GREEN DAY – Revolution Radio (Reprise)  

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Chi ci ha sentito dentro le sirene dei Clash.

Chi i Ramones sotto il tiro di Phil Spector.

Chi addirittura gli Who di Tommy.

Sono i nomi che, nel quarantennale del punk e dell’ennesimo tour degli Who e con le riviste che per stampellare la propria crisi si decidono a fare concorrenza ai negozi di dischi, sono servite appunto a vendere qualche copia in più di giornali che affidano le colonne dedicate alla musica a gente abile solo nel taglia e cuci. E neppure tanto.

Detto questo e fatto sgombro il campo dai giornalisti che lavorano al soldo delle case discografiche o che si intendono solo di gossip (la disintossicazione, la guarigione dal cancro, ecc.) c’è da dire che mentre Revolution Radio gira sul mio impianto, i fantasmi di Joe Strummer e di Joey Ramone non si sono materializzati. Non che lo volessi, che a me piacevano in pelle, ossa e sudore.

Questa ulteriore premessa non vuole essere denigratoria. Nessuno vuole negare alla band la capacità di scrivere robuste e a volte carucce power-songs. Che li si voglia a tutti i costi legittimare come gruppo punk e attribuir loro paternità che non le appartengono però lo trovo alquanto fastidioso.

Revolution Radio non si fa portavoce di nessuna rivoluzione. La musica dei Green Day continua a suonare come se i Foo Fighters fossero costretti ad essere una boy band.

Suona bene, ovvero secondo gli stereotipi delle tante “Virgin Radio” che stanno infettando il mondo con gli Skunk Anansie e i Red Hot Chili Peppers, ma suona così.

E voi, gente che scribacchiate di rock come fareste su Trip Advisor, fareste bene a non tirare giù certi nomi tanto per ingannare il tempo e la gente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GENTLEMENS – Hobo Fi (Area Pirata)

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In tre, da Ancona. Per stanare il blues.

Come i Dottori Venkman, Stantz e Spengler su Ghostbusters.

Massacrandolo a badilate, fino a farne poltiglia. Bitume da stendere su una interminabile strada che permetta al nostro stivale di avanzare fino a Memphis, Chicago, New York.

Le tredici canzoni del nuovo disco dei galantuomini marchigiani sono un bellissimo cumulo di pattume blues/punk che odora di scarti di conceria e di concime biologico. Roba che, nonostante l’esigua strumentazione esibita (fondamentalmente due chitarre e una batteria che le tiene in vita, a tratti un’armonica e qualche piccolo intervento d’organo), ha una corposità che va oltre l’abituale, approssimativo ed indistinto baccano di ferraglia di molte produzioni siderurgiche affini e che, seppur sfregiata, conserva ancora i tratti appuntiti di Hasil Adkins e il ghigno beffardo di Gene Vincent.

Un baccanale dove si suona la nostra musica preferita e il Diavolo si esibisce al rodeo. Senza cadere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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