando la band le ha presentate per la prima volta su un palco.

Più di cinque anni di attesa dunque, dal precedente The King of Limbs. Ben tre lustri da quando hanno lasciato la terra e si sono messi tra noi e le nuvole a far piovere.

Ora, raccolgono molta di quella pioggia in questa piscina. E ci chiedono di bere.

Dentro queste acque lunari si muovono undici pesci dal corpo vitreo e dardeggiante.

Undici canzoni bellissime dove ricami acustici che sembrano evocare Skip Spence, Nick Drake, João Gilberto, Motorpsycho e Zeppelin, crepitii e sbuffi elettronici, bassi plumbei, boccioli di pianoforte fioriti sotto una primavera lunare e la solennità triste degli archi vanno a conciliarsi col piagnisteo di Thom Yorke creando maestose e prismatiche cattedrali moderne come Ful StopThe NumbersPresent TenseDecks Dark e Desert Island Disk.

 

Un acquario pieno di meduse e coralli dove si può decidere di tuffarsi ad affogare.

Con in testa non una ma un buon paio di cuffie.

E i vecchi amici lì fuori, a battere sul vetro credendo tu stia bluffando, come sempre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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Fortuna e le camere mute che cantano

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Il palazzo della povera Fortuna Loffredo lo hanno chiamato “il palazzo dell’orrore”, in una specie di esorcismo collettivo per raccontarci che questo condominio dove si violentano bambini (almeno cinque) e si ammazza chi non ci sta (almeno una, Fortuna, ma forse anche Antonio Giglio pure lui caduto da un terrazzo) è un non-luogo isolato dal contesto, una Cajenna fuori dalla normalità. Però viene qualche dubbio. Viene qualche dubbio guardando la disinvoltura con cui la sessualità dei bambini, e pure il loro palese abuso, vengono messi in scena dal sottomercato più fiorente a Napoli, quello della musica neomelodica, che da anni lavora sull’evocazione della seduttività infantile. E non si parla di adolescenti ma di bambine delle elementari, otto o dieci anni, vestite e truccate e sculettanti come piccole adulte, che con i loro video fanno migliaia di condivisioni sul web.

Una di queste clip (https://www.youtube.com/watch?v=F48SKFFuVAI) risalente a qualche anno fa (fece scandalo, ma poi tutto finì con un paio di articoli sul Mattino) sembra una mostruosa anticipazione della tragedia di Fortuna, corredata dall’invito all’omertà e dall’esaltazione della giustizia fai da te. La protagonista è una baby cantante tra le più popolari battezzata Piccola Anna, violentata e picchiata dall’amico della madre, e vale a poco il cartello finale del filmato in cui si invitano i bambini a “non fidarsi dei pitofili” (la parola pedofili è stata pure stemperata con una parodia) perché sono evidenti gli obbiettivi della atroce sceneggiata: solleticare la morbosità e il voyeurismo rappresentando una situazione proibita ma al tempo stesso ritenuta intrigante. La Piccola Anna è molto simile a Fortuna: ha gli stessi capelli biondi, la stessa età, gli stessi colori. E chissà quante bambine o bambini avranno guardato questo video desumendone una sorta di “normalità” dell’aggressione sessuale in famiglia, oltreché l’aperto messaggio a non confidarsi mai con estranei (e figuriamoci con la polizia).

Visto dall’angolatura di questo video il palazzo dell’orrore comincia ad assumere connotazioni più ordinarie, meno eccezionali. Una storia come tante, verrebbe da dire, giacché la caratteristica della canzone neomelodica è proprio il racconto di storie “normali” – amori, tradimenti, partenze, ritorni, liti, abbracci – caricate del surplus sentimentale della musica e della sua carica drammatizzante.
Così come “normale” sembra l’adultizzazione dei bambini, di cui tanto si è parlato dopo la provocazione di Corrado Augias, alzando scandalo per affermazioni giudicate esagerate o intempestive. Anche qui due video, tutti e due molto cliccati in rete (uno fu anche oggetto di un servizio delle Iene): la Piccola Anna, sempre lei, che sculetta per i vicoli di Napoli minacciando un suo corteggiatore e il piccolo Lucio, più o meno dieci anni, sul letto con la sua fidanzatina invitata a levarsi la minigonna e a “fare l’ammore”.

In una cultura, la nostra, che si indigna giustamente per l’orrore delle spose bambine del Pakistan o degli Emirati, queste “amanti bambine” – prodotti trash del mercato dell’abuso e dello sfruttamento dell’infanzia, non meno delle lavanderie ottocentesche di Dickens – sono non solo tollerate, ma diventano fenomeni pop. Basta cliccare su Youtube con la voce di ricerca “baby neomelodici” per verificare l’ampiezza del fenomeno, dietro al quale si muove un’imprenditoria stracciona ed affamata di concorsi, talent, siti specializzati, Cd. E forse non c’è un collegamento diretto con quel palazzo dove i bambini erano merce e molti adulti ci trafficavano intorno senza forse neanche rendersi conto dell’orrore delle loro azioni. Ma quando la produzione di video così diventa fenomeno di massa è evidente che l’idea dell’infanzia come età dell’innocenza ha subito uno stravolgimento profondo, forse irreparabile, su larga scala.

Il palazzo degli orrori probabilmente è molto più largo, e inesplorato di quello che crediamo e non basteranno a bonificarlo gli arresti e le condanne per un singolo caso.

Bambini che dovrebbero giocare con le bambole o con le biciclette che parlano di sesso, stupro, gelosia, passione, e che per questo diventano piccole star, probabilmente modelli, per i loro coetanei: le femmine a otto anni truccate e agghindate come ragazze, i maschi spesso con la pistola nel comodino, pure loro a otto anni. Nelle molte interviste che ho visto con i genitori (sul web si trovano anche queste, sono ricercatissimi e suscitano grande curiosità con i loro consigli) non una madre o un padre che mostri un qualche imbarazzo. Il cachet medio delle esibizioni in piazza è 100 euro. Per cantare a una festa di comunione o per una serenata anche 150. E bisogna sbrigarsi a fare cassa perché, crescendo, l’effetto non sarà più lo stesso: superati i dieci anni si entra in categorie più concorrenziali e meno redditizie.

L’ammiccamento sessuale dei bambini, evidentemente, vale più di quello degli adolescenti e degli adulti. Povera Fortuna. Poveri loro. Poveri noi. Il palazzo degli orrori probabilmente è molto più largo, e inesplorato di quello che crediamo e non basteranno a bonificarlo gli arresti e le condanne per un singolo caso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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