OASIS – Be Here Now (Big Brother)  

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Il trucco era far suonare i dischi degli Oasis non solo più spesso degli altri, ma più “forte” degli altri in modo che scorrendo con aria svagata la pista della modulazione di frequenza l’ascoltatore cadesse nella trappola. In pochi se ne accorsero. Ma noi che facevamo radio e non solo la subivamo ce ne accorgemmo eccome.

I dischi degli Oasis erano “costruiti” per sbaragliare la concorrenza.

Per annientare qualsiasi rivalità.

Non solo quella dei Blur che era stata costruita per fare gossip, ma tutto ciò che passava per l’FM occidentale.

Lo stesso “trucco” di iper-equalizzazione fu usato per Be Here Now, il terzo album della band di Manchester. Quello destinato ad imporli definitivamente come la band più importante del mondo. Oltre a questo, l’uscita venne “blindata” limitandone in tutti i modi la pre-diffusione in rete (i promozionali vennero inviati in pochissimi esemplari “tracciati”). Insomma, era il 1997 e il mondo era prigioniero degli Oasis.

I fratelli Gallagher hanno percorso velocemente il primo tratto di binario della montagna russa del pop. Adesso, si trovano in cima. Forse non sanno ancora che dopo ci sarà una discesa sempre più rovinosa. O forse si. Ma per adesso, cosa importa? A voi importerebbe?

Be Here Now suona presuntuoso da subito. Anzi, più che presuntuoso, invasivo. Costruito, e costruito bene, per catalizzarsi sul nervo vestibolococleare dell’ascoltatore. Costruito a mo’ di spot pubblicitario: lo ascolti un paio di volte e ti sembra che quelle canzoni siano state lì da sempre. Tu, devi solo raccoglierle.

Il suono delle chitarre è pastoso e vagamente onirico, le vocali dei ritornelli tirate perché ti abbraccino, le consonanti viceversa pesanti, austere, orgogliosamente mancuniane e figlie del lessico proletario e volgare della working-class, gli arrangiamenti sontuosi, talvolta al limite del kitsch beatlesiano (All Around the World), le ballate avvolgenti con cambi di accordo prevedibili ma efficaci, la durata media delle canzoni insopportabilmente lunga. Ovunque, una sensazione spiacevole ma concreta che tutto sia stato fatto con lo stampino ed impastato col Bimby®.

Una bella cartolina dall’Inghilterra.

Ma pur sempre una cartolina.  

Nella sua nuova edizione deluxe, Noel Gallagher che ne ha curato la riedizione e la scelta delle bonus (una ghiotta per quanto ovvia lista di B-sides, tracce dal vivo e una versione inedita e carica di archi di D’You Know What I Mean come unico risultato di un progetto di rimaneggiamento dell’intero disco lasciato di fatto incomputo), gli Oasis ne mandano una pure dalle Antille. Si tratta degli apocrifi provini registrati da Noel e da Owen Morris (e il cameo di Johnny Depp che poi gli Oasis avrebbero tenuto per la versione definitiva) nella residenza caraibica di Mick Jagger sull’isola di Mustique e ora diventati di pubblico dominio.

Il confronto tra le voci di Liam e Noel diventa schiacciante. A discapito di quest’ultimo. Però per noi che siamo tutti, ora che la rete ci permette di farlo in maniera sistematica, un po’ voyeur, il piacere un po’ perverso di spiare la più chiacchierata coppia di fratelli del pop inglese dallo spioncino, rimane. E, tra un gossip e l’altro, un disco in proprio e la ristampa di uno fatto insieme, viene soddisfatta.       

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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BILLY IDOL – Rebel Yell (Chrysalis)  

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Uno dei dischi-icona dell’MTV-rock degli anni Ottanta, Rebel Yell era la svendita clamorosa della rivoluzione punk dentro le pose da teppismo da borgata.

Era come trovare le magliette dei Clash nella jeanseria Robe di Kappa in centro città.

Un po’ come succede oggi, che trovi quelle dei Ramones nelle vetrine dei megastore orientali. Se scansi le lanterne di carta di riso, le vedi anche in quelle della tua città.

Ma era un disco che non mentiva.

Perché nasceva così: becero, tamarro, testosteronico.

Pescava quel che pensava fosse giusto pescare per farlo suonare un po’ ribelle e un po’ paraculo e ributtava a mare l’amo. Aspettando che ad abboccare fossimo noi. Donne pronte col loro bidet di ghiaccio e uomini lesti ad imitarne il ghigno strafottente o ad imbracciare l’air guitar simulando lo strumming cazzuto di Steve Stevens o ad impugnare qualche bacchetta altrettanto invisibile per replicare i pattern funky stesi ad asciugare sul ponte di Flesh for Fantasy o quelli voluttuosi come una carezza di una diciassettenne su Eyes Without a Face, o ancora quelli che avanzavano implacabili sotto le mitragliate della chitarra di Stevens nella title-track.  

Qualche anno più tardi, un altro reduce del punk di nome Glenn Danzig ce ne avrebbe offerto una versione leggermente più tenebrosa ma non molto dissimile. E avremmo ritirato nuovamente fuori la panca degli addominali da sotto il letto, le donne un dildo dal comodino.

Ma quella di Billy Idol fu per me la prima volta. E come tale non va dimenticata.   

                                                          

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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