HATER – The 2nd (Burn Burn Burn)

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La prima cosa di cui ti accorgi è come, nonostante siano passati più di dieci anni, The 2nd azzeri subito le distanze da quel debutto per questo side-project per Ben Shephard (Soundgarden) e John McBain (Monster Magnet). E infatti si tratta di registrazioni risalenti al 1995, talvolta con un missaggio davvero precario (Otis & Mike) anche se sono il suono pastoso dei chitarroni semiacustici e la voce calda, misurata di Ben a emergere ancora una volta, in questa estrema legittimazione del retro-rock alla T. Rex. È di fatto questa forza implosa che scorre latente nella loro musica a fare degli Hater una band dal fascino retrò potentissimo che si rivela in poderosi stomp infettati di protogarage alla Mudhoney come Downpur at Mt. Angel o Feversaint. Per chi conserva ancora i ricordi della Seattle centro del mondo, un obbligo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LOVE – Da Capo (Elektra)  

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Los Angeles.

Al 4320 di Cedarhurst Cicle sorge una villa in stile coloniale costruita nel 1930.

Il suo valore attuale è di nove milioni di Euro.

Se avete i soldi, compratela.

Altrimenti, potete affittarla.

Come ha fatto una ventina di anni fa Johnny Depp e come fece cinquant’anni fa Arthur Lee per farci il quartier generale dei Love.

Cosa succeda là dentro fra groupies e droghe è facile immaginarlo.

Arthur va spesso a letto con una ragazza e si sveglia con a fianco un’altra. Nuda e sfatta come quella della sera prima.

Gli altri non sono da meno. Ma la star del Sunset Strip è Lee. Gli altri ne traggono profitto in quanto suoi musicisti. Ha dato al suo gruppo il nome dell’amore, ma la sua è un’attitudine da gangster e da despota. Del resto, come avrà modo di dire: “se sei solo un chitarrista ritmico non puoi dirmi cosa dovrei aggiungere o togliere da una mia canzone. Devi limitarti a fare quello che sai fare: suonare la chitarra ritmica e stare zitto”.

Da Capo, il secondo disco dei Love, viene registrato durante quei giorni al “Castello”. Sono giorni folli e fecondi. Per rappresentarli Arthur Lee decide di mettere su una piccola orchestra, aggiungendo flauti, sassofoni, tablas e clavicembali e regalando il più lungo viaggio psichedelico fino a quel momento tentato su disco: diciotto minuti di fraseggi blues e sincopi jazz che pur nella familiarità del paesaggio proposto, rappresenta un audace ma fallito tentativo di organizzare un viaggio metafisico, un po’ come faranno contemporaneamente i Doors, i Seeds, le Mothers of Invation, gli Stones o Le Stelle di Mario Schifano.

Il meglio sta sull’ondivaga e umorale altra facciata del disco, quelli in cui i Love dipingono cieli d’arancio. E poi fanno piovere da quei cieli una bomba atomica come 7 & 7 Is.

Perché “se non sarà l’amore, sarà la bomba a tenerci uniti”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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