X – Goodness GraXious, Great Cross of Fire

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Il vostro alfabeto termina per Z. Il mio, per X.

In realtà termina con l’uscita di More Fun in the New World.

Ma termina lì, con quella croce che sigillò come un timbro di ceralacca la storia del punk californiano.

Quella raccontata da Penelope Spheeris e di recente anche da John Doe in prima persona, su quel magnifico libro che proprio ad uno degli album degli X deve il suo titolo.

Disperata e romantica, la musica degli X di Los Angeles. L’unica con la quale poteva capitarvi di uscire da un concerto con le lacrime agli occhi, prima di essere nuovamente inghiottiti dalle interiora della metropoli americana.

 

 

C’è stato un periodo in cui non solo della loro musica mi ero innamorato follemente, ma anche della loro cantante Exene Cervenka.

Era il periodo di The Unheard Music, il documentario diretto da W.T. Morgan e interamente a loro dedicato.

Exene con le braccia serrate ad X.

Exene che regge un canzoniere di canzoni country mentre suo marito intona vecchi standard alla chitarra acustica.

Exene vestita da fantasma come in un vecchio film muto.

Exene che scrive lettere gonfie di amore e di ricordi alla sorella Mary.

Exene senza nessuno scudo, al centro del palco, a dare una voce al rumore della sua città.

Cinque anni di riprese, fra il 1980 e il 1984.

Sono gli X che non hanno ancora sbagliato un disco e che invece di lì a poco sbaglieranno tutto, musicalmente e sentimentalmente.

 

Ma chi erano gli X? Prima di raccontarvelo fatevi un giro sul web e, se non li avete mai visti, guardateli.

Erano o no una delle cose più belle da vedere, oltre che da sentire, che siano passate nelle nostre vite?

 

C’è un romanticismo misto a sconforto che trasuda dalle loro foto, così come dai loro dischi. Perlomeno dai loro primi dischi.

Gli X. Una croce di fuoco appiccata sul camposanto del punk.

Billy Zoom è un appassionato di rock ‘n roll.

Chuck Berry, Eddie Cochran, ciuffi impomatati, blue suede shoes e tutte quelle robe lì. Incontrerà Gene Vincent e suonerà con lui, così come suo padre, anni prima, aveva fatto con Django Reinhardt.

È il Paul Simonon della band, solo con due corde in più.

Imbraccia una Gretsch glitterata che brilla come una sciabola dentro l’inferno del Whisky A Go-Go e quando di tanto in tanto pare di sentir partire il riff strisciato di Johnny B. Goode dentro la furia di quei concerti in cui gli accordi non si sprecano mai, basta lanciare un’occhiata sul palco per averne la certezza: è stato lui.

John Doe occupa sempre la parte sinistra del palco. E’ arrivato a Los Angeles da Baltimora inseguendo il sogno di una musica proletaria, una musica nata dal basso, fatta per tutti. Disgustosa o piacevole. Ma per tutti.

Sbarca il lunario con qualche lavoro saltuario e il resto del tempo frequenta il centro di arti letterarie del Beyond Baroque.

È qui che conosce Exene, lei viene dalla Florida, ha vent’anni e un’infanzia che le ha portato via la madre ma regalato una sorella che la invoglia a scrivere. Di qualunque cosa. Exene e John si spartiranno vita e arte per qualche anno, ma non lo sanno ancora. Mirielle Cervenka morirà invece la sera del 12 Aprile del 1980. mentre si reca in auto a sentire la sorella cantare al Whisky A-Go-Go.

Donald J. Bronebrake lo incontrano un po’ di tempo dopo al The Masque, appena dopo aver finito di distruggere la batteria degli Eyes durante l’ennesimo gig-massacro. Destinato dall’età di dodici anni alla carriera di musicista classico, era stato deviato dal punk a fare le cose peggiori, e aveva appreso bene.

È giovane, furioso e ha energia da vendere: è abbastanza.

D.J. diventa il quarto uomo, la quarta asticina di quella che sarà la lettera per antonomasia del punk americano tutto: X.

Los Angeles esce nel 1980, ed è un disco perfetto.

Ha una brutalità accesa ma stemperata dall’approccio roots di Billy Zoom e canta di storie disperate, di fughe e di voglia di vomitare.

Di sesso, di abusi, di telefoni occupati e di musica che nessuno ascolta.

E ci sono soprattutto le due voci di John e Exene, incrociate come in un abbraccio.

Sotto di loro scorrono i Ramones e Chuck Berry, Lou Reed e i Dictators, i Doors e i Modern Lovers.

E tutt’intorno, solo bianco e nero.

Solo, una X che prende fuoco. Come se il Ku Klux Klan avesse finito la sua festa in maschera e abbandonato il posto del suo Carnevale. Le fiamme ci metteranno quattro anni per bruciarla, assieme all’amore tra John e Exene. Poi ci saranno solo dischi brutti (Ain’t Love Grand), mediocri (See How We Are) o trascurabili (hey, Zeus!), altri matrimoni falliti, dischi solisti, comparsate e il comunicato del 2 Giugno 2009 con cui Exene annuncia al mondo di essere affetta da sclerosi multipla. The days change at night / change in an instant.

 

 

Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult BooksI’m Coming OverWe’re DesperateWhen Our Love Passed Out on the CouchIt’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

 

…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta, su questo capolavoro che è Under a Big Black Sun. Lo fanno forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                          

                                                                                             

More Fun in the New World segna la fine di un ciclo, professionale e privato, per gli X e il Nuovo Mondo cui si allude nel titolo non riserva niente di buono. Da lì a breve si spezzerà il sodalizio artistico con Ray Manzarek, il matrimonio tra Exene Cervenka e John Doe e l’equilibrio in seno alla band che culminerà con la dipartita di Billy Zoom, orecchio critico e anima rockabilly della band, e la pubblicazione del peggior disco della loro carriera.

More Fun è però ancora il disco di una band in piena salute, completamente immersa nel tessuto urbano della loro città, elemento vitale per la scrittura del gruppo e in grado di confrontarsi con la tradizione faccia a faccia, fino a mettere su un side-project come quello dei Knitters, totalmente devota al suono dell’America rurale e che tornerà, dopo aver fatto capolino nel 1985, a far parlare di se anche dopo che la storia discografica degli X si è chiusa da più di un decennio.  

Una band che, dopo il buio del Grande Sole Nero, vuole tornare a divertirsi, fino al delirio di I See Red (che si conclude con il lancio di oggetti per lo studio e D. J. Bonebrake che si alza dal suo sgabello e tira il cerchione di una vecchia Ford al centro della stanza, NdLYS) e al divertissement funky di True Love pt. 2 pensata come omaggio alla musica di Curtis Mayfield e Marvin Gaye. E se la cover di Breathless commissionata dapprima ai Blasters per il remake dell’omonimo film di Jim McBride e infine eseguita dagli X, Hot House e True Love risultano poco incisive, canzoni come We‘re Having Much More FunMake the Music Go BangPainting the Town BlueDrunk in My Past, la marcia trionfale di The New World e soprattutto la ninnananna di I Must Not Think Bad Thoughts vanno ad infilarsi nel canzoniere d’oro del gruppo di Los Angeles.

Il mondo nuovo sembra sorridere.

Però, come cantano John e Exene, “era meglio prima, prima che votassero per come-si-chiama, questo avrebbe dovuto essere il Nuovo Mondo”.

 

Dopo aver letteralmente divorato le due C90 che custodivano la memoria magnetica dei primi quattro album degli X, le mie finanze mi consentirono di poter comprare il loro quinto disco. Così, andai dal mio negoziante di fiducia, tirai fuori dall’espositore “rock americano” Ain’t Love Grand, pagai, salutai e uscì con un cartone con una cornice di dubbio gusto sotto il braccio.

Arrivato a casa, aprì con precisione chirurgica quel lembo di cellophane che ne avvolgeva la chiusura e dentro non ci trovai gli X.

Gli X erano solo in copertina, infilati dentro altre quattro cornici. Ma dentro quei solchi, degli X non c’era neppure l’ombra. Ain’t Love Grand fu una delle più grandi fregature della mia vita di acquirente di dischi.

Un lavoro dalla statura imbarazzante. Che non mostrava neppure quella dote della quale si fantastica sui nani.

Ain’t Love Grand è un atto di umiliazione cosciente e volontaria.

Gli X appendono la loro creatura al soffitto e ne mostrano il cadavere esanime, raccontando del loro fallimento sotto la sua carcassa, abbellita con i fiori più belli del loro giardino, ormai anch’essi privi di vita. Portandone la salma in trionfo, suonando una samba brasiliana o una fanfara di trombe in una parata mortificante che ne devasti il ricordo ed uccida la pietà.  

                                     

See How We Are è il disco-fenice della formazione di Los Angeles (la città e l’album). Il disco che compensa una brutta sorpresa (l’abbandono di Billy Zoom) con un menù di belle canzoni. Di quelle che, dopo Ain’t Love Grand, non speravamo più di poter ascoltare. E che, dopo la frattura sentimentale fra John e Exene, non speravamo più di ascoltare cantate così, con le loro voci che ci volteggiano sulle teste come dei condor maschio e femmina. Che sembra facciano l’amore. E invece fanno la guerra.

L’ascia del punk è stata seppellita. E gli X sono adesso fondamentalmente una band che lavora su pezzi distesi, power-ballads un po’ amare e un po’ romantiche.

Con il verde saturo dei campi che ha sostituito il nero catrame dell’asfalto e la canicola del sole californiano le fiamme portate in dono dal tedoforo del punk che ardevano sulle loro vite avide d’amore e di rabbia.

Exene e John provano ad adattarsi al nuovo mondo. Quello con “sette tipi di Coca-Cola e 500 marche di sigarette”.

Indossando i giubbotti imbottiti sotto quel sole che dovrebbe essere difficile sopportare anche da nudi. Gli anni Novanta vedono la macchina degli X accostarsi all’affollata corsia del trend di quegli anni, con un disco carico di chitarre e bassi pesanti come hey Zeus! e l’inevitabile, per i tempi, disco unplugged con il vassoio pieno dei resti tiepidi del vecchio repertorio. Riti di passaggio obbligatori per farsi accettare da un pubblico che non ha più alcun ricordo delle notti al Whisky a Go Go, che ha eretto nuovi templi in nuove capitali, che ha scelto di inginocchiarsi verso Nord piuttosto che verso ovest.  

 

Dischi dove l’urgenza di fuggire è del tutto domata, addomesticata dalla vita adulta e dai dolori che come piccoli mattoni hanno avvicinato gli X davanti il trono di Zeus. E ora lo possono chiamare per nome. E sentirsi rispondere che forse non hanno ancora scontato i loro peccati. E che arriverà altro dolore, altri ricordi, altri pizzicotti ad annerire la pelle, fino a renderla inabitabile.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SURGERY – Nationwide (Amphetamine Reptile)  

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Nel 1990 i Mudhoney non pubblicano nessun disco.

Esce però l’album d’esordio dei Surgery, il disco capace di flettere il grunge fangoso della band di Seattle dentro il forno blues, forgiando dei mascheroni  grotteschi del tutto simili a quelli prodotti nelle officine australiane dei Beasts of Bourbon. Aperto da un “errore” funky-metal rivoltante più nei risultati che nelle intenzioni, Nationwide è uno dei tanti preziosi pozzi scavati della Amphetamine Reptile per far sgorgare il rumore di un’intera nazione. Da lì verranno fuori geyser di vapori malsani come Unsane, Cows, Helios Creed, Lubricated Goat, Killdozer, Helmet, God Bullies fra gli altri, poi in parte risucchiati dalle avide fauci delle major come accadrà anche ai Surgery un paio di anni prima della morte del loro cantante, lo stesso che qui si contorce sotto il demone del rock ‘n roll, in una sconfinata  parodia di riff trascinati nel fuzz, come se di quello e nient’altro che quello fossero state piene le paludi del sud, colmando la distanza tra Seattle e Sydney, nell’unico modo in cui era possibile.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BATTIATO – Sulle corde di Aries (Bla Bla)  

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Sulle corde di Aries segna l’ennesima rinascita (guarda caso, la costellazione dell’Ariete cui allude il titolo e sotto la cui luce diafana era nato il musicista catanese quasi trent’anni prima astrologicamente sta a simboleggiare proprio il rinnovarsi della vita dopo i letarghi invernali) di Battiato dopo la fase causticamente sperimentale dei primi due album. Una rinascita che ha del prodigioso. Sulle corde di Aries è il disco-crisalide del Battiato anni Settanta, un immenso vivaio di cristallo  dove i boccioli elettronici di Fetus e Pollution giungono alla compiuta fioritura.

Gli studi sulle modulazioni vocali, sulle spazializzazioni musicali operate da Cage e Stockhausen, sulla musica etnica e sul minimalismo colto di Philip Glass e Steve Reich in cui Battiato si immerge negli ultimi giorni di permanenza nella capitale lombarda mutano efficacemente lo scenario avanguardista un po’ naif dei due album precedenti in un disco strabiliante, caleidoscopico, fatato sviluppato su quattro movimenti che vanno dai cinque minuti di Aria di rivoluzione in cui nascono ufficialmente i C.S.I. ai quasi diciassette che occupano l’intera prima facciata sotto il lapalissiano titolo di Sequenze e frequenze. L’elettronica, rinunciando in parte al  rigore snob dei lavori precedenti, diventa una foresta di orb luminescenti dentro cui fluttuano percussioni arabe, sassofoni jazz, clarinetti e violoncelli saltati fuori dalla finestra socchiusa di una piccola orchestra da camera da cui passano spifferi di calda aria mediterranea che trasportano la polvere dei ricordi.  

Il piccolo mondo antico si trasforma in una sacca schiumosa di mercurio fuso.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Orgasmatron (GWR)  

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Con Lemmy ormai unico depositario del marchio, i Motörhead realizzano nel 1986 uno dei dischi più amati della loro carriera. L’acciaio che scintilla sulla copertina mentre la motrice dalla testa di Snaggletooth avanza implacabile ed inarrestabile rende a pieno l’idea della furia disseminata sul disco. Nove stazioni travolte dalla locomotiva orgasmatronica, lanciata in una folle corsa a velocità supersoniche come quelle rasentate da Claw, Mean Machine o Ridin’ With the Driver. Il suono e le tematiche sono quelle di sempre. Il rock ‘n roll come religione unica e unica fede incrollabile. A rendere credibile ciò che potrebbe essere di una banalità sconcertante è l’adesione a quella fede che Lemmy non ha mai tradito per un solo secondo. Ne’ fino ad allora, ne’ negli anni a seguire.

Nove canzoni cantate davanti ad un microfono posizionato un palmo più in alto delle fauci, in modo da poter fissare un punto indistinto tra il pubblico e il cielo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TEARS FOR FEARS – Songs from the Big Chair (Mercury)

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Da qualche tempo mi diletto a raccogliere qualche sfida su SongPop, un’app ludica e graziosa dove si duella a colpi di canzoni. Chi indovina, o lo fa più in fretta, vince.

La uso per ingannare i tempi di attesa, che a quella siamo destinati e di tempi morti ne abbiamo sempre a iosa, malgrado ci si lamenti sempre di non averne. Ma, come ogni cosa, ne sfrutto le potenzialità nascoste per captare in maniera sommaria ma significativa alcuni segnali sul rapporto che i miei avversari hanno con la musica. Ho notato ad esempio che, probabilmente a causa della digitalizzazione della musica, anche chi si professa affezionato o fanatico di qualche artista ne disconosce spesso i titoli delle canzoni. Per molti, le canzoni hanno perso parte della loro identità e si sono trasformate in semplici “flussi di bit”. Mi è capitato sovente di essere sfidato da fan incalliti dei Cure che toppano su Close to Me o sfegatati seguaci di Bowie che conoscono “Heroes” ma “non sapevo si intitolasse così” (come mi viene spiegato poi nella chat che permette di interagire con lo sfidante). È un segno dei tempi. Si giocasse con le copertine degli album, sarebbe anche peggio.

Però ho notato anche che su alcuni brani, indipendentemente dalle “playlist preferite” (quelle che dovrebbero rivelare i gusti dell’avversario, per intenderci), su un paio di brani nessuno, a meno che non sia minorenne o sia sbarcato l’altro ieri da Marte o dalla Libia (mi pare che per noi italiani sia la stessa cosa, no? NdLYS), proprio nessuno sbaglia mai: uno è The Final Countdown dei temibili Europe. L’altro è Shout, dei Tears for Fears. Segno che, lo si voglia o meno, queste canzoni hanno lasciato una macchia indelebile nella memoria collettiva.

Shout stava proprio in apertura del secondo album dei Tears for Fears. Una sorta di grido di battaglia in chiave pop che grazie allo strapotere delle tivù-musicali dell’epoca diventa una chiamata alle armi dalle dimensioni planetarie e anche un po’ una gabbia dorata per i due ragazzoni del sud-est inglese, che da allora e per sempre verranno ricordati come “quelli di Shout”. Un tormentone/tormento insomma. Musicalmente la canzone cede il passo ad un rock anthemico che poco ha a che spartire con il synth-pop del primo magnifico album con tanto di bridge epico alla Big Country. L’album che la contiene però ha il pregio di non allinearsi a quel clichè. Come del resto i Tears for Fears eviteranno di fare lungo la loro restante carriera. Non ci sarà mai una Shout #2 insomma.    

Songs from the Big Chair offre tante facce. Da quella pacchianamente funky-rock come Mothers Talk a quella quasi vaporosa di un soul algido come I Believe, intenzionalmente scritta per Mr. Robert Wyatt e chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, qualora i TfF non avessero deciso di tenersela per se, dal pop alla ABC di Head Over Heels allo shuffle in crescendo di Everybody Wants to Rule the World condotto magistralmente dalla voce di Curt Smith col suo timbro ambiguamente ammiccante perfetto per gli anni Ottanta, dall’ambient lambita con Listen, fino agli spasmi mioclonici e vagamente frippetronici che singhiozzano su Broken.

Un disco che mette molta carne al fuoco e, nonostante ciò, parecchia rimane cruda, accostata in un barbecue un po’ improbabile.  

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID SYLVIAN – Blemish (Samadhi Sound)  

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Blemish è il suono onomatopeico della polverizzazione del sogno d’amore di David Sylvian. Immerso in un isolamento fisico che diventa psicologicamente devastante, il musicista inglese partorisce un disco inquietante e sinistro, sospeso su ioni  atomici dentro cui Sylvian si rannicchia in posizione fetale.

È l’eco di stanze desolate, abbandonate anche dai “fantasmi” che le avevano imbrattate di gelatina sulla Ghosts di ventidue anni prima. Acquari disertati dai suoi abitanti, serpentine e resistenze elettriche che friggono senza più nessun cibo da scaldare o da tenere al freddo per la cena della sera, piccoli apparecchi radio che modulano senza più fermarsi ad una stazione radio, vagando nell’etere come i nastri di Jurgenson, strumenti acustici che corrono senza successo dietro un diapason sordo, vecchie cineprese otto millimetri che proiettano pellicole color nicotina e fieno.

Blemish è il suono di un mondo, affettivo ed artistico, che si sta sbriciolando. Sotto queste macerie, che sono pulviscoli e piccole particelle di amianto e zinco, resta il corpo di un Sylvain inanimato come un pompeiano inerme davanti al disastro.

Il mondo incantato di David Sylvian si frantuma sotto i suoi e i nostri occhi. E noi ne avvertiamo la cupa vertigine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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WOVENHAND – Star Treatment (Glitterhouse)  

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Era da un sacco di tempo che non riascoltavo un disco di rock gotico. Intendo uno di quelli che stazionano da circa trent’anni sui miei scaffali: Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim, Killing Joke, The Mission. Insomma, avete capito quali. Oggi mi capita di ascoltarne uno senza averlo messo in conto. Di WovenHand avevo seguito i primi anni di carriera, quelli con cui David Eugene Edwards si era presentato come amanuense del folk col suo calamaio di inchiostro nero nero. Poi i suoi promozionali non erano più arrivati e io mi sono scordato di chiederli. E, si sa come vanno queste cose…tocca a te farti sentire/non sarò certo io a fare il primo passo/chi non sente nostalgia di te non ti merita e tutte quelle boiate che adesso trovate in formato blister di saggezza sui vari social…insomma, io e Dee ci siamo persi per qualche anno. Alla fine, sono andato io a cercarlo. È stato nel Dicembre del 2016. Ho scoperto che ha fatto un disco ogni due anni, l’uomo del Colorado più svizzero di ogni altro uomo del Colorado. Questo Star Treatment è l’ultimo della serie. Lo ritrovo con in mano lo stesso calamaio di inchiostro nero come il corvo di quindici anni fa. Eppure le impronte lasciate sui libri sono in qualche modo diverse, tanto che pare spesso (soprattutto nella prima metà del lavoro) di avere fra le mani proprio uno di quei tomi di cui vi accennavo in apertura.

Insomma, a volersene scampare dall’Apocalisse sembra non ci sia modo.

O voglia.

O bisogno.  

Che loro sono sui destrieri e viaggiano veloci.

E noi faremmo cosa saggia ad ambientarci in tempo, come in effetti stiamo già facendo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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OTIS REDDING – Otis Blue/Otis Redding Sings Soul (Volt)  

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Per tutta la sua breve carriera, Otis Redding sognò di sedersi sul trono occupato da Sam Cooke. Il trono del Re del soul.

Senza mai mancargli di rispetto. In maniera onesta. Senza sgambettare o barare. Usando le sue stesse carte: quelle che scoprirà su King & Queen, il bell’album del 1967 condiviso con Carla Thomas.

Gli sta alle calcagna, sognando quel momento.

E quel momento arriva. E’ un momento triste ma arriva.

Quando nelle due afosissime giornate del Giugno ’65 in cui Redding è chiuso in studio con il Memphis Group e Isaac Hayes per registrare il suo terzo album, il vecchio Re aveva lasciato il suo trono e il suo regno terreno da sei mesi. Beffardamente, lo stesso giorno in cui Redding dovrà lasciare il suo, tre anni dopo.

L’omaggio a Cooke che non era mai mancato sui dischi precedenti di Otis, si triplica per quello che ha tutte le carte in regola per diventare l’album soul per eccellenza. Quello con gli ingredienti tutti al posto giusto. Quello con Otis ora inginocchiato a supplicare canzoni d’amore e struggimento ora in piedi, dall’alto del suo metro e novanta, a cerimoniare un tripudio di fiati che splendono nel cielo della musica nera come dei fuochi pirotecnici.

Come quelli di (I Can’t Get No) Satisfaction. Quelli che, confesserà il suo stesso autore, Keith Richards aveva sognato come contorno festoso a quella canzone ma che non era previsto nel rigoroso assetto rock ‘n roll degli Stones.

Dopo essere stato incoronato dalla sua gente, penetrare il mercato dei bianchi era del resto uno degli obiettivi di Mr. Otis Redding. Tanto che per la copertina venne scelta una modella di origini ariane che negli anni è stata identificata con Nico e Dagmar Dreger, senza in realtà venirne mai a capo. È un passo in avanti verso quel “cambiamento” culturale caldeggiato da Cooke con la sua A Change Is Gonna Come che è una delle tre canzoni prescelte da Redding per la scaletta di Otis Blue.

Un passo verso l’integrazione e il rispetto, quell’altra cosa di cui parla Mr. Big O su questo album, di cui nessuno dei due mostri del soul potranno trarre alcun vantaggio. Volati entrambi via troppo presto, lasciando incustoditi i loro tesori su questa terra.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ROLLING STONES – Blue & Lonesome (Polydor)  

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La copertina è di quelle buone per i dischi da edicola, da mettere a fianco agli espositori delle Mentos® con analoga linguaccia, messe sul mercato proprio a ridosso dell’uscita di Blue & Lonesome, ventitreesimo (e probabilmente ultimo) album dei Rolling Stones che, troppo annoiati per scrivere qualche nuova canzone, decidono di affidarsi ai più banali dei blues da birreria per tirarne su la scaletta.

Un disco in cui le emozioni stanno a zero, abbattute da un semplice compitino in classe. Un po’ come chiedere la certificazione di conformità al proprio elettricista di fiducia, e metterla in carpetta. Un disco dove si suona il blues e lo si suona benissimo. “Il ritorno alle radici”, diranno in tanti (lo hanno già detto, prima di avere il disco sul piatto, pregustando l’odore di salsa di pomodoro misto a legna che esce dal forno mentre preparano la loro pizza margherita), ma solo presunto. Perché laddove i primi dischi degli Stones, quelli in cui gli esercizi erano fatti sul medesimo ciclostile, tuonavano di urgenza e praticantato giovanile e avevano lo scopo di educare i loro coetanei alla forza primitiva e selvaggia della musica nera, Blue & Lonesome per forza di cose non ha nulla di tutto ciò. Di dischi così nei cinquanta anni che lo separano dagli altri ne sono passati a tonnellate. Di canzoni così si è riempita la radio, la tivù, la rete e scendendo sul personale, anche qualcos’altro.

Nessun ritorno alle radici quindi. Solo un disco da regalare a quell’amico che ama B.B. King ed Eric Clapton (ah…a proposito, è anche lui qui dentro guarda caso) e non disdegna Zucchero.

Magari di canna, che è più grezzo.

Il che fa molto blues. Non è così?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – Lou Reed (RCA)  

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Costruito con gli scarti dei Velvet Underground, Lou Reed è il debutto solista “forzato” di Reed, pubblicato dopo due anni durante i quali il musicista di New York tiene le sue dita impegnate su quelle di una macchina da scrivere lavorando come dattilografo per il padre, schifato dal mondo del rock, deluso e forse pentito di aver lasciato il timone dei Velvet nelle mani di Doug Yule e permettendogli di affondare tutta l’imbarcazione, ormai priva di equipaggio.

A ritirarlo nel mondo del rock ‘n roll è Richard Robinson, l’uomo che aveva già salvato i Flamin’ Groovies assicurando loro un contratto discografico per la Kama Sutra. È lui a convincerlo che c’è ancora un mondo che aspetta la “sua versione” della storia. E che lui può raccontarla cantando le sue canzoni. E che può dimostrare che si, in qualche modo la vita può essere salvata dal rock ‘n roll più di quanto possa essere salvata da una macchina da scrivere.

Il risultato è un disco prodotto dallo stesso Robinson con lo stesso piglio robusto di Loaded ottenuto radunando attorno a Reed dei session men di grande mestiere (Steve Howe e Rick Wakeman degli Yes, Caleb Quaye del giro di Elton John e Clem Cattini ovvero il batterista di fiducia di Joe Meek) con una serie di canzoni che mediano tra qualche riff stonesiano e le visioni metropolitane del Dylan di Blonde on Blonde. Wild Child, I Can’t Stand It, Walk It and Talk It e la decadente bellezza di Berlin dentro cui si muovono i germi di buona parte del punk che uscirà dalla Grande Mela cinque anni dopo (dai Voidoids ai Television) sono le prime piume della nidiata del Reed solista (qui raffigurato col pulcino di sterna fotografato sulla barriera corallina da Fritz Goro nel 1950) a spargersi sul suolo di New York.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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