THE JESUS AND MARY CHAIN – Damage and Joy (ADA)  

Onestamente non so dire perchè la gente sia tanto affascinata dalle reunion. Tanto più in ambito rock, dove tutto spesso viene bruciato in un momento che è quell’esatto momento in cui la storia accade. E che è un attimo magnifico o terrificante, comunque irripetibile. I J&MC quel momento lo hanno avuto nel 1985. A non voler essere avari diciamo dall’estate del 1984 a quella del 1987, che pur presagendone già la fine disastrosa, ci appassionammo anche a Darklands.

Nonostante qualche buon spunto, fu molto difficile affezionarsi ai successivi.

Quali aspettative ci possano essere dunque per un disco che arriva a quasi venti anni dall’ultimo, modestissimo Munki è per me difficile da comprendere. Tanto più che ad annunciarlo viene scelto uno dei pezzi dei Freeheat (la band post-J&MC messa su da Jim Reid assieme alla sezione ritmica dei Gun Club) che all’epoca a nessuno piacque (tanto da ridurre in polvere la band e convincere i fratelli Reid che, da soli, non avrebbero mai potuto godere di un adeguato piano pensione) e che invece adesso, reincisa pari pari con la vecchia gloriosa griffe, comincia a piacere. Confermando i sospetti di Jim e i miei che alla fin fine anche nelle sartorie straccione del rock, quel che conta per gli avventori è l’etichetta, il brand.

Avuta dunque notizia che i fratelli Reid stavano per tornare con un disco nuovo ho organizzato un esperimento casalingo. Avendo a casa due “ospiti” che hanno oggi la fortuna di avere l’età che io avevo ai tempi di Psychocandy, ho deciso di testare che effetto possa avere oggi, decontestualizzato dal suo periodo di pubblicazione, quel disco. E l’effetto, ancora oggi, è il medesimo che molti avemmo allora. Fastidio, annichilimento, disgusto, sorpresa. Segno che, nel bene o nel male, era ed è tuttoggi un disco che marcava un territorio.

Quando finalmente arriva la copia completa di Damage and Joy realizzo che Amputation non è l’unico pezzo con più di dieci anni sulle spalle: The Two of Us, Facing Up the Facts, Get on Home, Song for a Secret, Can’t Stop the Rock, All Things Must Pass hanno infatti più o meno la medesima età, seppur ravvivati da qualche coro e da un arrangiamento leggermente diverso. Ma era il minimo che potessero fare, soprattutto dopo essersi affidati al make-up di uno come Youth.  

A questo punto è necessario però ripetere l’esperimento, sostituendo nell’airplay casalingo Psychocandy con questo disco nuovo e poi, come Jannacci allo zoo comunale, vedere di nascosto l’effetto che fa. Non su me, ormai avvizzito quanto i suoi autori, ma sulle nuove generazioni. Ed è un effetto talmente superficiale, epidermico, effimero e sovracutaneo che mi rimette in pace con i miei sensi di colpa, con i miei pregiudizi, con le mie fisime e con i miei precetti. Disinnescato il detonatore, il rock ‘n roll finisce per diventare una musica di compagnia. Come quella di Burt Bacharach o del nostro Fausto Papetti.

Gesù Cristo, o chi si spaccia per lui, è risorto invano.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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