THE CHESTERFIELD KINGS – The Mindbending Sounds of… (Sundazed)  

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Nel 2002 Little Steven apre il suo Underground Garage trasformandosi, inaspettatamente, nel nuovo guru del sixties-punk creando nuovo interesse attorno al fenomeno. Quali che siano state le dinamiche non saprei ma Little Steven si ritrova in qualche modo a “battezzare” il disco della rinascita dei Chesterfield Kings. È lui a firmare le visionarie note di copertina e a collaborare fattivamente in almeno un pezzo. E, successivamente, a ristampare il disco per la sua etichetta personale.

L’altro nome prestigioso a partecipare al disco è Jorma Kaukonen, che presta la sua chitarra per un paio di pezzi.

Ma Mindbending è soprattutto il disco con cui Andy Babiuk e Greg Prevost si riappropriano in toto del loro stile, dopo aver disperso il seme su dischi blues e surf e dopo un modesto album di cover come Where the Action Is!. Non mancano le scopiazzature ma stavolta l’album, interamente firmato dalla band, è un ottimo e ricco vassoio di muffin drogate cucinate negli stessi forni delle pasticcerie di Electric Prunes, We the People, Chocolate Watch Band, Rolling Stones (periodo Between the Buttons), Master’s Apprentices e Seeds.

Tra queste le scariche fluorescenti di Endless Circles, Non-Entity con la sua armonica arrapata, Stems & Flowers scritta con Sky Saxon e arrangiata in perfetto Seeds-sound, Transparent Life (a perfetta metà strada tra gli Electric Prunes e gli Stones di Paint It Black), il beat di impronta Easybeats di I Don’t Understand e Memos from Purgatory figlia del Sebastian F. Sorrow nato trentacinque anni prima sono quelli che fanno la parte del leone in questo disco pieno di chincaglieria d’epoca e di suggestioni psichedeliche. Bentornati a casa.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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VASCO ROSSI – Colpa d’alfredo (Targa)  

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Per mettere meglio a fuoco il proprio stile Vasco Rossi fa tesoro della sua esperienza radiofonica. L’intuizione, furba ancorchè geniale, è quella di mettere a frutto la lunga convivenza con i dischi di artisti trasgressivi come David Bowie, Lou Reed, Ian Dury, Rolling Stones, Who, Sex Pistols, gli eroi negativi del glam rock, del punk e del metal e adeguarne (o addirittura copiarne) lo stile e “maccheronizzarlo” aggiungendo quelle che nell’Italia bigotta che non ha ancora aperto gli occhi dal buio degli anni Settanta sono ancora delle parole o degli argomenti tabù.

Parole come negro, sballo, godere. Argomenti come tossicodipendenza, autoerotismo, sesso libero, teppismo.

In quella stessa Italia “cieca” è facile rallentare il giro di Baba O Riley e farlo diventare Colpa d’alfredo o prendere in prestito la Sex and Drugs and Rock ‘n Roll di Ian Dury per trasformarla in Sensazioni forti senza che nessuno se ne accorga. Il cantautore di Zocca ha già tastato il terreno l’anno precedente nella coda della sua Albachiara, disperdendo nell’etere le particelle di All the Young Dudes di Bowie senza suscitare nessun tipo di scandalo.

Ora, può osare di più e meglio. Anche perché dietro di lui sta prendendo forma la Steve Rogers Band, la roccia sulla quale il cantante può poggiare saldamente i piedi pur barcollando vistosamente.

A creare il “personaggio” Vasco contribuisce in maniera decisa il fatto che Vasco Rossi sia quel che canta. Ciò alimenta da un lato una fortissima identificazione sociale da parte di quello che diventerà il “suo” pubblico e dall’altra infiamma in maniera decisa il biasimo dei detrattori, ovvero quella fetta perbenista e borghese della società che le canzoni di Vasco accusano in maniera sfacciata ed impertinente.

Alzando il livello di scontro e simultaneamente creando il proprio esercito (che lo riconosce come capo carismatico, tanto da elidere per sempre il suo cognome in modo da accorciare ogni distanza con il proprio guru), il cantante emiliano diventa ciò che da lì a breve diventerà. Un vero e proprio monumento della disubbidienza a buon mercato. Senza nessuna implicazione ideologica o politica. Esclusivamente come fatto acquisito, generazionale, forse anche biologico.

Colpa d’alfredo, il suo terzo album in tre anni, è l’inizio di questo spettacolo che lo inghiottirà a breve quasi completamente. E, nonostante si tenda a demonizzarlo o venerarlo (facendo dunque il suo gioco) come ogni suo lavoro, e malgrado due canzoncine da Zecchino d’Oro come Susanna e Non l’hai mica capito, non è affatto un brutto disco. Ha in se quella becera ignoranza del rock che dovrebbe essere patrimonio dell’Unesco e la dolcezza che Vasco Rossi non abbandonerà mai, come se saltando da quello scoglio sentisse sempre l’esigenza di trovare un approdo morbido e accogliente che invece la vita gli negherà.

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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