THE CULT – Sonic Temple (Beggars Banquet)  

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Fra tutti i dischi dei Cult, Sonic Temple è quello che ascolto meno. Pur non avendo mai disprezzato la loro svolta hard rock di Electric, l’ho sempre trovato esageratamente mainstream nelle pose e nel suono, costruito con grandissima perizia ed abilità per conquistare il pubblico americano che, attraverso Appetite for Destruction, si è nuovamente scoperto innamorato dell’hard rock.

E Sonic Temple è il tempio costruito per accogliere questi nuovi fedeli e farli sentire a loro agio, con grandissime svisate chitarristiche (il bastone) e, quando ci vuole, una bella stemperata nel miele degli archi a fungere da carota secondo quel volgare cattivo gusto che è tipica degli americani e a cui cederanno quindi altri eroi del rock ‘n’ roll da strada come Aerosmith e Guns n’ Roses, passando del burro di arachidi sull’asfalto bruciato dagli Hell’s Angels (la carota). Una tecnica di approccio che Bob Rock, il produttore di un best-seller come Slippery When Wet di Bon Jovi conosce benissimo e che mette al servizio della band inglese, facendo di Sonic Temple un album da grandi arene e dei Cult i nuovi San Paolo venuti da terre straniere a riportare alle genti la novella del profeta Jimmy Page.

Il Tempio è stracolmo di gente. Uomini e donne si piegano ad ascoltare il Verbo in tutte le sue forme, anche quelle ausiliarie. Credendo di essere nel giusto.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Island)  

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Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, Db’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). A poche settimane dalla stampa, Stevens sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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