SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Carnevale Gotico

Il primo gemito dei Banshees non è un vagito ma un urlo.

Del resto, in mezzo al frastuono del punk per farsi sentire lo si deve fare ad altissima voce.

Ma l’esordio dei Banshees riesce ugualmente a farsi sentire.

Un caos nel caos.

Un rogo medievale allestito nella Babilonia punk.

Chitarre sbrindellate e metalliche che accompagnano la strega Siouxsie verso il patibolo mentre dalla fortezza risuona un’intera marcia trionfale (Overground). The Scream suona sinistro e sanguinario, ispirato alla violenza atroce più che al macabro, dalla rivisitazione dell’Helter Skelter beatlesiano che ispirò la furia assassina di Charles Manson alla Suburban Relapse che rielabora lo stridore dei violini durante la scena della doccia di Psycho, dalla Mittageisen ispirata al criminale nazista Hermann Göring fino al testo nauseabondo di Carcass, è un avvicendarsi di immagini destabilizzanti di un mondo destinato al tormento, all’autoflagellazione, alla mutilazione. La chitarra di McKay squarcia il buio come fossero le unghie di Freddy Krueger mentre Siouxsie geme ed implora come un suino scotennato vivo. Dai torrioni del castello le streghe lanciano bestemmie e roventi sfere d’acciaio per cacciare via gli empi che hanno sottratto la loro regina nera.

 

Delle campane a morto, poi una lenta, greve agonia di chitarre.

Quindi, si schiude l’ossario.

Join Hands, secondo album dei Banshees, ha la bellezza marmorea e impassibile di un monumento ai caduti.

Sono le colonne del Vittoriano, è la lapide sotto l’Arco di Trionfo parigino,

è il Mausoleo Sovietico di Tiergarten.

Join Hands è un disco appassito come certe ghirlande macilente che adornano i sepolcri dei defunti dimenticati.

È un Re Magio che ti porta in offerta il dono dell’oblio, severo ed implacabile.

Join Hands è un rituale di sepoltura, ma visto dall’interno del feretro.

Non è una celebrazione dell’orrore, non esibisce e ostenta spettacoli di viscere e carni maciullate.

I Banshees lavorano con impassibile, freddo cinismo.

Senza ossequio e senza dolore tangibile, inchiodando alla croce i sentimenti umani della sofferenza con chiodi piene di metastasi di ruggine.

Fermi in un’istantanea di morte come scalpellini davanti ad un masso di marmo.

Placebo EffectIcon e Premature Burial sono la sacra Trimurti del rock ossianico.

Autentiche marce funebri scolpite nel granito e sillabate da una Morgana in delirio da trance medianica anche se è negli ultimi minuti di Premature Burial, quando la voce di Siouxsie viene doppiata da quella maschile che ti accorgi che ti resta poco ossigeno, e che la festa che stanno preparando è riservata a te.

Quindi è Playground Twist a condurti nella discesa nelle catacombe della musica gotica. Suona come un Bowie davanti ad un plotone di esecuzione yugoslavo.

In fondo c’è una bimba con un carillon in mano ad aspettarti.

Canta una straziante canzone d’amore per la sua mamma e non sarà felice di vederti. E neppure tu lo sarai.

L’ultimo atto è l’infinita preghiera maledetta di The Lords Prayer che i fan dei Banshees già conoscono. Una messa nera improvvisata per mezz’ora alla fine dei concerti biascicando testi sacri e versi di canzoni altrui e ora ridotta ai 14’07” conclusivi del disco.

Poi l’orizzonte sparisce.

Le narici si ingolfano di odore di erba, di carne secca e di sangue rappreso.

Gli occhi restano sbarrati, sporgenti sul buio.

I muscoli si fermano, tutto ammutolisce mentre il silenzio si deforma in un rantolo di dolore.

Asfissia, paura, morte.

Mani Congiunte.

Dopo essersi chiusi addosso la pietra tombale di Join Hands, quel che resta dei Banshees mette fuori un disco come Kaleidoscope, album che sin dal titolo rende manifesta l’idea di sbarazzarsi dalla grevità plumbea del disco precedente e di cedere alla lusinga dei colori e della policromia stilistica. Una scelta parzialmente voluta ma in larga parte vincolata all’esigenza di dover supplire all’abbandono di Kenny Morris e di John McKay. Non avendo nessuna panchina degna di tale nome, il tour di supporto a Join Hands viene chiuso con l’ aiuto zoppo di una drum-machine e della chitarra di Robert Smith dei Cure. Per il terzo album la formazione trova invece un nuovo assetto con l’ingresso di Budgie delle Slits e John McGeogh dei Magazine: poker!

Kaleidoscope è disco di rodaggio per la nuova formazione, e si sente. È un album frammentario, dove accanto a pezzi dalla fisionomia pop-dark definita (Happy HouseChristine, Paradise Place) pare di incontrare degli abbozzi di canzoni non ancora sviluppati (Tenant, la lunga e piagnucolosa Hybrid, la gelida Lunar Camel dove pare di sentire i Banshees rifare i Nouvelle Vogue e non viceversa, l’inconcludente Clockface su cui si sente pesante la mano di Nigel Gray, produttore dei primi tre album dei Police, la languida Desert Kisses).

Kaleidoscope è un disco sfiatato, un caleidoscopio di colori stinti.

Il tetro castello di Siouxsie non ispira più orrore e sgomento ma la compassione dolorosa di chi si trova davanti a una bellezza fatiscente e grottescamente restaurata per sobillare gli idioti.


Dalle barre della culla arriva una voce che chiama, ti fa ruotare, non hai scelta” quindi il tetro arpeggio di John McGeogh si spezza e si trasforma in una marziale cavalcata delle valchirie da vigilia di Ognissanti: la discesa negli inferi è cominciata e Siouxsie è la nostra Beatrice, stavolta destinata a cambiare verso più infelice rotta e accompagnarci attraverso uno dei più maestosi capolavori di musica gotica mai realizzati in epoca moderna. JuJu è un autentico vero disco da casa infestata.

È il 1981 e i Banshees sono in stato di grazia, dopo un disco di assestamento qual era stato Kaleidoscope.

John McGeogh conferisce ai toni del disco una drammaticità mai più eguagliata.

Perfetta la calibratura estetica da metallo liquido ottenuta impastando una leggera dose di distorsione con l’amato pedale flanger e micidiale l’alternanza di arpeggi, accordi pieni e di glissati discendenti ed ascendenti che lo renderanno il pioniere della chitarra goth e il più influente chitarrista del movimento post-punk.

Tutti, da Johnny Marr a Jonny Greenwood dei Radiohead passando per The Edge cercheranno di emularne lo stile. Artisticamente, è un ritorno alla musica asciutta ed ossianica di Join Hands, incentrata oltre che sulla creatività di McGeogh e le ormai indomabili doti vocali della Sioux adesso capace di vocalizzi di ogni tipo e fattura, anche sulle intricate abilità percussive di Budgie, l’ex-Slits che li aveva raggiunti sul precedente disco: un alchimia capace di generare vertici di visionarietà come l’incredibile danza delle streghe di Voodoo Dolly o l’andamento spiroidale di Into the Light, l’agghiacciante sinfonia di Halloween o le implosioni dei neon che si fulminano in sequenza su Head Cut. Un intero, abominevole Inferno spalancato per la vostra curiosità. Non me ne vogliano Marylin Manson e le puttanelle di Gothic Girls ma è qui che si fa la storia.

Nel 1982 la casa dei Banshees non è più quella “felice” di un paio di anni prima.

Alcol e droghe la stanno radendo al suolo, divorandola un po’ alla volta.

In cerca di un rifugio, i Banshees ristrutturano la Happy House trasformandola nella casa dei sogni, come il nome di un vecchio bordello .

La direzione è quella indicata da Fireworks, il singolo che nel Maggio di quell’anno sfiora la top twenty britannica cavalcando l’onda di un mozartiano quartetto d’archi (un’idea recuperata prestissimo dai Bunnymen per l’apertura del loro Porcupine, NdLYS). È l’inizio della breve ma bruciante ossessione per il doppio bianco dei Beatles che verrà esorcizzata con la cover di Dear Prudence sull’album successivo.

Il disco è il più elaborato e superprodotto che i Banshess hanno realizzato fino a quel momento, sovrabbondante di colori, ritmo, arrangiamenti, sperimentazioni (gli stessi archi di Fireworks che girano in loop per creare il vortice concentrico ed ossessivo di Circle), bizzarrie che rasentano il kitsch (She‘s a CarnivalSlowdive), offrono il fianco alla disco music e anticipano i New Order di un paio d’anni (Slowdive, non a caso ripresa dagli eroi della discomusic alternativa degli anni Zero come i LCD Soundsystem) e i Cure sornioni di Speak My Language e The Lovecats di uno (Cocoon). Chi vuole toccare ancora la mano fredda dei vecchi Banshees deve affidarsi ai sospiri di Obsession, alla pioggia di cristalli e melassa di Melt! e all’incalzante crescendo di Cascade, precursore del suono gagliardo di Tinderbox. Un disco dall’anima molteplice, A Kiss in the Dreamhouse.

Niente è uguale a quello che verrà dopo, dentro questo quinto disco dei Banshees.

Niente è uguale a quello che è venuto prima.

Ogni solco, un piccolo scherzo genetico.

Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar.

Otto poveri negretti se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar.

Sette poveri negretti legna andarono a spaccar: un di lor s’infranse a mezzo, e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti giocan con un alvear: da una vespa uno fu punto, solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti salpan verso l’alto mar; uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti allo zoo vollero andar: uno l’orso ne abbrancò, e due soli ne restar.

I due poveri negretti stanno al sole per un pò: un si fuse come cera e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino s’impiccò e nessuno ne restò.

Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena. 

 

                                                                      

Tinderbox disegna l’ultimo picco creativo della band di Siouxsie, Severin e Budgie. E lo ritrae con le tinte fosche del tornado già immortalato anni prima sulla copertina di Stormbringer dei Deep Purple.

Dopo un disco appannato come Hyaena i Banshees passano il guado dell’aridità creativa con un album maestoso, percorso da una solennità elegante e raffinata eppure nuovamente minacciosa.

Come il passo di Jack Lo Squartatore nei vicoli gonfi di vapori di Whitechapel.

Tinderbox.

Siouxsie è strega e sirena, geisha e bambola voodoo mentre anche il suono dei Banshees si reinventa e si trasforma.

Dai toni epici di Candyman in cui si evocano le chitarre psichedeliche dei Cult di Love ai clangori metallici che illuminano la rievocazione vesuviana di Cities In Dust, dall’avanzare plumbeo di This Unrest al folk apocalittico e melodrammatico di Land’s EndTinderbox riporta la scrittura dei Banshees ai giorni gloriosi dei primi album sfumandone le vecchie strutture gotiche dentro linee pop multiformi, riplasmandole.

I fasci di luce che su A Kiss in the Dreamhouse e Hyæna avevano iniziato a penetrare illuminando le pareti sepolcrali dei primi dischi sottoforma di piccoli arabeschi psichedelici creano qui un affascinante gioco di alterazione delle scale cromatiche del grigio e del viola, ombreggiando un paesaggio romantico di sciagura imminente vicina alle intemperie estetiche dello Sturm and Drang tedesco e facendo brillare per l’ultima volta la musica dei Banshees.

A pochi mesi da “Kicking Against the Pricks” un altro album di cover d’autore arriva sul mercato. Privo della stessa intensità che emergeva dal disco di Cave, Through the Looking Glass segna però una nuova flessione ispirativa nella storia dei Banshees.

È l’abbattimento dell’ araba fenice che si era librata in volo con l’elegante e suggestivo album dell’anno precedente. Un figlio nato morto, costretto alla nascita dagli ostetrici della Polydor in un momento in cui l’ispirazione creativa della band è a livelli bassissimi. La scelta controversa e in qualche modo indotta di realizzare un disco di pezzi altrui si rivela un escamotage commerciale ma anche un doppio fallimento dal punto di vista creativo.

Molti i pezzi scartati e una decina quelli che vengono scelti per allungare la scaletta. Ma non si salvano ne’ i primi ne’ gli altri.

La superficie di Through the Looking Glass non trasuda nessuna emozione e non riflette nessuna profondità. Quello che avrebbe potuto essere una simbolica via crucis del calvario musicale della band (Little Johnny Jewel dei Television era un classico dei loro sound-check, NdLYS) si risolve in un disco incolore che si ferma a un passo dal patetico e ad un centimetro dal grottesco quando ci si parano davanti le trombette trionfali di The Passenger in un fallimentare esercizio (in)degno di stare sui dischi dei Mighty Mighty Bosstones.

Mancano le ombre macabre dei loro dischi ossianici, manca la magniloquenza barocca delle loro prove più psichedeliche, manca l’abominio gotico dei primi capolavori e manca pure la coloritura pop che aveva aggraziato le forme dei loro dischi meno ostici.

Mancano Siouxsie and The Banshees.

Non serve a nulla tormentarsi sperando che davanti a quello specchio Siouxsie si tolga tutto il superfluo e ci mostri la sua foresta gotica o che si infilzi il cuore con uno stiletto strofinato nell’aglio ponendo fine alla sua agonia. Through the Looking Glass è solo la superficie dove va a depositarsi la condensa del suo alito. E anche quella dei nostri sbadigli.

                                                                                               

Chi infila l’occhio dentro il pertugio di Peepshow si trova davanti l’arredamento più sontuoso ed eccentrico del boudoir di Siouxsie. Cristalleria e tessuti macramè, in quello che, lontano dai toni gotici degli anni Settanta, è diventato un salotto di prestigiosissimo, soave pop, messo in scena con la sontuosa eleganza di un musical.

I Banshees sono nel frattempo diventati un quintetto, ma l’ingresso in formazione di uno dei veterani del Batcave non dà i risultati che i vecchi fan si aspetterebbero.

Nessun ritorno al gotico quanto piuttosto una sua versione romantica, ricercata e scenografica. Finanche godereccia e parodistica, se vogliamo.

Le statue di cera prendono vita e ballano il loro carosello.

Fuori, il mondo è colorato.

 

Il nuovo decennio porta in dono l’album sintetico dei Banshees. Dietro il vetro dove l’ex-regina del dark sbatte le sue ali c’è un summit di ingegneri. Stephen Hague (l’uomo dietro le macchine di Pet Shop Boys e New Order), Nigel Goldrich, Will O’Sullivan, Abdul Kroz-Dressah, Mike Drake. Sembra di stare in un ateneo. 

E invece siamo dentro Superstition, il decimo album di una della band più importanti della new-wave inglese, ormai quasi giunta al capolinea ispirativo e che adesso arranca a fatica dentro un labirinto di suoni elettronici e di chitarre heavy e vagamente glam, sorta di improbabile ponte di raccordo tra i Wall of Voodoo di Happy Planet e i Cult di The Witch oppure galleggia in infiniti vuoti d’aria che sembrano davvero l’anticamera d’attesa infinita del paradiso.

Siouxsie affonda le labbra in uno spumoso stecco di zucchero filato, in un atto estremo di fiduciosa superstizione.   

L’incapacità cronica di riuscire a rinnovare il proprio stile dall’interno costringe ancora una volta i Banshees ad affidarsi al tocco deciso di un produttore esterno per The Rapture, destinato ad essere il loro canto del cigno. Tocca stavolta all’amato John Cale prendere il posto in sala regia e cercare in qualche modo di dirottare su nuovi territori il sound del gruppo britannico evitando di farli affondare nel marasma delle produzioni dance cui si erano avvicinati pericolosamente con il precedente Superstition.

A questo punto però, siamo nel 1995, è evidente a tutti che chi si ostinasse a tuffarsi dentro i loro dischi per dare la caccia alla strega, ne uscirebbe senza bottino. Siouxsie è adesso una primadonna che ha sostituito l’esuberanza dei vent’anni con l’eleganza un po’ snob che spesso la mezz’età porta in dono.

Il letto di morte dei Banshees si affolla dunque di una lunga coda di vecchi amanti delusi e di Peter Pan dalla pelle color latte che si rifiutano di crescere.

Chi si avvicina per curiosare lancia una rosa nera, un biglietto unto col rossetto, una ciocca di capelli.

Siouxsie concede loro il suo sorriso più bello e la sua canzone più gioiosa. Ha un nome di bimba. E di bimba la forma. E i capricci. Dietro le barre della culla la Regina dorme, con in bocca il suo ultimo spicchio d’aglio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

Siouxsie-The-Banshees

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...