BIG STAR – Complete Third (Omnivore)  

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Riedizione mastodontica per il terzo album dei Big Star di Alex Chilton, quello destinato a raccogliere la polvere di stelle di una delle band più sfortunate ma allo stesso tempo influenti del rock americano degli anni Settanta.

Dalle versioni demo a quelle conclusive passando per le varie fasi di registrazione e missaggio. Insomma, come essere amici di uno che di amici non voleva averne alcuno, in quel 1974. Ed essere al suo fianco in ogni sua giornata, dalla più buia alla più luminosa, durante una delle sue gravidanze più complicate.

Un disco che fa tesoro delle assenze fino a far brillare la Grande Stella di una luce inquietante, schizofrenica, misantropa e a tratti addirittura angosciosa. Un disco che è il risultato di un cannibalismo atroce, di un’operazione di auto-sabotaggio quasi senza eguali, di imbalsamazione salvifica e definitiva.

Chilton e Jim Dickinson, resisi conto di avere tra le mani poco più che un cadavere, ne svuotano le viscere e le riempiono di cristalli di sale. 

Un lavoro dall’approccio totalmente disinibito. Un album invendibile, tanto che occorrerà aspettare quattro anni perché qualcuno (la PVC in America, la Aura in Gran Bretagna) si decidesse a stamparlo mostrando la Memphis dei vampiri. L’ultima lacrima di stucco era stata  detersa, l’ultima goccia di sudore era stata asciugata, l’ultimo grammo di grasso prosciugato. Quello che restava era il suono di una casa di spettri.

Una casa di spettri dove prima c’era stata la vita gloriosa della Stax.

Una casa di spettri proprio lì dove era stata scritta Whola Lotta Shakin’ Goin’ On. Che infatti era rimasta in qualche modo intrappolata là dentro. E la sua eco risuonava tra quelle mura fatiscenti e marce. Fantasmi che puoi sentire digrignare i denti, come su quel vortice di angoscia che è Holocaust, che ne puoi sentire le dita azzardare un giro di piano colato via dal pentagramma armonico, come nell’intro di Jesus Christ o durante gli skizzi di Kizza Me!, trascinare ferraglia sul “velluto” di Kanga Roo, sbattere a terra le loro grucce allo schioccare del secondo minuto esatto di Nature Boy (in realtà si tratta della stampella di William Eggleston, ma a me piace immaginarla in quel modo, NdLYS), palleggiare impertinenti una palla da basket mentre avanzano sghembi su Downs (la suoneranno per sempre così, i Big Star, anche nelle tarde reunion di quarant’anni dopo, per non fare indispettire i fantasmi: con un amico invitato sul palco a palleggiare all’infinito quel pallone. Nella maggior parte dei casi, Mike Mills dei R.E.M.).

Third è il disco che, al pari del terzo Velvet Underground, forgia l’assetto umorale di vagonate  di indie-band dei decenni seguenti, alcune delle quali partecipano alle ricche note di corredo a questa nuova e stavolta pare definitiva versione del capolavoro dei Big Star. Ora potete divertirvi a confrontare ogni versione disponibile di quei bozzoli di dolore, magari scioglierli ed attorcigliarvi nella seta che ne viene.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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