PINO DANIELE – Vai Mo’ (EMI)

0

C’è una foto bellissima sulla copertina interna di Vai Mò.

È una foto di Cesare Montalbetti, divenuto Caesar Monti negli anni Settanta, quando era direttore artistico del Re Nudo e grafico di grande richiamo, tanto da lavorare alle copertine storiche di Bennato, Banco del Mutuo Soccorso, De André, Fossati, Premiata Forneria Marconi, Battisti, Branduardi e dei dischi più belli di Pino Daniele.

Cesare ci avrebbe lasciati subito dopo la morte di Pino, il 23 Febbraio del 2015, divorato in fretta di quella malattia di cui tutti abbiamo paura a dire il nome ma quello scatto è rimasto inscalfibile dal tempo.  

È uno scatto in un bianco e nero folgorante.

Ritrae un branco di musicisti con le mani in tasca. Guardano tutti dentro l’obiettivo, senza sorridere. Come dei guappi.

Si chiamano Franco Forte, Tony Esposito, Pino Daniele, Joe Amoruso, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo. Messi uno accanto all’altro, davanti allo Stone Castle dove hanno appena finito di registrare il capolavoro della nuova musica napoletana. Per Napoli, quella foto vale quanto quella dei Beatles che lasciano Abbey Road. E se vi capita di andarci, la troverete esposta un po’ ovunque, accanto a quelle di Maradona e di Nino D’Angelo. A rappresentare la Napoli che vince su e nonostante tutto.

Del Napoli Power, quella foto rappresenta il manifesto visivo. Vai Mo’, il cuore.

Sette musicisti enormi che lavorano ad un tornio da vasaio, manipolando un panetto di argilla spuria, sporchi di fatica funky e di malinconia blues, creando anfore di terracotta bastarda come Che te ne fotte, Yes I Know My Way, Ma che hoNun ce sta piacere, Notte che se ne va, Viento ‘e terra, Have You Seen My Shoes.

Un album che riesce nell’impresa erculea di “superare” un disco “insuperabile” come Nero a metà, riempendo anche quella mezza anima restante di energia nera.

Scipione e Pulcinella ballano tra i vicoli di Napoli.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

1527822

Annunci

GOBLIN – colonna sonora originale del film Profondo Rosso (Cinevox)  

0

Forse non ci credevano neppure loro. E di certo non ci credeva Dario Argento, che a loro era arrivato come ripiego dopo aver ricevuto le pernacchie di gente come Pink Floyd ed Emerson, Lake & Palmer in risposta alla sua educata richiesta di avere delle musiche per quello che sarebbe diventato il “suo” film. E che invece, oltre a diventare il suo, diventò pure quello dei Goblin. Per sempre.

La mezz’ora scarsa di musica che i Goblin impacchettarono dentro gli Ortophonic Recording Studio nel Febbraio del 1975 riarrangiando in parte quanto già scritto dal primo affidatario Giorgio Gaslini e scrivendo di sana pianta una buona metà del materiale, tra cui l’epocale tema del film destinato a diventare l’imprimatur di tutto il lavoro contribuendo ad incollarlo alla memoria collettiva per tutto il secolo a venire, è uno dei più colossali, fantasmagorici lavori di tutta la stagione prog italiana.

Costretti a vivere artisticamente una vita di “serie B” (i fanatici del prog li tratteranno sempre come “semplici” autori di colonne sonore, cosa che peraltro continueranno a fare egregiamente per altri quindici anni, come degli Umiliani o Piccioni qualsiasi) e ad essere relegati ai margini di qualsiasi enciclopedia sul fenomeno prog-rock, i Goblin qualche bella soddisfazione artistica (i Van der Graaf Generator come gruppo spalla fecero mordere le mani dall’invidia a molti nomi altisonanti, in Italia e anche all’estero) ed economica se la presero, alimentando un culto che non accenna a spegnersi e che ancora oggi fa ombra su nomi all’epoca più rispettati. Profondo Rosso, con quell’inquietante giro di moog e quell’esplosione di organo a canne (il primo realizzato con un presettaggio del sintetizzatore, le seconde con l’ausilio di qualche buon amico borgataro, NdLYS) è diventato forse più ancora di quella Tubular Bells scelta per L’esorcista a cui si ispirava con ostentata fierezza il “classicone” da musica horror. Ma la spericolata fusion di Death Dies, le flatulenze Soft Machine di Wild Session e il Crimsoniano intreccio jazz tenuto assieme dall’incredibile basso di Fabio Pignatelli di Deep Shadows sono esempi di un virtuosismo e una capacità evocativa che ha del prodigioso, risparmiandoci buffe e paradossali avventure in mondi fatati promossi dalle agenzie di viaggio del progressive e trascinandoci nell’incubo, fino a vederci annegare nelle nostre stesse angosce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

2014%2f41051