LE MASQUE – Colloquio (Supporti Fonografici)  

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I dischi che ti strozzano la gola.

Quelli rannicchiati in posizione fetale. Che il temporale prima o poi passa. E poi ne arriva un altro.

Quelli che sembra contengano tutta l’umidità del mondo. Tutta, compresa la vostra. E che una volta sul piatto continuano a seminar condensa.

Quelli che la puntina non li sciupa, ma li accarezza. E loro ti sembrano sorridere. Ma di un sorriso triste, di una smorfia goffa ed austera, come di un pianto trattenuto, come di un ritaglio di stagnola accartocciata.  

Quelli che sfidano i venti autunnali con un velo di brillantina e un cappotto logoro.

Quelli sempiterni nonostante il caduco destino che hanno in sorte. Che sanno di antico e di buono. Di pane fatto in casa e di biscotti adagiati sul legno come bambini nel dormiveglia delle loro mattine di festa. Che sanno di uva passa e odorano di “piogge nel pineto” e di armadi divorati dalle tarme. E sono come cortili e portici antichi, pronti ad ospitare ogni stagione e a concedere riparo.  

I dischi dei Le Masque.

Demodè come una palandrana del nonno.

E come il nonno capaci di storie che non smetteresti mai di indossare. E che probabilmente sognerai ancora a lungo, quando avrai bisogno di carezze che tardano ad arrivare. Storie sospese in un passato atavico e perenne, addolcito dalle spezie gravide di nostalgia dei ricordi. Che sono ricordi nostri e ad un tempo memorie universali, eterne.

E sono storie senza guscio. Nude di una raffinata mestizia.

E lasciano piccole orme dietro di loro.

Come quelle dei soldatini di stagno.

Come quelle delle lacrime quando piovendo, bagnano la buccia soffice della terra.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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