LOU REED – New Sensations (RCA)  

0

La separazione artistica da Robert Quine non è indolore.

New Sensations ne soffre in maniera evidente.

Del resto, come tutti i suoi coetanei (Springsteen, Bowie, Pop, gli Stones) Reed è costretto a riaggiornare il suo stile ai gusti della nuova generazione.

Sono fondamentalmente questi i motivi per cui nel 1984, joystick rosso in mano, Lou Reed mette sul mercato uno dei dischi più deboli del suo catalogo, arrangiato secondo quei canoni da decennio orgogliosamente spensierato che si respirano nei dischi di quella stagione. Cori da spettacolo in prima serata, batteria di truciolato,  ganci chitarristici e un basso che lavora ai fianchi, fino a cedere quasi in chiusura ai ritmi ammiccanti del reggae da chalet in riva al mare.

New Sensations è un album da scampato pericolo.  

Un disco che odora di popcorn.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download

Annunci

MYSTIC BRAVES – Days of Yesteryears (Lolipop)  

0

Una delle cose più insolite di quest’estate 2015 è stata ascoltare la musica dei Mystic Braves durante la presentazione della collezione maschile Autunno/Inverno di Yves Saint Laurent.

Per chi ha seguito la sfilata, ovvio.

E per chi conosce già la musica della garage band californiana.

Il loro terzo album esce a ridosso di quella che ad oggi è l’esperienza con maggiore visibilità per i Mystic Braves ed è un disco che senza tradire la vera essenza della loro musica ne perfeziona il profilo, come un gemmologo alle prese con un diamante da tagliare. Days of Yesteryears, messo su con la complicità di Rob Campanella dei Brian Jonestown Massacre, trasporta dunque le pepite grezze della band dentro un opificio che ne esalta i colori e lascia sprigionare ogni opalescenza. Musicalmente è come estrarre le Pebbles e infilarle dentro le macchine che tirarono fuori gioielli quotatissimi come Forever Changes, Fifth Dimension, Pet Sounds e Sgt. Pepper’s. Garage sound porto con una grazia che può apparire sospetta.

A voi scegliere se allungare la mano e accettare caramelle dagli sconosciuti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

mystic braves

DURAN DURAN – Rio (EMI)  

5

Non importa che età abbiate avuto allora, se vi piacessero o meno. Se restavate in religiosa venerazione ogni volta passassero in radio o in tv o i vostri improperi un po’ invidiosi e un po’ snob superassero di gran lunga il volume delle loro canzoni: se siete “passati attraverso” gli anni Ottanta, vi siete imbattuti nei Duran Duran.

Il gruppo di Birmingham arriva, nei primissimi anni di quel decennio, per attuare la profezia annunciata dai Buggles proprio allo scadere di quello immediatamente precedente: annientare le star del pop attraverso il video. A loro favore gioca certamente il fatto che MTV, il primo canale televisivo dedicato esclusivamente alle clip musicali, ha aperto i battenti proprio a ridosso del loro disco di debutto. Una coincidenza, un segno dei tempi che ai cinque ragazzini inglesi deve essersi rivelato quasi come l’”in hoc signo vinces” di Pontemilviana memoria. I Duran Duran sono insomma il gruppo giusto al momento giusto, alfieri bellocci e molto credibili della stagione del disimpegno, delle vacanze full-optional, dell’ammiccamento sessuale non sfacciatamente maschilista ma di grande gusto ed ambizioni estetiche, grandissimi promoter musicali dell’età della plastica negli anni in cui il PET, il PVC e il polipropilene si stanno sostituendo nel gusto quotidiano al vetro, alle leghe, all’amianto, abilissimi tour operator delle vacanze da sogno di cui il mondo occidentale infatti sogna e, per la prima volta dal dopoguerra, riesce anche a realizzare grazie al benessere all’ibernazione bellica garantita dalla guerra fredda.  

Se il punk aveva annientato il concetto di musicista virtuoso in favore del messaggio sovversivo e antiregime, MTV impone alle nuove pop/star un’ulteriore mutazione genetica: non conta più neppure il messaggio ma il modo in cui viene porto e veicolato alla gente. Il nuovo artista deve saper in qualche modo assecondare il desiderio di svago del pubblico ed essere attore credibile di quella filosofia di vita spensierata. Non importa sappia cantare o suonare: il playback è il nuovo miracolo della pop-music e i turnisti e i produttori possono uscire dalla lampada di Aladino all’occorrenza e realizzare qualsiasi desiderio. Quello che importa, e tanto, è che l’artista pop sappia interpretare quello di cui canta. Ballando, recitando, simulando. Michael Jackson, Madonna, Wham!, Culture Club sono lì a dimostrare che si può usare l’opportunità dei video-musicali sfruttandola come degli imbonitori. I Duran Duran lo capiscono forse prima di tutti gli altri andando a colmare per primi un bisogno che ci si accorge di aver avvertito solo nel momento in cui esso viene soddisfatto.           

I Duran Duran incarnano la fantasia erotica di quegli anni. Non solo per brufolose adolescenti che sognano di perdere la verginità su uno yacht lungo le rotte dei Caraibi o di sposare Simon Le Bon. Andy Warhol confesserà di masturbarsi con gran diletto guardando i loro video e concentrandosi soprattutto su Nick Rhodes che di Warhol, di Lou Reed e dei Velvet Underground è un grandissimo fanatico.

Sono belli, colorati ed irraggiungibili. Si muovono bene e recitano come nelle pellicole di James Bond e Indiana Jones.  E fanno canzoni per adescare le adolescenti.

Più ancora che il disco di debutto è dunque il sapore tropicale di Rio e dei suoi video a creare un fenomeno coercitivo destinato a diffondersi a macchia d’olio sulla musica e sull’immaginario collettivo di quegli anni. Al di là della modestissima portata di alcune canzoni (Last Chance on the Stairway, Hold Back the Rain, My Own Way sono proprio delle canzoni mediocri) sono proprio i video costruiti attorno ai suoi episodi migliori (Rio, Save a Prayer, Hungry Like the Wolf, The Chauffeur) ad ingigantire un fenomeno che musicalmente è poco più che una volgarizzazione delle intuizioni dei Japan, riuscendo a portare a compimento l’atto seduttivo che la band londinese aveva solo tentato, trasformando in prêt-à-porter la raffinata sartoria dandy di Sylvian e compagni. Detto questo e al di là dei giudizi schizofrenici di cui è stato oggetto, Rio rimane, nonostante il suo titolo da benessere da ipermercato, una validissima istantanea del gusto pop di quegli anni, una perfetta bilancia di gusto melodico e suoni moderni ed ammiccanti, sufficientemente eleganti pur nel loro evidente, voluto approdo popolare da viaggio organizzato cogliendo appieno lo spirito della missione Duraniana: portare il sogno di una vita da star dentro una vita da Brodo Star.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

Rio_album_wikipedia_duran_duran_discogs_com_collection

 

TORTOISE – TNT (Thrill Jockey)  

1

Non so voi, ma io non sempre ho voglia di sentir parlare. Non è esattamente bisogno di silenzio, ma di un’accidia, un’indolenza legata proprio all’interazione con qualche forma di voce umana, anche se sputata fuori da una cassa acustica.  

Ecco, in quei momenti che possono durare anche giorni, concedo spazio, molto spazio, a musicisti muti. Come i Tortoise. Che degli uomini non hanno neppure il nome, ma solo il gorgoglio dei loro intestini. TNT è quello che io considero il loro capolavoro. Perché è davvero come stare in veranda e guardare tutto il mondo, dalle spiagge caraibiche alle foreste africane, dalle terre del flamenco alle onde dell’Oceano, passare. Un intero documentario tridimensionale sulle meraviglie del mondo, senza che nessuno apra bocca per raccontarti come facciano gli istrici ad accoppiarsi senza pungersi o dove vadano a riposare le meduse che sono infinitamente belle ed infinitamente odiate, come spesso ci sentiamo noi, anche dopo che il disco dei Tortoise ha finito di smerigliare dentro il nostro lettore cd.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

tnt-557457d37fe74

ALLAH-LAS – Calico Review (Mexican Summer)

0

La consacrazione “ufficiale” nel mondo dei beatnik italiani, se mai ce ne fosse stato ulteriore bisogno, è avvenuta sul palco del Festival Beat 2016. Ma il languido garage-folk del quartetto californiano aveva già attecchito da tempo qui come altrove, sin dall’inaspettato successo indie del loro debutto che ha spalancato loro le porte anche nei circuiti meno settoriali, un po’ come è successo ai texani Black Angels con i quali condividono fortissime ascendenze sixties. Che nel caso degli Allah-Las sono fondamentalmente rigurgiti californiani: Sonny Bono, i Lovin’ Spoonful, Gary Puckett, Scott McKenzie, i Byrds e gli echi surf dei Surfaris e dei Beach Boys (l’album è registrato con la stessa tela di ragno analogica con cui venne “catturato” Pet Sounds) vengono rifratti lungo queste dodici canzoni creando piccole capsule temporali come Terra Ignota, Famous Phone Figure, Roadside Memorial o Autumn Dawn con i loro arpeggi narcolettici e l’aria svagata e malinconica che pervade tutte le tracce del disco e che è da sempre il loro marchio di fabbrica. Una “uniformità di carattere” che può apparire noiosa (vale per me) o che può affascinare oltremodo (vale per tutti gli altri). Il primo giardino primaverile a sbocciare nell’autunno di questo 2016. Abbiatene cura.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

allah-las-calico-review-album

P.J. HARVEY – Uh Huh Her (Island)  

1

Il ritorno al primitivismo dei primi dischi è chiaro sin dal grugnito scelto come onomatopeico titolo e al selfie casalingo usato per la copertina che ricorda in qualche modo quello di Dry. P.J. Harvey torna dunque a casa dopo la passeggiata notturna per le vie di New York, lasciando Times Square e i suoni laccati del suo precedente disco per rifugiarsi nella quiete di Uh Huh Her. Una serenità turbata dalla morte della nonna la cui perdita influenzerà alcune scelte vocali adottate per le canzoni che Polly ha già finito di abbozzare, come You Came Through e The Desperate Kingdom of Love chiusa con un simbolico volo di gabbiani. Un disco che torna all’essenzialità che era andata smarrita nei dischi immediatamente precedenti e con cui la Harvey si riappropria in toto della propria musica e, forse per la prima volta, sembra volerla trattare in maniera gentile, volerla accarezzare, volerci giocare senza aggredirla, regalandoci piccole perle folk avvolte nella carta crespa come The Letter, il breve intermezzo di No Child of Mine o The Darkest Days of Me and Him.

L’amore si muove nell’ombra, come un assassino.

Polly gli mostra il collo.

Fuori è il deserto.

Dentro, piove.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

51L86ujtsBL.jpg

PIXIES – Come On Pilgrim (4AD)  

0

I capolavori, in termini di impatto, sarebbero venuti dopo, ma nessun disco dei Pixies avrebbe suonato come il loro breve esordio, sorta di bislacco incrocio tra il rock cinetico dei Woodentops e il folk sguaiato delle Violent Femmes, con le voci di Black Francis e Kim Deal che si rincorrono come i Banana Split sulle loro macchinine colorate, urlandosi addosso in una lingua meticcia e bastarda inglese per tre/quarti e portoghese per la restante parte, in onore al paesaggio portoricano che ha fatto da sfondo all’incontro fra Francis e Joey Santiago. Sembra di trovarsi di fronte ai Mano Negra americani e invece siamo davanti ad uno dei monumenti destinati a cambiare la skyline della musica alternativa.  

Le otto canzoncine che Ivo si decide a stampare sulla sua etichetta, trasgredendo per la seconda volta alla ferrea regola che vuole il suo roster formato di sole band anglosassoni, sono una bella porzione di quelle registrate dalla band al Fort Apache nel Marzo del 1987 e dal cui pozzo i Pixies continueranno ad attingere lungo tutta la loro carriera. E del resto tutto questo mini album è un po’ l’abbozzo di quello che i Pixies tireranno fuori una volta diventati capaci di volare, dalla chitarra in stile Ventures che apre Caribou e che tornerà prepotente su Bossanova alla deturpazione del del power-pop operata su The Holiday Song e che verrà ripetuta con analogo fare teppista in tantissimi episodi a venire. Ma del country-punk beffardo di Nimrod’s Son, dell’hardcore gypsy di Vamos e Isla de Incanta e del funky logorroico di I’ve Been Tired non rimarrà quasi traccia, quando i folletti diventeranno più alti di qualche pollice e perderanno il loro cappello a punta.

Ecco perché è sempre un gran bel tuffo, quello nella piccola piscina di Come On Pilgrim. Ecco perché se i Pixies non fossero diventati i Pixies sarebbero ricordati come “quelli di Come On Pilgrim”.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

pixies_1349113418

BOB MARLEY AND THE WAILERS – Survival (Island)  

0

Forse il meno celebrato fra i dischi di Marley. Fra tutti, quello dall’approccio più militante. Quello senza donne che piangono, senza ganja in copertina, orfano dell’”everything’s gonna be alright”. Survival è, più ancora di Exodus, il definitivo canto di riconciliazione del popolo nero e dell’auspicata caduta di Babilonia proprio dopo averla fotografata dai finestrini di un pullman stracarico di gente.

Dentro Marley ci ha messo molte delle vibrazioni tirate fuori disfacendo i bagagli del suo viaggio nel grande continente africano.

Survival è il grande abbraccio alla culla del mondo, un’esortazione all’emancipazione delle popolazioni africane dalla schiavitù politica e culturale del mondo occidentale, in parte coronata dalla proclamazione di indipendenza dello Zimbabwe proclamata proprio a pochi mesi dalla bellissima omonima canzone che farà da colonna sonora all’evento.

Forse è dunque una scelta quella di dare alle stampe un disco dinamicamente “piatto” a livello musicale. Un ondeggiante tappeto reggae che sembra voler accompagnare il ritorno in patria dei battelli carichi di carne nera, offrendo loro un viaggio senza scossoni.

Ecco perché ancora oggi Survival è il disco di Marley meglio ricordato dai fratelli neri mentre noi non ne abbiamo mai imparato a memoria una sola canzone.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

bob-marley-1979-survival

THE MYSTERY LIGHTS – The Mystery Lights (Wick)  

0

“Giusto il tempo del trasloco” per muovere armi e bagagli da una costa all’altra degli Stati Uniti ed ecco, dopo sette anni dal disco di debutto, il nuovo album dei Mystery Lights, il primo per la nuova sussidiaria della Daptone Records che proprio con loro ha inaugurato il suo catalogo su piccolo e grande formato. Tanto basterà perché qualcuno parli del nuovo album, peraltro omonimo, come del loro disco di debutto. Magari con toni entusiastici. Che sono ovviamente i benvenuti. Personalmente trovo invece questo loro nuovo lavoro un gradino inferiore al bellissimo disco di debutto. Forse rispetto a quello, un po’ troppo “pensato”. Una congettura formale che in parte nuoce alla tavolozza di colori usata dalla band, sacrificando molte delle sfumature che invece erano l’elemento chiave del disco precedente. Il suono ne esce un po’ più impacciato e un po’ più “schiacciato” su uno dei modelli che sembrano diventati di riferimento per i Mystery Lights, ovvero i Seeds. Basti prendere come pietra di paragone la 21 & Counting presente su entrambi i lavori per sincerarsi di come lo stampino di Pushin’ Too Hard sia stato sfruttato per pressare la loro musica come si fa con l’impasto dei waffel. Il che non è un male in senso assoluto ma finisce per avvicinare pericolosamente la loro musica a quella delle band di Lorenzo Woodrose, che sono già tante.

Si tratta di un processo per fortuna non ancora irreversibile, come ben dimostrano pezzi come Too Many Girls e Follow Me Home ma tuttavia già ben avviato, come lascia trapelare una buona metà del disco.

Questo non vi esima dal comprarlo, ma se per voi sono ancora un “mistero”, cominciate a scoprirli da Teenage Catgirls & the Mystery Lightshow.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

mystery-lights-LP

DINOSAUR JR. – Give a Glimpse of What Yer Not (Jagjaguwar)  

0

Tiny, l’estratto che ci ha addolcito l’estate assieme a quello di pomodoro funziona come specchietto per le allodole, srotolando in tre minuti tutti i luoghi comuni del suono Dinosaur Jr.: chitarre affogate nella distorsione, assolo al fulmicotone, ritmica serrata e J. Mascis che si ostina a sbadigliare mentre canta (o a cantare mentre sbadiglia, se preferite), continuando a trasmettere quella sensazione che sia lì ma che preferisca essere altrove ma Give a Glimpse of What Yer Not, l’album che si fa carico di accorciare le distanze tra le produzioni del periodo storico (sette) con quelle post-reunion (con questa giunte al quarto capitolo) non è, proseguendo con le analogie ornitologiche, un disco-civetta confermando come il ritorno in scena di una delle più grandi formazioni dell’alternative-rock americano degli anni Ottanta sia stata in fondo una delle più credibili e di come la media qualitativa dei quattro album prodotti in questo nuovo assetto siano nettamente superiori a quella degli ultimi svaporati dischi in studio della prima fase (Without a Sound e Hand It Over). La scrittura di Mascis è ancora vivace, seppure poggi su uno standard cui ormai abbiamo familiarizzato tanto da non metterci più paura (Good to Know, I Told Everyone, Be a Part, la power ballad da groppo alla gola di Lost All Day). A scardinare la compattezza delle sue canzoni arrivano i brani firmati da Lou Barlow, di certo più vicini allo stereotipo della classica canzone americana, quella che da Neil Young e i Byrds arriva fino agli Uncle Tupelo e i Pearl Jam. Le une sono malamente incollate alle altre, a dire il vero, come una piccola imperfezione artigianale in un prodotto che ha già la sua clientela pronta a fare la fila fuori dalla bottega. E oggi, dopo più di trent’anni, i Dinosaur Jr. meritano ancora che noi si stia in fila per ascoltare quello che vengono a dirci.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

a2258942998_10