CAMPER VAN BEETHOVEN – Telephone Free Landslide (Independent Project)  

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La prima sensazione era quella che fossero sbarcati i Bad Manners dell’indie-rock Americano. Quella immediatamente successiva era che fossero sbarcati per prenderci per i fondelli. Nell’attesa di dissipare i dubbi, il disco dei Camper Van Beethoven stava ben nascosto, impilato tra i dischi “colti” di John Cale e Can e pronto a far capolino non appena la curiosità reclamava un ripasso.

Se insomma tra i nuovi gruppi alternativi c’era già chi aveva spernacchiato in faccia alla tradizione (Violent Femmes, Replacements, Meat Puppets), i Camper Van Beethoven sembravano farlo in maniera ancora più beffarda ed irriverente, finendo per pisciare anche addosso al punk e ai loro eroi e per accostare la musica di protesta a quella da veglione. Perché l’importante, forse, è farsi trovare comunque svegli. Telephone Free Landslide, nelle sue mille schegge perlopiù strumentali, si appropria di linguaggi periferici rispetto alla fiera tradizione americana, finendo per suonare come un carosello semiserio sulla cui giostra le stelle finiscono per cadere e le strisce per attorcigliarsi su se stesse simulando un carnevale (gli scherzi giamaicani di Yanqui Go Home, Border Ska e Skinhead Stomp, i balletti est-europei di Atkuda, Mao Reminesces About His Days in Southern China, Balalaika Gap, il Branduardi di Payed Vacation:Greece, la 9 of Disks scritta con il foglio a ricalco steso su King Volcano dei Bauhaus).

Infilate fra queste gag apparentemente prive di ogni velleità artistica e di qualsiasi morale, la band infila qualche ballata svaccata (The Day that Lassie Went to the Moon), distribuisce qualche pastiglia inacidita come nella miglior tradizione neo-Barrettiana dei contemporanei Cope e Hitchcock (Oh No!), improvvisa giullaresche sull’intransigente legge dell’hardcore (la cover di Wasted dei Black Flag), scioglie qualche pasticca effervescente dentro i bicchieri della country music americana (Cowboys from Hollywood, Ambiguity Song), riscrive qualche pagina di Jonathan Richman (I Don’t See You è She Cracked con un diverso titolo e l’aggiunta di una viola alla Cale, Take the Skinheads Bowling una qualsiasi delle altre sue quattrocentoventi canzoni), portando nel mondo del rock indipendente americano quella risata Bakuniniana che avrebbe dovuto seppellire molti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MAKE-UP – Destination:Love (Dischord)  

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Violentare il gospel con la sensualità profana del rock ‘n roll, erotizzare i sermoni con la fisicità ammiccante di movenze allusive ben sopra le righe. Come per la Blues Explosion di Jon Spencer, per i Famous Flames di James Brown o per i Cramps di Lux Interior, la musica dei Make-Up fa leva su una carica sessuale ed erotica incontenibile che non fa forza solo su pose ostentate e plateali, ma viene fuori da sé, disegnando trame che sanno di sesso lontano un miglio.

Il basso di Michelle Mae traccia curve simili a rivoli di sperma che si adagiano sul ventre e il Reverendo Svenonius geme e si contorce spiritato, come se lo Spirito Santo avesse deciso di fecondarlo travestito da tarantola piuttosto che in forma di fuoco che placa i turbamenti dell’animo.

La musica dei Make-Up è una lingua di fuoco che ti massaggia il glande.

Uno strano incrocio tra gli schizzi di sudore del giovane James Brown, le urla isteriche di Screamin’ Jay Hawkins, le dementi frat-song dei primi anni Sessanta e le spore no-wave del decennio seguente. Destination:Love, il falso disco dal vivo registrato da Guy Picciotto, ci offre mezz’ora di grande spettacolo. Mezz’ora in cui lo spirito primordiale del rock ‘n roll torna a farci muovere come primati ed ululare come lupi affamati di sesso e di carne.

Ian Svenonius grugnisce in falsetto salmi che odorano di sperma e che invitano all’amore lussurioso e universale come l’unica guerra possibile, beatificando nell’unica maniera plausibile l’anima dannata del rock ‘n roll.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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