LEONARD COHEN – Songs of Leonard Cohen (Columbia)  

La poesia è il gioco di prestigio delle parole.

Se sei abile ad usarle, troverai un mondo pronto a lasciarsi incantare.

E Cohen, già più che trentenne all’epoca del suo debutto nel mondo parallelo della musica, era (e sarà) uno capace. L’incanto fu pertanto assicurato, evaporando gradualmente solo quando quel “secondo lavoro” accettato malvolentieri sarebbe diventato la sua attività principale, costringendo le parole a vestire panni a volte poco adeguati alla porta del cuore da cui erano uscite.

Ma nei primi suoi dischi, di cui questo fu il primo in assoluto, le parole si creavano da sole lo spazio che abbisognava loro e le potevi sentire espandersi in tutta la loro solenne autorità, cariche di una colta e discreta eleganza e di una sobria lusinga ingannatrice perfettamente calzante con quel viso scuro e ben pettinato che guardava da una copertina che avrebbe concesso a Sherlock Holmes l’agiatezza di risolvere con destrezza il caso senza dover neppure poggiare la puntina sui solchi del disco che conteneva. La voce di Cohen riempie ogni cosa, mentre anche l’angelo Nancy Priddy e i demoni Kaleidoscope si mettono al suo servizio.   

Songs of Leonard Cohen è il disco che, meglio di qualunque altro prima di lui, aveva raccolto la folk music dalla strada e le aveva concesso ospitalità dentro un hotel di lusso, le aveva lavato le vesti, sfilato i sandali dai piedi e le aveva fatto indossare un abito severo da seduttore, calzare delle scarpe di vernice. Di quelle con lo scrocchio che piacevano tanto alle donne d’alta classe. Strappandola alle sue radici, aveva fatto della canzone popolare e di protesta una musica intimista e schiva. Imprigionandola dentro una stanza (e da lì tornerà a cantarne, appena un anno dopo nell’altrettanto scheletrico Songs from a Room) definirà in gran parte il canone per la musica folk degli anni a venire, ne disegnerà i nuovi confini. Mettendola per la prima volta davanti ad uno specchio, la costringerà ad arrendersi al lavoro pigro ma tenace del dolore proprio ed altrui.

Con compostezza. Chinando il capo in una sorta di inchino rispettoso quando lo vedi passare a mezzo metro da te. Per nulla intimorito dal suo mantello nero.            

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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