KRAFTWERK – Trans Europa Express (Kling Klang)  

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Lo sguardo è quello vitreo ed inespressivo che i nostri  padri videro con raggelante orrore nello sguardo dei loro padri. I Kraftwerk avevano ereditato i cromosomi delle legioni naziste che avevano terrorizzato il mondo pochi decenni prima.

La loro musica era lo specchio di questi corpi privi di umana pietà.

Una distesa di ghiaccio perenne.

I Kraftwerk potrebbero non esistere. Potrebbero essere solo una proiezione tridimensionale della macchina che guidano. La loro musica non tradisce alcuna emozione. È un prodotto da laboratorio.

Trans Europa Express è il tentativo, riuscito quanto quelli che l’hanno preceduto nella discografia della band tedesca, di ibernare l’Europa. Un’era glaciale che atrofizzi l’uomo moderno impedendogli di replicare altri orrori, sostituendolo con delle macchine. L’uomo deumanizzato. Un semplice automa che ha neutralizzato ogni neurone specchio, inibendo la capacità ad amare e la sua incapacità, congelando l’antropomorfizzazione di ogni emozione.

Sentireste un qualche formicolio alle mani mentre scorrono le loro canzoni?

Simulereste di imbracciare, accarezzare, picchiare, un qualche strumento?

Evochereste una sola espressione facciale, una sola smorfia?

Cantereste un ritornello, una strofa?

Tamburellereste con le punte delle dita? Con la pianta del piede?

Non credo.

Eppure, straordinariamente, gran parte della musica ritmica degli anni Ottanta e Novanta, nasce su questi enormi vagoni di acciaio che avanzano sotto una nevicata siberiana. Dal synth-pop degli anni Ottanta alla techno, passando per l’hip-hop che lo userà come antidoto robotico al groove sexy della funky music di James Brown e alla musica industriale che farà tesoro delle intuizioni rumoriste e post-industriali di Metal on Metal.

Siete stati in Germania.

E  magari non lo sapevate.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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