NOIR DÉSIR – des Visages des Figures (Barclay)

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L’11 Settembre del 2001 in Francia viene pubblicato quello che, per una serie di circostanze, è destinato a restare il canto del cigno della formazione più inquieta ed inquietante della musica francese.

Non un cigno qualunque dunque. Un cigno nero.

Dentro quel disco Bertrand Cantat descrive “Le Grand Incendie”.

Ovvio che tutti i giornali, ancora sotto shock per quanto successo lo stesso giorno alle Twin Towers, si occupino in sede di recensione di avanzare sinistri parallelismi tra quanto raccontato da Bertrand e quanto successo a New York.

Non sapevano ancora ovviamente che esattamente due anni dopo, l’undici Settembre del 2003, quel  grande incendio avrebbe incenerito la casa del cantante dei Noir Désir, divorandola completamente.

Era l’ultimo evento funesto di quell’estate maledetta inaugurata con l’omicidio della compagna Marie Trintignan per mezzo delle stesse mani di Bertrand.

L’estate in cui il grande ombrellone nero dei Noir Désir si sarebbe chiuso per sempre, pur continuando a proiettare la sua ombra sulle spiagge francesi ancora a lungo.

L’estate precedente invece era stata quella dei grandi castelli di sabbia, quella in cui il quartetto di Bordeaux era addirittura riuscito ad issare il tricolore francese in cima alle classifiche di vendita italiane, plagiate da una melodia più sibillina delle altre e dalla chitarrina di Manu Chao che soffiava sulla sabbia, rubando un angolo di pista al reggaeton. L’album invece non ce l’avrebbe fatta, a scalare quella vetta. Troppo scontroso e mutevole, troppo cuspide-di-scorpione per piacere alle donne che avevano solo voglia di olio di mandorle e gli uomini che avevano solo voglia di spalmarglielo, in quell’estate che come tutte le altre era un trionfo di ammiccamenti e aperitivi serviti sotto la luce delle torce a petrolio e delle candele alla citronella.

Troppe parole da dover decifrare, troppi strumenti che sembravano fare di malavoglia il loro lavoro. Troppe coincidenze. Troppi “ma chi sono questi qui?” cui dover rispondere senza avere la più pallida idea di cosa dire. Troppi specchi cui tentare di arrampicarsi. 

Meglio la birra col sale e il limone.

Meglio la lezione di zumba.

Meglio l’astice che dà l’illusione dell’aragosta.

Meglio il surimi che dà quella del granchio.

Meglio tenersi a una certa distanza. Che prima o poi l’ombrellone chiude.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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