SATANTANGO – Downhill (Vinza)

A voler guardare indietro, non sono molti i gruppi italiani da salvare dall’abisso dei ’90. Inutile fare nomi, ma se avete due mani… vi avanzeranno delle dita. I Tupelo ed i Playground erano tra questi. Tricolori per caso, ma più verosimilmente impastati nelle paludi dello swamp blues più blasfemo e imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano, erano pura vertigine NOIR.

Blues deviato corroso da chitarre che ne grattavano la carne fino a vederne spuntar fuori le ossa, un rosario di blues sepolcrali per uno Spoon River di anime dannate. Il piscio che filtra tra le macerie del rock ‘n roll. Una bandiera di orgoglio noise piantata nel fango delle paludi nordamericane che il destino ha voluto ammainare troppo in fretta risucchiando le anime di Stiv Livraghi e Alessio Zagatti, i cui spettri aleggiano nel blues scuro e catramoso dei Satantango, gruppo lodigiano “avvitato” alla storia di quelle due figure. 

Ma Downhill, il loro disco di esordio che circola da un po’ in versione demo tra gli addetti al settore, nonostante sia facile cedere alle suggestioni, vive di luce propria sublimando la stessa attitudine perversa di quelle bands. Il canto della bella Anna Poiani, innanzitutto, non può non riportarci alla mente quello di un altro angelo nero come Rita “Lilith” Oberti: si srotola sopra il suono della sua band come un goldone su un membro in erezione. Sotto, le chitarre di Luca Fusari e Massimo Audia azzardano vibrati western (The Laughingstock), sputano veleno blues (Reaching For You), arrancano nella limaccia di stomps urbani (Alligator), rigano i binari della ferraglia voodoobilly (The Clock of Life). Da estemporanea sortita live in memoria dei vecchi amici, la storia dei Satantango si sta tramutando in nuova, vibrante, catartica, viscerale melma appiccicata al denim del blues suburbano. Polly Jean stuprata sul parquet di una trattoria messicana mentre Tom Waits aspetta la sua ultima bottiglia. 

 

                                                                                         Franco “Lys” Dimauro

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