DR. FEELGOOD – Malpractice (United Artists)  

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Nel 1975 i Dr. Feelgood sono la perfetta cartolina del quartiere da dove provengono. Un’autentica tanica di petrolio, come quelle delle raffinerie che tagliano la skyline di Canvey. Un serbatoio di benzina pronto ad esplodere.

Un ventre fertile dove il seme del rock ‘n roll, dell’R&B e del beat più intransigente può fecondare a ritmi incessanti. Tanto che a soli nove mesi dal disco d’esordio, sono già al secondo parto. Malpractice rinnova tenacemente il sogno di Wilko Johnson di perpetuare il ricordo di Johnny Kidd and The Pirates (spingendo, forse indirettamente ma forse neppure tanto, gli stessi Pirates alla reunion celebrata proprio dopo pochi mesi dall’uscita di questo album, NdLYS) tanto da sistemare in apertura una versione della I Can Tell di Bo Diddley perfettamente sovrapponibile a quella datane dal gruppo londinese tredici anni prima.

Il Dottor Feelgood asciuga ancora una volta il grasso accumulatosi attorno al rock ‘n roll e lo riporta nella sua forma più asciutta. Come delle bacche di Goji ne scioglie l’accumulo adiposo, riportando in mostra i contorni e le sporgenze delle sue ossa, imprimendo un’accelerazione al pub-rock (proprio con i proventi delle vendite di Malpractice Lee Brilleaux presterà a Jack Riviera i primi 400 pounds necessari per mettere in piedi la Stiff Records, NdLYS).

Un disco necessario per curare le malattie di cui è vittima il rock nella metà degli anni Settanta, portandolo a guarigione completa.   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro  

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