TUXEDOMOON – Give Me New Noise: Half-Mute Reflected (Crammed Discs)

Half-Mute è la prima compiuta sintesi espressionista tra gli studi di musica elettronica che Blaine L. Reininger e Steven Brown stanno seguendo con profitto al City College di San Francisco e le avanguardie free jazz e la pre-wave di Brian Eno, Roxy Music, John Cale, Kraftwerk e David Bowie con cui ammazzano i loro pomeriggi mentre i loro coetanei scendono in strada a sventrare carcasse di auto e pisciare dalla ringhiera del Golden Gate Bridge.

Un disco che oggi soffre forse un po’ il peso degli anni ma che all’epoca, all’alba degli anni Ottanta e dopo le brucianti escoriazioni del punk, suonava come un delirante, illogico assalto alla musica contemporanea.

Half-Mute rappresentava allora un nuovo modo di essere ostili, utilizzando a proprio favore gli elementi della musica colta e cameristica ma ricontestualizzandola dentro le cornici inox delle nuove avanguardie giovanili.  

Con distacco, freddezza e imperturbabile cinismo.

Una rappresentazione moderna, una Biennale di arredamento musicale.

Half-Mute è, oggi come allora, un disco che non scalda.

Una tormenta di neve sintetica, come quella delle riprese del Dottor Zivago.

Agghiaccianti canzoni come 59 to 1Loneliness o 7 Years sembrano suonate da un reparto della Schutzstaffeln. Senza l’ombra di un sorriso, senza nessuna concessione al gioco.

Il preludio alle ambientazioni meno raccapriccianti del secondo album sono raffigurate dalla tromba che si stende sopra il basso sferico di Fifth Column, il pop meccanico di What Use?, il violino che batte le ali come una falena dentro Volo Vivace, e il convulsivo cigolio meccanico di KM/Seeding the Clouds.

Per celebrarne il 35mo compleanno Philippe Perreaudin dei francesi Palo Alto, da sempre fanatico della band californiana, decide di coinvolgere una dozzina di artisti in qualche modo affini a quel modo di sentire dei Tuxedomoon e, con qualche prezioso cameo degli stessi autori, mette insieme una edizione “speculare” di quel fantastico ed originalissimo debutto, proprio mentre i superstiti dell’avventura decidono di portare quelle canzoni nuovamente in giro per i palchi di mezza Europa.

Questi due omaggi paralleli convincono la Crammed Discs di ristampare dunque Half-Mute accompagnandolo con questa sua nuova immagine riflessa.

Non una ma ben due opere di grande estetismo sonoro dunque.  Interi stormi alati che sbattono il muso su intere pareti di vetro e di plastica. Half-Mute Reflected è infatti un ottimo compendio al disco originale, che ne rispetta lo spirito pur ridisegnandone le forme secondo il gusto degli artigiani che ne riforgiano il profilo.

Bellissima ad esempio la Fifth Column ridisegnata da Coti K. sulla linea di basso di Blaine Reininger così come la Loneliness che le mani di Cult with No Name immergono in uno spleen infinito o ancora il pulsante beat che accompagna il Volo Vivace di Steven Brown nella rilettura dei Palo Alto, lo zolfo liquido sparso da Foetus su What Use?, le zanne free jazz che sembrano uscire fuori dal corpo elefantiaco di KM/Seeding the Clouds, i bordoni elettronici nella Tritone suonata dagli Aksak Maboul di Marc Hollander che dei Tuxedomoon è amico di vecchissima data oltre che discografico di fiducia e la fantastica Crash (all’epoca retro di What Use?) rivista dalla Non Finito Orchestra in un funky degno dei primi Japan.

Dita che si muovono su vernici incrostate dal tempo, scalfendole.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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