THE DEVILS – Sin, You Sinners (Voodoo Rhythm)  

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Il tempo di capire chi te le sta suonando, e i Devils sono già andati via.

Rientrati in canonica. Ammazzando il tempo dell’attesa per le lacrime di sangue di San Gennaro facendo sanguinare il vostro naso.

Sin, You Sinners ha un tiro micidiale.

È un garage ‘n roll del tutto impreciso ed dozzinale, come la definizione appena data per descriverlo in maniera alquanto sommaria ed approssimativa.

Se infatti il garage e il rock ‘n roll dei Fifties servono per circoscrivere il raggio di azione della coppia napoletana, c’è da dire che i due si avventano letteralmente sulla materia sonora, torturandola fino a deturparne il corpo e spaccandone le viscere come in una mattanza ordinata da un qualche Dio malevolo. La presenza di qualche stomp come Coitus Interruptus e Drunk Town serve ad smorzare la tensione catastrofica di questi diciotto minuti di delirio di tamburi e distorsioni sopravvivendo ai quali potrete forse chiedere di essere accolti nella loro parrocchia. Genuflettendovi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SUICIDE – Alan Vega · Martin Rev (Ze)

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Esiste un intestino, dentro le viscere di New York, che collega il CBGB’s allo Studio 54. Un cunicolo di cemento e silicone che si snoda sotto l’asfalto di Manhattan. Dentro quel budello striscia, come una tenia, il secondo album dei Suicide.

Il disco dove Elvis piange lacrime di silicio e il rock crauto precipita sul tappeto impermeabile della new-wave d’Occidente generando una disco-music impassibile e meccanica.

È il suono ossessivo e strisciante di mille dita che ti tormentano i vestiti mentre ti muovi su una pista da ballo simulando la felicità menzognera del sabato notte.

Alan Vega singhiozza.

Martin Rev singhiozza.

Sono due blatte uscite in avanscoperta ad annusare l’odore della notte di Harlem.

New York si sveglia, turbata, dentro un incubo post-atomico, vomitata fuori dal tubo gastrico del demonio.

Fuori è buio.

Se non si vede il sole, deve essere ancora notte. La “band” invita tutti a tornare a ballare, Alan distribuisce ad ognuno un bicchiere di Bloody Mary e un pugno di cereali alla stricnina. Martin stringe alle caviglie dei ballerini delle tagliole arrugginite.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CHESTERFIELD KINGS – Surfin’ Rampage (Mirror)  

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Non il solito tributo “muto” alla musica surf ma un autentico esercizio di stile vocale, strumentale, scenografico alla musica californiana di Beach Boys, Four Freshmen, Jan & Dean. Come è ormai tradizione della band di Rochester, un cortocircuito temporale praticamente perfetto già dalla grafica e dalle foto di copertina, con la band agghindata a dovere dal taglio di capelli fino al tacco degli stivaletti e la tavola da surf sottobraccio come i fratelli Wilson nel ’64, quando il mondo sembrava bello così com’era e non si volevano fare rivoluzioni.

Surfin’ Rampage è dunque un disco-cartolina che, beffando il tempo, potrebbe essere stato spedito più di trent’anni prima da Santa Cruz, Princeton-by-the-sea, Cayucos o Pismo Beach. Nessuna nota fuori posto, nessuna sbavatura, nessuna armonia vocale meno che perfetta. Il gruppo sembra intrappolato nella sua stessa perfezione maniacale, appagato della sua identità di gruppo-replica seriale in grado di poter riprodurre qualsiasi cosa (il garage-punk, lo sleaze rock, gli Heartbreakers, i New York Dolls, gli Stones, il blues, la surf music) con una efficacia ed una dignità pari a quella originale. Manca però il “carattere”, quello che era emerso su dischi come Stop! e Don’t Open Til Tuesday e che è andato via via disperdendosi in operazioni nostalgia di gran prestigio ma su cui è ormai impossibile fantasticare.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – 7 (Stiff)  

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Una delle capacità migliori dei Madness è stata quella di riuscire a crescere, invecchiare assieme al proprio pubblico, rifiutando l’immagine di eterni adolescenti che molte popstar sembrano prediligere. 7 è il disco che arriva dopo l’abbuffata in levare di One Step Beyond… e Absolutely, omaggi al mondo esuberante dello ska e alla giovinezza. Dopo, con l’età adulta, arriva pure la consapevolezza della propria fragilità emotiva e della personale cagionevolezza fisica. E si cominciano a contare le assenze (Missing You, Memories, Shadows on the Sun) e le promesse fallite (Promises Promises). Ed è quello che succede anche ai Madness di 7.

Il “passo” si fa più cadenzato e malinconico, di quel frizzante che sa di bottiglia già aperta. Il “nutty sound” lascia posto a qualche svagata aria latina, a qualche rilassato ritmo reggae, a qualche trovata da balordaggine fra vecchi amici (Pac-A-Mac, Benny Bullfrog). I clown si ritirano nei camerini a fare una baldoria dai toni più dimessi, il carnevale si trasforma lentamente in un giorno più grigio (“mi sveglio al mattino, braccia e gambe mi fanno già male. Fuori il cielo è grigio e umido, così inizia un’altra stanca giornata”). E la parata di personaggi del libro dei Madness si carica di gente afflitta e ammalata, come il protagonista di Cardiac Arrest o la povera Mrs. Hutchinson che “non passerà la settimana” a causa del suo cancro.

7 fotografa i Madness in un momento di passaggio cruciale, “un passo avanti” rispetto alla filiazione allo ska dei primi due dischi e pronti al grande arrembaggio alle classifiche che avverrà di lì a breve. Il punto esatto da cui non si può più tornare indietro. E da cui infatti i Madness decideranno di lanciarsi sulla grande rete a molla del pop, senza mai cadere fuori dal suo margine in maniera scomposta. Diventando da grandi burloni, perfetti gentlemen. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RACHEL’S – Music for Egon Schiele (Quarterstick)  

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La camera è piccola.

Arredata con ingombranti e polverosi mobili rococò.

Come di un’aristocrazia appassita.

Alle pareti le tele ammuffite sudano di carboncino e di ematite.  

Rachel Grimes è seduta al pianoforte, addossata ad una parete. Piccoli fasci irregolari di luce le trafiggono il fianco, come piccole lame spuntate.

Attorno a lei i suoi amici si stringono in una coorte di viole e violini che si schiudono come corolle. E sembrano scrollarsi la polvere e uncinare qualche piccolo tremore di luce, lì dove la luce si lascia uncinare.

I fantasmi sembrano cenciosi mucchi di felicità accatastati come lenzuola stinte, disidratate dal tempo, sconfitte nell’attesa di ospitare un riposo che non verrà.

Fuori gli alberi si curvano, appesantiti dal vento, scontando la loro pena.

Da dietro le persiane Schiele ne spia la curva greve e fossile, temperando un altro bastoncino di carbone.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE HORRORS – Strange House (Loog)  

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Ai più smaliziati fanatici del garage-punk psicotico degli anni Sessanta e delle sue successive reincarnazioni il debutto degli Horrors non provocherà chissà quali polluzioni. Al monocromatico look da becchini e alle variazioni horror sulla musica beat ci avevano abituato, con depravazione ben maggiore, i Gruesomes, i Gravedigger Five e i Fuzztones, tanto per nominarne un paio. I quali, è auspicabile, venderanno qualche copia in più dei loro dischi in virtù dell’hype generato da Strange House. Così come è probabile che qualcuno andrà a profanare il sepolcro di Screaming Lord Sutch incuriosito da una versione di Jack the Ripper che, nonostante non sia affatto la prima e affatto la migliore, potrebbe rivelarsi del tutto nuova alle orecchie vergini di molti ragazzini. E questi, anche se ascrivibili alla voce “effetti collaterali” sono i pregi migliori di questo disco. Il resto suona come una nidiata di pipistrelli che svolazzano attorno ad un garage-punk abbastanza dozzinale ed ordinario. Spalmabile, come la crema alla nocciola. Con in regalo le figurine della Famiglia Addams e di The Munsters.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PUBLIC IMAGE LTD. – Flowers of Romance (Virgin)  

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L’intransigenza artistica di John Lydon si spinge ancora oltre gli orrori di First Issue e Metal Box porgendo sul tavolo della Virgin una beffa travestita da boquet di fiori intitolata Flowers of Romance. I Public Image trascinano il post-punk giù per le scale dei Townhouse Studios e ne registrano il rumore.

Nessuna canzone, dentro il terzo album dei Public Image. Solo un gran fracasso di pentolame e un malato di meningite che farnetica sbattendo le porte.

Il terzo Public Image è l’apoteosi dei tamburi e di Nick Launay che quei suoni riesce a catturare con una focalizzazione dello spettro sonoro quasi fotografico, tanto da stuzzicare gente dal palato non proprio facile come Kate Bush e Phil Collins. Avete presente quel pattern che “veste” quasi per intero In the Air Tonight? Ecco, anche se l’accostamento tra l’eleganza nerovestita da Collins e i deliri psicopatici di Lydon sembrano oltremodo azzardati, tutto inizia proprio da qui, dalla follia terminale di un disco invendibile come questo, sgombro di ogni frivolezza, austero nella sua anarchia severa. Un treno di latta che sfreccia traballando sui binari scardinati di una musica incollata a fatica, metafisica, volubile, privata di qualsiasi legame molecolare. Flowers of Romance è la certificazione dei Public Image come elemento deviato nella tavola periodica del dopo-punk inglese.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PINK FLOYD – The Dark Side of the Moon (Harvest)  

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The Dark Side of the Moon è il disco con cui i Pink Floyd cominciano ad arruolare i propri sudditi. Il disco con cui li condannano ad essere loro prigionieri fino alla fine dei tempi, costruendo attorno a loro una gabbia dorata. Un’opera d’arte così perfetta che provochi loro la sindrome di Stendhal, l’offerta irrinunciabile di un viaggio alla scoperta del lato oscuro della luna che svela il suo inganno solo a tragitto concluso, nello stesso attimo in cui il loro cuore batte all’unisono con il respiro universale: non c’è nessun lato oscuro, sulla Luna. Essa è tutta buia. A portare la buona novella non è il capitano. E neppure un membro dell’equipaggio. Un semplice uomo comune vestito da portiere.

Ma ormai è troppo tardi.

La luna pinkfloydiana, a differenza di quella altrettanto rosa dipinta da Nick Drake appena un anno prima, è diventata una terra popolosa. Abitata da schiavi felici di esibire la propria schiavitù al tempo, al denaro, alla malattia e alla morte.

Poco, nulla importa che artisticamente, più che il trionfo degli stessi Pink Floyd, The Dark Side of the Moon sia l’apoteosi dell’alchimista Alan Parsons, abilissimo a misurare e dosare ogni ingrediente con la severità infallibile di uno speziale eliminando ogni sbavatura dal suono della band, riempendo ogni piccolissima crepa, smussando ogni spigolo, tenendo sotto continuo controllo le valvole d’ego pronte ad esplodere e soprattutto abbellendo l’architettura con talmente tante suppellettili da farla somigliare ad una sorta di antico, immutabile, sacro monumento funebre impossibile da profanare sfuggendo illesi da qualche sorta di maledizione.

Lo scarto stilistico con le precedenti opere della band appare dunque enorme, incolmabile, la follia diventa la parola chiave per decifrarne il percorso ma la sua evocazione è avvolta in una patina di compostezza esasperata e di equilibrio geometrico da risultare ingannevole e subdola.

Per anni il disco verrà usato per testare gli impianti di alta fedeltà più che come setaccio per separare il nostro lato oscuro da quello che gli altri credono di veder brillare quando il sole ci illumina fra l’ora prima e l’ora nona. E che noi siamo ben felici di offrire loro come pane che sazi un qualche bisogno di fame. Gabbando noi stessi e gli altri. Calpestando la superficie della luna, senza che nessuno si accorga che il nostro corpo non proietta più alcuna ombra.

     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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IVANO FOSSATI – Discanto (Epic)  

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Nonostante le innumerevoli onde che battono impetuose sulla sua battigia, è il deserto il vero protagonista di Discanto, capolavoro italiano della musica d’autore dato alle stampe nel 1990 da un Fossati sempre più esploratore.

Deserto come luogo della memoria, come smarrimento assoluto e inevitabile, come condizione estrema subìta o rincorsa con accanimento, come elemento ineluttabile da cui far affiorare la propria solitudine ma anche il proprio prestigio interiore unico, universale, prezioso.

La propria singolarità schiva ma fiera. Eroica. Luminosa.

Anime predestinate a restare sole. Anime “che aspettiamo in cima al mistero di essere così soli”.

È, insomma, lo zampillo di acqua sorgiva che defluirà anni dopo nel capolavoro di Anime Salve, condiviso con quello spirito in molti tratti affine di De André.

O di quell’acqua il miraggio, che come una Fatamorgana distorce l’orizzonte e altera la percezione delle distanze e del tempo fino a far loro assumere dimensioni intollerabili (il passo con cui avanza Discanto, gli Italiani d’Argentina che continuano a chiedere “ci sentite, da lì?”, la clessidra immobile che segna la staticità temporale di Passalento) e che pure è elemento da attraversare, ancora una volta, come già successo nelle visioni panamensi di qualche anno prima, per approdare a qualcosa che del porto abbia almeno la forma se non proprio l’abbraccio, sbracciandosi perché un qualche Dio o una qualche Madonna “che appare e scompare” si accorga della nostra bandiera o del brandello che ne rimane.          

E se proprio non dovesse scorgerci, sacrificare sé stessi alla malasorte o ad un Dio malevolo che di accoglierci ha una voglia pari alla nostra brama di essere ascoltati.

O arredare quel deserto con un piccolo arsenale di temporali per tirar di scherma con la grandine e alzando gli occhi al cielo per imprecare, vederlo piangere un pianto di ghiaccio.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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