THE BONE MACHINE – Sotto questo cielo nero (Billy’s Bones/Area Pirata)  

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Potrebbe essere la rampa di raccordo tra il “nonno” Clem Sacco dei bei, folli tempi del rock ‘n roll e il Capossela che scimmiottava Tom Waits dei primi anni Novanta.

Potrebbe essere, se l’immaginario dei Bone Machine non fosse quello del trash ‘n roll più s”Cortese” e meno disposto ad omologarsi.   

Si, insomma, la musica dei Bone Machine non passerà in radio e annegherà nel suo stesso piscio senza che nessuno osi tuffarsi per salvarla. Neppure stavolta.

Fuori dalla grazia di Dio, come essi stessi dichiararono dieci anni fa.

Oggi, a quasi venti dall’avvio del progetto, i Bone Machine continuano a dire parolacce mentre fanno gli addominali sullo psychobilly di Meteors e Cramps (li trovate entrambi su Sono sempre un cane) o sul pianoforte di Esquirita (Un altro sorso di veleno), allenandosi a fare le controfigure di Lee Van Cleef sul set western di Siedi accanto al fuoco. Che la potreste ballare bevendo vino e prendendovi a braccetto, come ad un concerto dei Modena City Ramblers e che invece probabilmente non ascolterete mai, distratti dal partigiano reggiano e da qualche fetta di salame messi in mostra al banco frigo delle radio “solo musica italiana”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Head (Touch & Go)  

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Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BIG STAR – Complete Third (Omnivore)  

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Riedizione mastodontica per il terzo album dei Big Star di Alex Chilton, quello destinato a raccogliere la polvere di stelle di una delle band più sfortunate ma allo stesso tempo influenti del rock americano degli anni Settanta.

Dalle versioni demo a quelle conclusive passando per le varie fasi di registrazione e missaggio. Insomma, come essere amici di uno che di amici non voleva averne alcuno, in quel 1974. Ed essere al suo fianco in ogni sua giornata, dalla più buia alla più luminosa, durante una delle sue gravidanze più complicate.

Un disco che fa tesoro delle assenze fino a far brillare la Grande Stella di una luce inquietante, schizofrenica, misantropa e a tratti addirittura angosciosa. Un disco che è il risultato di un cannibalismo atroce, di un’operazione di auto-sabotaggio quasi senza eguali, di imbalsamazione salvifica e definitiva.

Chilton e Jim Dickinson, resisi conto di avere tra le mani poco più che un cadavere, ne svuotano le viscere e le riempiono di cristalli di sale. 

Un lavoro dall’approccio totalmente disinibito. Un album invendibile, tanto che occorrerà aspettare quattro anni perché qualcuno (la PVC in America, la Aura in Gran Bretagna) si decidesse a stamparlo mostrando la Memphis dei vampiri. L’ultima lacrima di stucco era stata  detersa, l’ultima goccia di sudore era stata asciugata, l’ultimo grammo di grasso prosciugato. Quello che restava era il suono di una casa di spettri.

Una casa di spettri dove prima c’era stata la vita gloriosa della Stax.

Una casa di spettri proprio lì dove era stata scritta Whola Lotta Shakin’ Goin’ On. Che infatti era rimasta in qualche modo intrappolata là dentro. E la sua eco risuonava tra quelle mura fatiscenti e marce. Fantasmi che puoi sentire digrignare i denti, come su quel vortice di angoscia che è Holocaust, che ne puoi sentire le dita azzardare un giro di piano colato via dal pentagramma armonico, come nell’intro di Jesus Christ o durante gli skizzi di Kizza Me!, trascinare ferraglia sul “velluto” di Kanga Roo, sbattere a terra le loro grucce allo schioccare del secondo minuto esatto di Nature Boy (in realtà si tratta della stampella di William Eggleston, ma a me piace immaginarla in quel modo, NdLYS), palleggiare impertinenti una palla da basket mentre avanzano sghembi su Downs (la suoneranno per sempre così, i Big Star, anche nelle tarde reunion di quarant’anni dopo, per non fare indispettire i fantasmi: con un amico invitato sul palco a palleggiare all’infinito quel pallone. Nella maggior parte dei casi, Mike Mills dei R.E.M.).

Third è il disco che, al pari del terzo Velvet Underground, forgia l’assetto umorale di vagonate  di indie-band dei decenni seguenti, alcune delle quali partecipano alle ricche note di corredo a questa nuova e stavolta pare definitiva versione del capolavoro dei Big Star. Ora potete divertirvi a confrontare ogni versione disponibile di quei bozzoli di dolore, magari scioglierli ed attorcigliarvi nella seta che ne viene.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE FLESHTONES – …The Band Drinks for Free (Yep Roc)  

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Nel 2003, con la proposta di contratto ai Fleshtones, la Yep Roc ha investito su un usato sicuro.

Probabilmente sbagliando. Perchè di dischi imperdibili il quartetto newyorkese da allora non ne ha regalato più neppure uno, nonostante una tenacia intramontabile. …The Band Drinks for Free, arrivato a celebrare il quarantennale dei Fleshtones, non fa eccezione.

Il super-rock dei quattro vecchietti continua a mescere nell’amata brodaglia di beat e R ‘n B (con tutte le varianti del caso) e lo fa stavolta con un suono più levigato e curato del solito (Stupid Ol Sun è un paradosso anni Ottanta degno delle Go-Go’s, The Sinner uno dei peggiori blues a memoria d’uomo, o perlomeno a memoria mia). Però tiene fede ad un’attitudine che è coerente e tutto sommato impermeabile ad un usura che non sia quella fisiologica e chimica dettata dal tempo. Non più supportata dagli ormoni della gioventù, diventata un po’ mestiere.

Parafrasando gli Area: gli Dei restano, gli arrabbiati se ne vanno.  

E pur tuttavia, nessuno osi parlar male dei Fleshtones.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BARSEXUALS – Black Brown and White (Disco Futurissimo/Dead Music)   

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Dieci anni di attesa per poi registrare tutto in una giornata e mezza.

Resta il fatto che io non li conoscevo fino a ieri e che invece oggi il disco di debutto di questa band pugliese è qui a frizionarmi le orecchie e a pestarmi le ossa come anni fa fecero gli Scientists, i Gories, i Fall e i dimenticati (da voi) Playground.

La musica è dunque quella latrina che potete immaginare se questi nomi vi suonano familiari. Se non suonano in quel modo, vuol dire che vi piace il blues da pub e siete fra quelli che pretendete il bagno in camera. E quindi non è roba per voi.  

Non c’è nulla di male.

Siamo fatti tutti ad immagine di Dio. Voi altri forse più di me.

Possiamo andare tranquillamente a sfidare il Diavolo, voi con sottobraccio un disco di Bonamassa e in mano uno spritz, io con quello dei Barsexuals e una bottiglia di bourbon. Voi mostrando il vostro sorriso migliore, io digrignando i denti mentre loro promettono di fare festa sulla mia tomba, in modo che la baldoria non abbia fine.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ALBERTO CASTELLI – Otis Redding: La musica è viva / CARLO BABANDO – Marvin Gaye: Il sogno spezzato (Vololibero Edizioni)    

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Mai troppo celebrato, il soul. Sempre troppo confinato fra i rivoli di memoria di chi ha qualche anno sulle spalle o nei margini stretti di qualche spot pubblicitario, privato della sua storia, che è invece, sempre, una storia bellissima di fede, ostinazione, fortuna, sesso, affari, droga, tormento, gioia, abissi di disperazione e voglia di riscatto.

Una storia di anime imprigionate nella carne da cui vorrebbero fuggire. E che tentano la fuga su una musica che è carnale quanto l’involucro che le contiene.

Sono le storie che le migliori firme del giornalismo musicale italiano ci raccontano sui Soul Books editi dalla Vololibero. In maniera sublime. Scritti in maniera così avvincente e appassionata che puoi anche non conoscere una sola nota, una sola canzone, un solo disco dei protagonisti che la popolano e pur tuttavia rimanerne coinvolto, disegnarne i personaggi a tuo modo. E disegnarli in modo pertinente a quello che erano quando la musica e il suo mercato erano ancora cosa viva.

In questa seconda tornata sono Alberto Castelli e Carlo Babando a tratteggiare le figure “ingombranti” di Otis Redding e Marvin Gaye, scomparsi entrambi tragicamente appena venticinquenne il primo, per un soffio mancato quarantacinquenne il secondo, vittime di un karma maldisposto ad assecondare i loro sogni di gloria. Sono le storie di due macchine d’amore e delle officine dentro cui vennero prodotte, quelle della Stax e della Motown. E di tutta la gente che da  quelle macchine cercò la sua raffica d’amore o la sua parabola per il successo o che a quell’amore rimase sordo finchè gli fu concesso tempo per poter far ombra su questa terra. La musica è viva e Il sogno spezzato hanno il pregio di non dilungarsi troppo sui caratteri tecnici o stilistici di Redding e Gaye puntando invece a disegnare un appassionante romanzo storico, familiare, sociale, affettivo. In maniera per niente prolissa ma, al contrario, sagace, fluida e travolgente. Raccontando con un vocabolario per nulla approssimativo e per niente tecnico.

Parole, tante e belle, sospese tra cronaca e leggenda.

Riuscendo a ravvivarne il ricordo e a non assopire la nostra attenzione pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, vicenda dopo vicenda.

Parole che riescono a fare innamorare, proprio come quelle ingannevoli di Redding e Gaye riuscirono a far innamorare una intera generazione di adolescenti e a gestire i primi pruriti sessuali. Parole, come quelle, che inducono in tentazione.

Scritti sul soul scritti col soul.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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SCIENTISTS – A Place Called Bad (The Numero Group)  

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Bello sapere che gli Scientists non sono stati dimenticati.

Bello sapere che, nonostante non incidano un solo solco inedito da ormai sei lustri, ogni due, quattro, cinque anni venga pubblicata una loro “foto ricordo” tanto che le raccolte hanno di gran lunga scavalcato il numero di dischi ufficiali prodotti dal gruppo nella sua carriera.

L’ultima in ordine di tempo è quella pubblicata dalla Numero Group che raccoglie tutto quanto registrato in studio dalla band australiana e apre una finestra sui tempestosi live-set dei primi anni. Una carrellata esaustiva che permette di rivalutare anche la primissima e da molti trascurata prima fase della carriera del gruppo di Adelaide, quella antecedente allo storico e fangoso Blood Red River e che, serpeggiando fra punk e power-pop, si poneva come una sostanziale alternativa australiana al suono dei Replacements ma anche come un’ottima, credibile, possibile evoluzione del suono dei primi Vibrators e dei primissimi Cure.

Poi ci sarebbe stata la (ri)scoperta del blues e il tentativo degli “scienziati”, riuscito, della transustanziazione delle acque di palude in sangue e la storia degli Scientists sarebbe diventata quella che ancora oggi fatichiamo a toglierci di dosso.

Con sommo piacere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LUCIO DALLA – Dalla (RCA)  

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Un disco di città galleggianti e illuminato a giorno da una luna ingombrante, Dalla è il disco che chiude il quinquennio d’oro di Lucio Dalla e lo proietta negli anni Ottanta con un carico di aspettative che verranno in gran parte disattese, nonostante il successo, quello vero, quello milionario, quello impresso nella memoria collettiva (quello di Caruso, tanto per fare qualche nome) arriverà proprio a metà di quel decennio.

Un disco che guarda al cielo. Come l’iconico scatto di copertina.

Carichi entrambi di malinconia, dolcezza, ironia e ottimismo, come i personaggi dai nomi improbabili (Fortuna, Futura) che Dalla vi chiude dentro e che come lui guardano in alto. Magari mentre aspettano il tram. O mentre provano a vagheggiare il viso di un figlio che arriverà forse con il medesimo puntuale ritardo.

Farfalle, uccelli, velivoli, stelle, intere costellazioni tatuate sulla carne come nel tatuaggio di Sonni Boi, brame d’amore descritte come il desiderio di “volare sopra un tetto” e promesse rassicuranti come quelle di “volare nella mano”, ballerini che danzano più in alto degli aeroplani e cuori marziani.

Dopo la terra e il fuoco dei primi anni Settanta e l’acqua di Com’è profondo il mare è dunque l’aria l’elemento chiave del Lucio Dalla a cavallo fra i due decenni. Lo era stato sul disco omonimo dell’anno precedente e lo è nuovamente in questo che omonimo lo è per metà e che avverte la necessità di una folata di ottimismo che ossigeni l’aria densa di paura degli anni di piombo che tuttavia proprio quell’anno e proprio nella sua città pagheranno il debito più pesante in termini di vite umane. Dalla è un disco dalle forme prosperose e dal cuore tenero, come le donne che mettono appetito e che quell’appetito riescono a saziare. Un disco che vien voglia di spogliarlo, di spogliarsi, di lasciarsi spogliare.       

Un disco che mette al riparo dalla pioggia d’autunno, e la raccoglie tutta in un unico calice che è stato appena svuotato di un vino leggero da due labbra avide di vita.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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OFFICINE SCHWARTZ – Colonna Sonora di Remanium Dentaurum Cr Co Mo (estesa, rimasterizzata e videodocumentata) (Again Records/Luce Sia)  

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A Dalmine, a mezzo miglio di distanza dall’autostrada Bergamo-Milano, una delle più grandi acciaierie italiane venne convertita, durante l’epoca fascista, nel più grosso stabilimento di munizioni per l’esercito tedesco. Novemila tonnellate di teste di siluri e tubi per missili V1 e V2 uscivano fuori, ogni mese, da quei capannoni messi su con i goldmark della Mannesmann.

Alle ore 11 del 6 Luglio del 1944, con la fabbrica in piena attività, 78 tonnellate di bombe da 500 libbre ciascuna oscurarono il cielo di Dalmine come un’enorme pioggia di metallo e di morte uccidendo quasi trecento persone e mutilandone quasi il triplo.

E’ il rumore dei bombardieri di quella che è passata alla storia come Operazione 614 e la cronistoria di quella giornata ad aprire l’album di debutto delle Officine Schwartz.

Ancora Bergamo. Ancora opifici. Anche se adesso siamo nel 1988.

Le Officine Schwartz hanno aperto i loro cancelli cinque anni prima ma è solo adesso, con questo prodotto fonografico associato ad uno spettacolo multimediale che nelle intenzioni sarebbe dovuto durare quanto un’intera giornata lavorativa (le famose “otto ore” che, andrebbe ricordato, furono rivendicate per la prima volta proprio dai lavoratori della Dalmine, NdLYS) e poi “ridotte” alle quattro ore presentate per la prima volta il 13 Febbraio del 1988 a Pantigliate di Milano che le Officine di Osvaldo Arioldi diventano l’avamposto più occidentale delle compagini industrial dell’Europa dell’Est. Di quello spettacolo non troverete traccia nel DVD pubblicato in allegato a questa preziosa ristampa se non nei ricordi trasversali dei loro protagonisti e che pure ne rappresenta uno dei punti di forza (l’altro è la canonizzazione dei trenta minuti di concerto registrati all’El Paso e circolati da sempre come cassetta tra le solite sette carbonare).

Da qui alla ruggine è infatti, più ancora che Remanium Dentaurum, un vero e proprio bagno nell’acciaio. Officine Schwartz rappresentano, su disco e tra i bidoni delle loro rappresentazioni multimediali, l’unica musica concessa a chi lavora nelle catene di montaggio.

La meccanica della fatica si trasforma dunque in fucina ritmica potente e disarmonica.

L’identità pluralista (il sindacato, i compagni di turno, la “classe operaia”) venuta a rimpiazzare l’annientamento della propria individualità si adatta al canto corale, polifonico di canzoni come Inno  dei lavoratori e delle officine o Ciao Bella!.

Barili, taniche e bidoni si trasformano nel nuovo grembo pronto ad accogliere i feti della civiltà industriale.

Il braccio operaio diventa il braccio di Dio.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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