EUGENIO FINARDI – Sugo® (Cramps)  

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Nell’Ottobre del 1975, sull’onda emotiva suscitata dalle trasmissioni clandestine di Radio Milano International (quella che poi sarebbe diventata Radio 101 ma che all’epoca era ancora una radio pirata costretta ad avere un vascello mobile per sfuggire al muso delle Pantere), nasce nel capoluogo lombardo (più precisamente nella soffitta di Mario Luzzatto Fegiz) Radio Milano Centrale. Nella cooperativa che aveva scelto di far esplodere l’etere della capitale del Nord a suon di musica e di bollettini sindacali (che sovvenzionavano l’emittente) e “strisce” radiofoniche dedicate alle donne e agli universitari e che si è scelta nientemeno che Volo magico n.1 come sigla di rappresentanza, c’è un giovane ventitreenne appassionato di rock e di jazz. 

Il suo nome è Eugenio Finardi e, dopo un esordio in lingua inglese (che all’epoca lui è tra i pochi a saper accentare in maniera corretta), è stato intercettato da Gianni Sassi per cercare, insieme, di elaborare una forma di cantautorato italiano che si liberi dagli stereotipi di riferimento (in quegli anni Bob Dylan e in maniera minore Leonard Cohen per i cantautori “impegnati”, la scuola francese per l’ala più romantico/esistenzialista) per raccordarsi con i pruriti rock americani. A Finardi Gianni Sassi affianca il meglio dei musicisti con cui è in contatto: Franco Battiato e Claudio Rocchi sul primo album, il batterista Walter Calloni, il bassista caraibico Hugh Bullen, Lucio Fabbri, Alberto Camerini, metà degli Area.

Sono il sistema planetario che crea le orbite di Sugo®, uno dei più bei dischi italiani degli anni Settanta.

E che comincia con una delle più belle canzoni italiane degli anni Settanta.

E anche degli anni Ottanta.

E di quelli a seguire.   

Si intitola Musica ribelle ed è fragorosa ed elastica allo stesso tempo. Poche canzoni rock riescono ad essere le due cose insieme. Ma Musica ribelle si.

Ha una batteria impetuosa, simile a quella di Immigrant Song dei Led Zeppelin, ma è meno imperturbabile, come se quel treno ritmico, aizzato dal basso, si lasciasse permeare dall’energia della voce e dall’urgenza del messaggio che vuole trasmettere. Diventando una cosa sola. Tanto che vengono registrare a volume identico, perché una non faccia l’ombra all’altra. E in questo treno di tamburi, piatti e parole in sedicesimi arrivano il violino di Lucio Fabbri, un mandolino che “apre” i finestrini del treno lungo il refrain e piccoli trucchi del mestiere (il synth che imita il suono della zampogna, il calcio che fa vibrare la molla del reverbero dell’amplificatore per simulare il suono dei “cavalieri cosmici” tedeschi, una delle tante “menate” che Finardi invita a mollare per scendere in piazza e pretendere i propri diritti) che la rendono quella gran cosa che è. Con un avvio così, anche un disco di serie C arriverebbe a una qualche cazzo di stazione. Figurarsi un disco di serie A come Sugo® dove anche un jingle come La radio rischia, negli anni dove il disimpegno è guardato come la peste, una canzone di protesta o dove un esercizio di virtuosismo para-jazz come Quasar ha in sé qualcosa che lo rende attrattivo, familiare, rassicurante. O dove un pezzo come La C.I.A., oltre ad aprire la strada a tutto lo spaghetti-reggae che dilagherà di lì a poco (E la luna bussò, Voglio andare al mare, Nuntereggaepiù, Limonate e zanzare e via dondolando), suona ancora di una freschezza disarmante. O che nasconde una cosa morbida e accogliente come un cuscino di taffetà intitolata Sulla strada o una bella cavalcata rock come Soldi dentro cui ogni cosa sembra sbuffare e tirare calci pur di non venire chiusa dentro un qualsiasi recinto.

Neppure quello abbastanza ampio del rock.

Figurarsi dentro quello del cantautorato.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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