SCIENTISTS – A Place Called Bad (The Numero Group)  

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Bello sapere che gli Scientists non sono stati dimenticati.

Bello sapere che, nonostante non incidano un solo solco inedito da ormai sei lustri, ogni due, quattro, cinque anni venga pubblicata una loro “foto ricordo” tanto che le raccolte hanno di gran lunga scavalcato il numero di dischi ufficiali prodotti dal gruppo nella sua carriera.

L’ultima in ordine di tempo è quella pubblicata dalla Numero Group che raccoglie tutto quanto registrato in studio dalla band australiana e apre una finestra sui tempestosi live-set dei primi anni. Una carrellata esaustiva che permette di rivalutare anche la primissima e da molti trascurata prima fase della carriera del gruppo di Adelaide, quella antecedente allo storico e fangoso Blood Red River e che, serpeggiando fra punk e power-pop, si poneva come una sostanziale alternativa australiana al suono dei Replacements ma anche come un’ottima, credibile, possibile evoluzione del suono dei primi Vibrators e dei primissimi Cure.

Poi ci sarebbe stata la (ri)scoperta del blues e il tentativo degli “scienziati”, riuscito, della transustanziazione delle acque di palude in sangue e la storia degli Scientists sarebbe diventata quella che ancora oggi fatichiamo a toglierci di dosso.

Con sommo piacere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LUCIO DALLA – Dalla (RCA)  

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Un disco di città galleggianti e illuminato a giorno da una luna ingombrante, Dalla è il disco che chiude il quinquennio d’oro di Lucio Dalla e lo proietta negli anni Ottanta con un carico di aspettative che verranno in gran parte disattese, nonostante il successo, quello vero, quello milionario, quello impresso nella memoria collettiva (quello di Caruso, tanto per fare qualche nome) arriverà proprio a metà di quel decennio.

Un disco che guarda al cielo. Come l’iconico scatto di copertina.

Carichi entrambi di malinconia, dolcezza, ironia e ottimismo, come i personaggi dai nomi improbabili (Fortuna, Futura) che Dalla vi chiude dentro e che come lui guardano in alto. Magari mentre aspettano il tram. O mentre provano a vagheggiare il viso di un figlio che arriverà forse con il medesimo puntuale ritardo.

Farfalle, uccelli, velivoli, stelle, intere costellazioni tatuate sulla carne come nel tatuaggio di Sonni Boi, brame d’amore descritte come il desiderio di “volare sopra un tetto” e promesse rassicuranti come quelle di “volare nella mano”, ballerini che danzano più in alto degli aeroplani e cuori marziani.

Dopo la terra e il fuoco dei primi anni Settanta e l’acqua di Com’è profondo il mare è dunque l’aria l’elemento chiave del Lucio Dalla a cavallo fra i due decenni. Lo era stato sul disco omonimo dell’anno precedente e lo è nuovamente in questo che omonimo lo è per metà e che avverte la necessità di una folata di ottimismo che ossigeni l’aria densa di paura degli anni di piombo che tuttavia proprio quell’anno e proprio nella sua città pagheranno il debito più pesante in termini di vite umane. Dalla è un disco dalle forme prosperose e dal cuore tenero, come le donne che mettono appetito e che quell’appetito riescono a saziare. Un disco che vien voglia di spogliarlo, di spogliarsi, di lasciarsi spogliare.       

Un disco che mette al riparo dalla pioggia d’autunno, e la raccoglie tutta in un unico calice che è stato appena svuotato di un vino leggero da due labbra avide di vita.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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