ALMAMEGRETTA – EnnEnne (Good Fellas)  

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Quella degli Almamegretta è stata, in ambito artistico, una delle più grosse sconfitte nazionali che l’Italia ricordi. Destinata a scavalcare le frontiere, la musica del combo napoletano non è riuscita ad imporsi in maniera decisa fuori dai confini nazionali, un po’ per vincoli contrattuali, un po’ a causa del destino beffardo, un po’ per pericolosi seppure non definitivi vuoti d’aria ispirativi, un po’ per una serie di scelte artistiche che hanno finito per sciupare la forza di quella testa d’ariete che la loro musica bastarda aveva in corpo e che hanno alla fine smorzato gli entusiasmi anche al popolo italiano che ha in parte voltato le spalle agli Alma. Le loro produzioni, da ormai più di un decennio, sono diventati prodotti di nicchia e l’ostrica perlifera ha richiuso la bocca continuando a secernere in mari sempre più affollati da gente distratta. La loro apparizione Sanremese che ufficializzava pubblicamente il rientro nei ranghi del Rais è rimasta nella memoria collettiva più per la scelta di non partecipare alla serata del venerdì e giustificata, al di là delle strumentalizzazioni, dalla fede ebraica cui il cantante si è convertito ufficialmente. La loro discografia, anche su un sito maniacale come Discogs, ha delle lacune nozionistiche paurose. Insomma, come dicevo in apertura, una sconfitta.

EnnEnne esce adesso in autoproduzione ed è il secondo album in studio dopo la reunion di quel che resta del nocciolo storico degli Almamegretta. Non so che risonanza avrà e quando verrà inserito nel sito ufficiale della band che non viene aggiornato da due anni buoni.

Il titolo è un ovvio riferimento a quella natura meticcia che ha sempre contraddistinto l’anima della band, un acronimo che i meno giovani ricorderanno probabilmente di aver visto sulla carta d’identità di qualche parente.

Molto di quel suono meticcio in realtà è sfumato via con la tragica morte di D.RaD e quella che si respira qui dentro è aria napoletana mista a ritmi giamaicani, tenuti assieme dalla mano sapiente di Adrian Sherwood. Una versione meno sanguigna o forse solo un po’ più malinconica dei vecchi Almamegretta, con Scatulune a prendere il posto di Sanghe e Anema, la cover di Ciucculatina d’a ferrovia a prendere quello di Nun te scurdà, Musica Popolare a tentare quelle sfumature nella musiche tradizionali che furono la formula vincente di Sanacore e il ritornello di Karmacoma che torna come un fantasma su Curre Core, all’epoca regalata proprio ai Massive Attack per quel remix epocale. L’impressione che se ne trae è di una band che ha ormai finito di rivoluzionare il proprio suono (come era invece accaduto nella successione storica dei primi anni) e che ha scelto di adagiarsi con grandissima dignità su se stessa. Di schiena. Guardando le stelle che si specchiano sul mare di Margellina e sognando di stare con le spalle appoggiate sulla sabbia di Negril.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SPENCER DAVIS GROUP – Their First LP (Fontana)  

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Il primo “turno” di registrazioni per il gruppo messo su a Birmingham nell’Agosto del ’63 dal chitarrista Spencer Davis e da due talentuosi fratelli fanatici del jazz e dell’R&B americano che rispondono ai nomi di Mervyn e Stevie Winwood è fondamentalmente un giro di rodaggio sui circuiti di musica nera in cui la band esercita la propria tenuta di strada ad inizio carriera. È lo standard di molti “album” dell’epoca, quella di “testare” la prestazione di una band mettendo su un album il singolo fortunato e circondandolo di cover più o meno occasionali che servano a definirne i contorni culturali e stilistici. Sarà così un po’ per tutti, dagli Stones ai Them, dagli Animals ai Pretty Things, dagli Yardbirds ai Beatles.

La band di Spencer Davis non si sottrae alla regola.

Il “loro primo album” serve per esibire la capacità di confrontarsi con numeri di rhythm ‘n blues buono per le sale da ballo (I Can’t Stand It, Searchin’, Jump Back, Midnight Train), per i palchi dei club dove qualche teppista va a rifugiarsi per sentire la musica del diavolo (My Babe, Dimples) o per tormentarsi l’anima in perfetta solitudine (Every Little Bit Hurts e il primo grande numero dell’allora sedicenne Steve Winwood come It Hurts Me So).

È l’inizio di una ascesa veloce e folgorante che con gli aggiustamenti e gli abbinamenti voluti da Chris Blackwell produrrà a breve alcuni dei più grandi successi della stagione.

Qui, si prepara soltanto il campo alla prossima mietitura.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THEE HYPNOTICS – Soul, Glitter & Sin (Tales from the Sonic Underworld) (Situation Two)  

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Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big Fix, Point Blank Mystery, Soul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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