BOB MOULD – Workbook (Virgin)  

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Nel 1987, nel bel mezzo del tour per un disco strepitoso come Warehouse: Songs and Stories, il sogno degli Hüsker Dü si spegne per sempre e in maniera per nulla indolore. La carcassa della più importante punk band americana degli anni Ottanta ha una lunghissima coda di rabbia, odio, dolore e morte. Mould diventa, inaspettatamente, uno degli “ex” più ambiti della scena alternative statunitense. A ridare fiducia al musicista di Minneapolis, nonostante il turbamento che lo sta sfregiando internamente e malgrado nessuno sappia bene cosa sia in grado di fare senza l’aiuto di Hart e Norton, è la Virgin alla quale Mould impone che le press sheets che accompagnano le copie promo del suo primo disco in proprio non facciano menzione alcuna degli Hüskers assecondando così il suo desiderio di rimuovere del tutto quel passato così ingombrante e così doloroso. Workbook esce nell’Aprile del 1989 e di quel tracimante passato contiene effettivamente ben poco se non una parvenza di languore amaro che viene a galla quando Bob parla di “nemici lasciati alle spalle e amici dimenticati dal tempo” con chiare allusioni all’amico/nemico Grant.

Musicalmente, la densità dei giorni degli Hüskers è quasi del tutto evaporata lasciando ampio spazio a quelle bolle di ossigeno acustico che Mould aveva fortemente voluto mentre era immerso nell’oceano punk coi vecchi compagni. La sua Flying-V viene appesa ad un chiodo talmente corroso dai brutti ricordi da preferirle spesso una compagnia meno invasiva come una chitarra acustica a dodici corde, fino a riacciuffarla da quel perno arrugginito per il finale a sorpresa di Whichever Way the Wind Blows, un tuffo a sorpresa nel rumore cattivo di Zen Arcade.

Come a dire: volendo avrei potuto farvi del male.

Volendo avrei potuto seppellirvi tutti fino al collo e poi strapparvi via le teste con un unico colpo di machete.

Volendo avrei potuto dimostrarvi che l’odio non muore mai ma riposa soltanto. Volendo avrei potuto appendere al chiodo le vostre viscere piuttosto che la mia chitarra.

Invece non l’ho fatto.

Ma non vuol dire che non sia disposto a farlo. A breve.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SCOTT & CHARLENE’S WEDDING – Mid Thirties Single Scene (Fire)  

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Scott Robinson e Charlene Mitchell si sono sposati, alla fine.

E hanno chiamato i Pavement a suonare alle loro nozze, che i Violent Femmes erano già impegnati.  

E io sono tra gli invitati.

Seduto dirimpetto al tavolo di Mark E. Smith.

La nonna di Charlene ha imbastito un buffet di biscotti fatti in casa. Non hanno il profilo a pettine come quelli industriali ma hanno un ottimo sapore, nonostante l’aspetto artigianale.

La mamma di Scott gira per i tavoli e porge la mano con eleganza, nonostante i tacchi le conferiscano un profilo da fenicottero rosa e le regalino un’andatura claudicante da bipede azzoppato.

Quando Maureen, la sorellina di Charlene, si avvicina al tavolo azzardiamo un karaoke da balbuzienti. E siamo ancora al primo brindisi.

Dopo la prima mezz’ora ci troviamo già al centro della sala, a ballare una cosa come Distracted su una zampa sola, per solidarietà alla suocera nuova di zecca della sposa. Scott si unisce al gruppo e sembra Jonathan Richman che canta la sua ode all’uomo dei gelati. Poi, affonda il coltello nella torta nuziale e impone al complesso di suonare qualcosa che somigli ai Velvet Underground, perché lui dice di somigliare a Lou Reed.

Charlene lo guarda divertita e gli lancia uno sguardo complice mentre le cadono i petali del suo bouquet già un po’ appassito.

Poi si siedono vicini. Lei al piano, lui alla chitarra acustica, sul suo stesso sgabello. Tanto vicino da costringerla a suonare su due ottave. Lui azzarda un assolo acustico che suona come se i Ventures si fossero spiaggiati sulla piccola baia che si stende sotto la sala trattenimenti a forma di sorriso.

Quindi si alzano, mano nella mano, fanno un inchino. Lei lancia il suo bouquet oltre i cespugli e invita il novello sposo a seguirla per andarlo a recuperare.

Il ristoratore impreca preoccupato, non appena la luna fa capolino oltre l’orizzonte.

Le signore raccolgono i loro coprispalla dalle sedie addobbate, i signori riannodano le cravatte e si avviano verso il parcheggio. Il complesso ne accompagna l’uscita di scena come un’orchestra da Titanic.

Scott e Charlene oggi sposi. Domani, chissà.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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