GOBLIN – colonna sonora originale del film Profondo Rosso (Cinevox)  

Forse non ci credevano neppure loro. E di certo non ci credeva Dario Argento, che a loro era arrivato come ripiego dopo aver ricevuto le pernacchie di gente come Pink Floyd ed Emerson, Lake & Palmer in risposta alla sua educata richiesta di avere delle musiche per quello che sarebbe diventato il “suo” film. E che invece, oltre a diventare il suo, diventò pure quello dei Goblin. Per sempre.

La mezz’ora scarsa di musica che i Goblin impacchettarono dentro gli Ortophonic Recording Studio nel Febbraio del 1975 riarrangiando in parte quanto già scritto dal primo affidatario Giorgio Gaslini e scrivendo di sana pianta una buona metà del materiale, tra cui l’epocale tema del film destinato a diventare l’imprimatur di tutto il lavoro contribuendo ad incollarlo alla memoria collettiva per tutto il secolo a venire, è uno dei più colossali, fantasmagorici lavori di tutta la stagione prog italiana.

Costretti a vivere artisticamente una vita di “serie B” (i fanatici del prog li tratteranno sempre come “semplici” autori di colonne sonore, cosa che peraltro continueranno a fare egregiamente per altri quindici anni, come degli Umiliani o Piccioni qualsiasi) e ad essere relegati ai margini di qualsiasi enciclopedia sul fenomeno prog-rock, i Goblin qualche bella soddisfazione artistica (i Van der Graaf Generator come gruppo spalla fecero mordere le mani dall’invidia a molti nomi altisonanti, in Italia e anche all’estero) ed economica se la presero, alimentando un culto che non accenna a spegnersi e che ancora oggi fa ombra su nomi all’epoca più rispettati. Profondo Rosso, con quell’inquietante giro di moog e quell’esplosione di organo a canne (il primo realizzato con un presettaggio del sintetizzatore, le seconde con l’ausilio di qualche buon amico borgataro, NdLYS) è diventato forse più ancora di quella Tubular Bells scelta per L’esorcista a cui si ispirava con ostentata fierezza il “classicone” da musica horror. Ma la spericolata fusion di Death Dies, le flatulenze Soft Machine di Wild Session e il Crimsoniano intreccio jazz tenuto assieme dall’incredibile basso di Fabio Pignatelli di Deep Shadows sono esempi di un virtuosismo e una capacità evocativa che ha del prodigioso, risparmiandoci buffe e paradossali avventure in mondi fatati promossi dalle agenzie di viaggio del progressive e trascinandoci nell’incubo, fino a vederci annegare nelle nostre stesse angosce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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