I GIGANTI – Terra in bocca (poesia di un delitto) (Ri-Fi)  

2

I Giganti, ricordati oggi come tra i più innocui e buffi protagonisti dell’epoca beat italiana, furono forse in assoluto il complesso più perseguitato, braccato e infine stritolato dalla macchina della censura italiana. A loro verrà concesso molto, ma molto meno, di quanto verrà concesso a formazioni di gran lunga più pericolose come gli Area o cantautori “impegnati” come Gaber o Lolli.

Ma i Giganti “recitavano” la loro parte in un’epoca diversa. Non era ancora l’Italia delle stragi, delle proteste operaie, delle lotte femministe. Era l’Italia del boom economico, bella e prosperosa come il seno della Lollobrigida. E le radio, governate all’epoca dal Vaticano, non potevano tollerare atteggiamenti “ambigui” su temi come politica e sesso.

Canzoni come Una ragazza in due, Proposta e Io e il presidente vennero dunque boicottate in maniera coercitiva. I Giganti furono “avvicinati” dagli altri giganti, quelli del regime, per costringerli a cambiare testi e titoli delle loro canzoni.

Infine, furono costretti al silenzio.

Proprio come i protagonisti di Terra in bocca, il concept-album licenziato nel 1971 e che affrontava un tema delicatissimo come quello del “controllo delle acque” in terra siciliana.

Che era terra di mafia.

Ma che non si poteva dire.

Perché già allora, la mafia non esisteva.  

E se una cosa non esiste, chi ne parla vaneggia. E va tenuto sott’occhio, soprattutto se ha già un passato scomodo come quello dei Giganti, che avevano già cominciato a rompere gli schemi alla fine degli anni Cinquanta, suonando per personaggi “coloriti” come Ghigo e Clem Sacco.

Insomma, sembrava davvero che questi quattro ragazzi della Milano bene avessero la volontà tenace di cercar grane, andando a lordarsi le mani con tutte le musiche sovversive del mondo.

Il rock ‘n roll prima, il beat dopo. E adesso, il prog. In cui sembrano credere davvero, ancora una volta. Tanto da circondarsi da musicisti di grande perizia come Vince Tempera, Ares Tavolazzi e i fratelli La Bionda e di mettere in musica due delitti “accidentali” avvenuti in Sicilia nell’estate del ’36.

Storie di morti ammazzati un po’ per caso, un po’ per destino (“se l’è andata a cercare” è una frase ricorrente ancora oggi in questa terra dove la mafia non esiste) raccontate in forma di suite.

È l’alba degli anni Settanta. Del prog-rock. Del Frankenstein creato nei laboratori di Sergio Albergoni e Gianni Sassi. Dei movimenti studenteschi. Del Re Nudo costretto a rivestirsi.

E la fine de I Giganti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

59add5fd0eeea087634dbe0f994ad133-1

THE MOLOCHS – America’s Velvet Glory (Innovative Leisure)  

2

Non lo so se fa figo ascoltare i Molochs.

Fa figo?

Probabilmente no.

Nel senso che non è che facciano copertine di quelle che le mostri a qualcuno e lo stendi a terra. Stavolta peggio che la prima, a dirla tutta. Perché Cameron Gartung e Ryan Foster hanno deciso di metterci la faccia. E si sono messi in posa non come se dovessero fare una foto per la copertina del loro secondo album ma come se avessero deciso, un po’ a malavoglia, di cambiare la foto profilo su Facebook.

Quindi, insomma, se tirate fuori il disco dei Molochs non aspettatevi di fare chissà quale figurone.

Però, nonostante questo ricorso alle pose defilate, alle foto da “very normal people” o ai disegni un po’ infantili della più classica tradizione lo-fi (andatevi a ripassare gli archivi di Daniel Johnston, Half Japanese o Beat Happening) che i nostri condividono con gran parte delle formazioni affini (in questo caso date una scrollata ai cataloghi della In the Red, della Lost Tapes o della stessa Innovative Leisure), la musica dei Molochs possiede un suo fascino, giocato tra le intercapedini del folk acido (quello americano ma anche quello britannico di Syd Barrett e Robyn Hitchcock che sfoggiano con i rossetti viola di Charlie’s Lips e nella dormiveglia di That’s the Trouble With You), degli Stones dell’epoca beat (le arie di I’m Free svolazzano, “libere” appunto, su You and Me), del rock trasognato di Jonathan Richman (New York, perla trasversale del disco, You Never Learn) e del garage sfumato nel folk punk dei Thanes e degli ultimi Wylde Mammoths.

Dunque facciamo così: voi vi tenete i vostri dischi fighi e io mi tengo sul piatto i Molochs.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

a2580267651_10