THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – The Jon Spencer Blues Explosion (Caroline)  

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Il “groove” sarebbe arrivato dopo. Nel 1991, quando Jon Spencer decide di mettere assieme la “sua” band, lo fa costruendola sopra le macerie di quello che erano stati i Pussy Galore. L’esordio per la Caroline, così come la sua versione europea licenziata dalla Crypt è infatti un rantolo malvagio di rumore che agonizza su venti smorfie blues/punk prodotte da Steve Albini, uno che a rattrappire i muscoli riesce come pochi. Figurarsi se a chiedere i suoi servigi sono tre tossici che si divertono a pisciare in gola al blues e a mettere insieme canzoni che sono poco più che cocci di uno stomp così ossuto e radicale da sembrare suonato sotto tortura.

The Jon Spencer Blues Explosion vive di questa apologia del disgusto, facendo della scuola blues di John Mayall la prima vittima del suo nichilismo spietato.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PORCUPINE TREE – Nil Recurring (Peaceville)    

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Lo slancio creativo di Steven Wilson è incontenibile, straripante. Una fertilità che fatica ad essere contenuta nelle uscite “ufficiali” della sua band e che sceglie quindi percorsi alternativi, necessari, vitali per estendere i propri margini, sia fuori del contesto del gruppo-madre (Blackfield e No-Man quelli con vita più lunga) o che, all’interno stesso del percorso artistico dei Porcupine cerca vie di fuga alle solite scadenze “contrattuali” pubblicando materiale inedito in varie forme e differenti contesti. 

Nil Recurring è ad esempio un EP che raccoglie degli “scarti” dal precedente Fear of a Black Planet. Sono quattro pezzi che ostentano una visione completa e bilanciata del Tree-sound che, dopo le visioni oniriche di psichedelia elettronica dei primi album sperimentali, si è sviluppato in un contesto di metal progressivo affine a quello di bands come Tool, Opeth o Mars Volta. Nil Recurring, la prima traccia, mostra il carattere più Crimsoniano del quartetto: è uno strumentale impetuoso, con i synth di Barbieri che come sempre montano una impalcatura solenne dentro cui si muovono ferine le chitarre ringhiose di Steven Wilson e di Robert Fripp e in cui si incuneano i preziosi dettagli che ne arricchiscono la trama. Normal, a ruota, mostra invece la faccia più rassicurante dei Porcupine: un arpeggio acustico che si dipana morbidissimo e su cui si stende la voce androgina di Steven a disegnare un refrain vaporoso che pare galleggiare a un passo dalle nuvole. E’, nei fatti, una rivisitazione della Sentimental che stava sul disco maggiore e che tracciava tutto il “concept” che stava dietro al progetto: non un disco sugli orrori dell’Apocalisse come qualche critico a corto di idee scrisse a suo tempo ma un’opera sul malessere giovanile, sul disagio e lo scostamento che i giovani vivono tra l’allontanamento dagli affetti dell’infanzia e le nuove solitudini che il mercato tecnologico offre loro come alternativa. Cheating the Polygraph (affine alle dinamiche epiche dei Tool) e What Happens Now? (che sposta l’asse sul prog elettronico dei loro esordi, NdLYS) si riappropriano del lato più evocativo del loro suono con questa tensione sottesa che emerge veemente per poi riaffondare nelle onde di un suono mai domo, in una sorta di “calma apparente” che a me ricorda certi scenari da blockbuster da tragedia acquatica. Non so se avete presente film come Lo Squalo o L’Orca Assassina, quella tensione latente che si respirava nelle scene antecedenti alla furia della bestia. Le acque azzurrissime, terse, avvolgenti prima che i denti affondino nella carne. Ecco, la musica dei Porcupine Tree vive esattamente in questa dicotomia: è acquatica e predatrice al tempo stesso.

Ti avvolge e rassicura per poi lacerarti le viscere. Ha ombre e luci, costanza ed intermittenza.

Livore e dolcezza infinita.

Ambiguità e sensualità ermafrodita.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

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BABY WOODROSE – Freedom (Bad Afro)  

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Settimo album per i danesi Baby Woodrose. E non uno brutto.

Ma neppure uno più bello degli altri. Semplicemente, tutti uguali.

Che sia un bene o un male, sta a voi deciderlo.

Freedom non fa eccezione rispetto agli altri lavori del barbuto Lorenzo: i Monster Magnet schiacciati sulla matrice degli Elevators (per scaramanzia non diremo il piano).

Fuzz e wah wah come piovesse, un certo “vento” cosmico creato all’echoplex ed un incessante turbinio circolare.

Il disco è incentrato sul nuovo concetto di schiavitù del secolo attuale.

Schiavitù dalla tecnologia ed isolamento sociale.

L’uomo domotico. Incapace di provare un’emozione vera come di prepararsi un caffè, totalmente soggiogato dalle macchine tanto da diventare macchina anch’egli.

L’uomo che non tocca più nient’altro che un display, diventata la nuova maschera dietro cui mettere in scena la propria commedia dell’arte, senza averne alcuna.

Di questo ci parla Lorenzo Woodrose, nella speranza si apra il terzo occhio prima che si chiudano definitivamente gli altri due.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JIM CARROLL BAND – Catholic Boy (ATCO)  

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Lo hanno amato tutti eppure non se lo ricorda più nessuno, Jim Carroll. E non parlo certo di chi sui social dichiara il proprio amore provvisorio dopo l’ennesimo necrologio. Quelli che bisogna esserci, ai funerali, per far vedere ai vivi che eri lì.

No. Jim Carroll è semplicemente stato cancellato dalla lavagna. Un insegnante bigotto, cattolico per davvero, ha cassato il suo nome sia dalla lista dei buoni sia da quella dei cattivi.

Il suo nome non è più taggato.

Nemmeno un hashtag.

Controllate.

Personaggio scomodo.

Vincente per talento, perdente per indole.

Poeta, cestista, alcolizzato, junkie, cantante, modello, gigolo, prostituto.

Un’esistenza ai margini, passata a scrivere poesie, farsi di Quaalude e speedball, iniettarsi alcol nelle vene, andare a letto gratis o a pagamento con mezzo continente americano.

Un ragazzo bello e disgustevole.

Che decide di farsi fotografare accanto a papà e mamma sulla copertina di un disco in cui parla di dodicenni che sniffano colla, ragazzi di strada uccisi dai bikers o da un vietcong, amici morti di leucemia a quattordici anni, dimostrandone sessantacinque.

Un disco da buon ragazzo cattolico che ha scoperto l’Inferno.

Leonardo Di Caprio ne porterà la storia sul grande schermo. Ma non basterà.

Catholic Boy, col suo bel carico di rock ‘n roll rimarrà tra gli scaffali di qualche tossico che non si è fatto abbindolare dai sermoni di Patti Smith ne’ dal punk venduto in edicola.

L’11 Settembre del 2009 Jim rinnova il lutto di New York.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PIXIES – Head Carrier (Pixiesmusic)  

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Nel nuovo album dei Pixies c’è di nuovo Kim Deal.

E sarebbe davvero una notizia, se ci fosse in carne, ossa e strumento.

Invece Kim c’è solo fra le liriche di All I Think About You Now, il pezzo che vede la sua sostituta Paz Lechantin cimentarsi per la prima volta come autrice, rendendo omaggio a chi al gioco dell’allegra reunion non crede più.

A crederci ancora siamo rimasti noi, inguaribili nostalgici che ignoriamo che la felicità ha forma circolare mentre la vita scorre in linea retta, intersecandone la circonferenza solo per un breve tratto.

Eccoci dunque sotto le nuvole di Head Carrier ad aspettare che piova. Inzuppandoci fradici quando viene giù un temporale, come su Baal’s Back, urlando un In Hoc Signo Vinces quando fra le nuvole scorgiamo una grossa X fumante, come quella apparsa in California ormai quarant’anni fa (Um Chagga Lagga), cantando a squarciagola sotto la pioggia battente quando il ritornello si fa presso (Talent, Plaster of Paris, Tenement SongClassic Masher) ricordandoci che per un breve attimo della nostra vita abbiamo amato anche band come Nada Surf o Tripping Daisy e ne abbiamo cantato canzoni del tutto simili a queste ma che i Pixies, i Pixies erano una febbre del tutto diversa che raramente prenderemo di nuovo, nonostante si rimanga sotto la pioggia per più di mezz’ora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SMALL FACES – Small Faces (Decca)  

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Londra, metà anni Sessanta.

I mods hanno acquisito in brevissimo tempo una loro identità e hanno eletto a propri rappresentanti due straordinarie band della città.

Gli Who per il distretto occidentale, gli Small Faces per quello della East London.

Steve Marriott e Ronnie Lane si sono conosciuti pochi mesi prima facendo i lavapiatti. Oltre alla sporcizia dei padellami i due condividono pure quella raccolta dalla puntina quando, sugli altri piatti, passano i solchi dei 45 di soul music ed R ‘n B del juke-box del J60 Music Bar. La passione per la musica nera e quella beat si trasformano presto nella volontà di passare dall’altra parte della barricata. Non più semplici appassionati, ma interpreti e timidi autori. Con un piccolissimo bagaglio di esperienza arrivano agli uffici della Decca dove firmano un contratto per due album, onorato nel giro di tredici mesi con due dischi in rapida sequenza.

Possono confidare, oltre che in un buon fiuto per le perle del norhern-soul, in una solidissima base di autori provenienti dalla medesima area, primi fra tutti Kenny Lynch e Ian Samwell. Solo loro a scrivere le prime hit della band: Sha-La-La-La-Lee e What’cha Gonna Do About It, le due canzoni che chiudono le facciate del loro album d’esordio. Eleganti ed impeccabili su disco, diventano un uragano di chitarre e organo dal vivo. Come si conviene ad una perfetta mod-band.

Il resto, materiale per lo più “trafugato” dalla scaletta che Guy Stevens propone sera dopo sera allo Scene Club, non è da meno, con una trascinante cover della Shake di Sam Cooke, una You Need Loving che i Led Zeppelin prenderanno a modello per la loro Whole Lotta Love (come del resto i fischi della breve Own Up Time che la precede, tanto quanto gli MC5 sfrutteranno il canovaccio di Come On Children per la loro versione di Ramblin’ Rose, NdLYS), altre due perle di Lynch come Sorry She’s Mine e You Better Believe It e un originale pieno di chitarre bastarde come It’s Too Late.

La Swingin’ London ha i suoi nuovi eroi. Piccoli, sfacciati, stilosissimi Small Faces.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRANCESCO SCROFANI CANCELLIERI – Musica Ridens (Zecchini Editore)  

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Il viaggio stavolta è all’interno della musica classica. Ed è uno sguardo inedito che svela l’irriverenza annidata spesso sotto le apparenze austere ed eleganti delle composizioni dei più grandi, intoccabili, maestri della musica colta dal sedicesimo secolo fino a ieri l’altro. Musica Ridens, come lascia intuire il grazioso titolo, sviscera con dovizia di riferimenti e di aneddoti il gusto per lo sberleffo, le citazioni spesso irriguardose e insolenti, le provocazioni di cui, strano a dirsi, abbonda la musica di estrazione classica.

Una ricerca che può apparire scoraggiante per un novizio e che invece l’autore risolve con grande padronanza, dimostrando come per trovare qualcosa occorre conoscere dove cercarla. E, per trasmetterne i risultati in maniera coinvolgente, bisogna avere una dialettica accesa e coinvolgente.

Sono le doti di cui Scrofani Cancellieri si dimostra ottimo timoniere in un testo che, sviscerando opportuni contesti storici, illuminanti precisazioni sulle diverse forme musicali (la parodia, la burlesca, il capriccio, la farsa e così via umoreggiando) e squisiti cenni biografici dei vari Bach, Satie, Schubert, Ravel, Mozart, Prokof’ev, Rossini, Cage a vario titoli citati lungo il libro, ne tratta in maniera altrettanto ironica e con un linguaggio cordiale  eppure raffinato (con un efficace e sapiente uso degli avverbi, altrove così miseramente bistrattati, NdLYS).

Musica Ridens umanizza quella che per molti è considerata arte composta da semidei. Ne mostra i vizi, oltre che le virtù di cui spesso abbiamo timore e che ce la rendono così estranea. Ce ne rivela gli aspetti imbarazzanti e ce la rende simpatica, come quando una star di Hollywood scende dal podio e ci concede un sorriso buffo e spontaneo.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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THE MUSIC MACHINE – (Turn On) The Music Machine (Original Sound)  

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Uno dei dischi più venerati di tutta la prima epoca garage, in parte per il contenuto (in realtà reso altalenante dalle covers “imposte” loro dai discografici che bocceranno l’iniziale proposta dei Music Machine di inframmezzare i brani portanti con degli inserti strumentali in attesa che la band, incredibilmente perfezionista nonostante l’approccio apparentemente impetuoso, trovasse il “vestito” definitivo alle centinaia di pezzi che tiene nel cassetto, NdLYS) ma soprattutto per il fascino  sprigionato ancora oggi da quel look da dark-Beatles a cui bands come Unclaimed, Crimson Shadows, Ugly Things o Fuzztones si sarebbero apertamente ispirate.

Nati nel 1965 a Los Angeles come Ragamuffins, i Music Machine sarebbero diventati tali con l’ingresso in formazione di Mark Landon e Doug Rhodes anche se sono Sean Bonniwell e Keith Olsen a dare alla band l’immagine e il suono con cui sono passati alla storia, il primo imponendo un look che era, per l’epoca, pura violenza estetica e il secondo costruendo artigianalmente le scatolette fuzz che ne caratterizzano il suono altrettanto crudo. Sono proprio i sinistri arabeschi tracciati dalle linee di fuzz e di organo su pezzi come TroubleThe People in MeMasculine Intuition, Wrong, Talk Talk, Come On In a scatenare brutali pulsioni erotiche su quanti se ne trovassero al cospetto. Folk crepitante e decadente, bastonato dal beat e cantato con fare sfrontato e punk da Sean Bonniwell.

Folk che invece di volare otto miglia in alto come sul tappeto dei Byrds, diventava granito, schiacciandoti.

L’uso degli accordi in minore e delle capacità descrittive tipiche dei folksingers applicate ad un contesto rock dava loro una connotazione eversiva e arty che pochi avrebbero uguagliato, anche dopo. Sean impone alla band una tintura nero corvino ai capelli (Keith era notoriamente biondo), abiti rigorosamente neri, pesanti medaglioni al collo e il singolare vezzo di un guanto di pelle nera a coprire la mano sinistra, riproducendo l’immagine di una gang piuttosto che quella di una comune party-band. Confrontateli con le foto dei gruppi “in divisa” tipici di quegli anni e capirete da soli tutto quello che potrei tentare di spiegarvi a parole.

(Turn On) è un autentico altare pagano. Sean e i Music Machine, gli officianti del garage-punk americano.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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