HAWKWIND – Doremi Fasol Latido (United Artists)  

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Le sempre più frequenti missioni Apollo finanziate dalla NASA alla fine degli anni Sessanta avevano acceso l’immaginario delle nuovi generazioni e reso in qualche modo accessibili le strade che potevano ricongiungerci con l’energia primordiale. La fascinazione per l’insondabile bellezza dominatrice che sembrava guardarci dall’alto e per i viaggi interstellari che erano cammini di abbandono in quell’incanto ma anche di perdizione nei labirinti interiori era già stata abilmente tracciata a livello artistico dai Pink Floyd, dai Gong, dall’Experience, raccontata su binari meno visionari da David Bowie e celebrata come Terra Promessa da Sun Ra e dai cavalieri cosmici delle terre germaniche ma fu con l’arrivo degli Hawkwind che lo “space-rock” si calò nella sua dimensione più esasperata e maniacale. Doremi Fasol Latido (titolo giocato sulla teoria della musica delle sfere e degli intervalli cosmici come modello delle ampiezze melodiche del nostro sistema diatonico, con tanto di logo che richiama apertamente l’organo cosmico generatore dell’universo di Athanasius Kircher, NdLYS) metteva in mostra, più ancora dei due dischi che lo avevano preceduto, uno spazio inospitale, luogo di barbarie e dimora di forze spietate e devastatrici. Il Capitano Nik e il Barone Brock guidano la truppa attraverso oceani di rumori dalle sembianze mostruose e innaturali.

Brainstorm, ovvero l’avvio della missione, è una cavalcata insostenibile per la sua ostinazione ossessiva e la sua durata. Flussi di sintetizzatori si sovrappongono alle frequenze delle chitarre, spinti da una ritmica implacabile. Non ci sono feritoie, nel lungo tunnel che ci inghiotte come un cono d’imbuto o più verosimilmente come la canna di una siringa da eroina. Nessuna via di fuga. Nessuna piazzola di sosta dove far riposare i motori. Il ristoro ci viene concesso solo quando, dopo dodici minuti, la tempesta si spegne sfumando nelle distese acustiche di Space Is Deep.

Quindi, si manifesta a noi uno degli abominevoli Prìncipi di questo regno. Il Signore della Luce, introdotto da una scia luminosa di gorgoglii spaziali e spinto dal basso possente di Lemmy domina sui sette minuti di Lord of Light con la sua voce incolore e ammonitrice come quella di Ozzy Osbourne.

La terza interminabile porzione del viaggio è Time We Left the World Today, ancora irrorata dai riflessi al neon dei sintetizzatori e dominata da un basso che sembra riprodurre i conati di nausea provocati dall’assenza di ossigeno.

L’approdo ultimo è alla corte di The Watcher, il guardiano silenzioso che abita la terra dove nessuno sorride e che sorveglia disgustato il nostro Pianeta soccombere all’ingordigia umana che la devasta. Un piccolo, ascetico abisso di quiete in cui Lemmy si lascia sprofondare, aggrappato alle corde di una chitarra acustica in grado di far vibrare la malinconia e la bellezza sconfinata di tutta la nostra galassia.             

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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