THE BROOD – In Spite of It All (Skyclad)  

0

Non ci fu tempo per versare lacrime sul ricordo delle Pandoras che nel 1988, quando queste erano ancora vive e vegete ma avevano già deciso di seguire alla lettera le indicazioni fornite da Paula Pierce su In ‘n Out of My Life in a Day e tirarsi fuori dal giro garage-punk per provare a diventare le nuove Runaways, da Portland arrivarono a rimpiazzarle Chris Horne, Betsy Mitchell, Crystal Light e Allyson Gregory, ovvero le Brood.

Una di quelle band finite nell’oblio ma che i garagisti dell’epoca invece ben ricordano.

Perché erano tra le migliori. E non solo fra quelli col clitoride al posto del prepuzio. Il suono di In Spite of It All, fortissimamente impregnato di fuzz e organo Farfisa, era uno dei più irruenti di quella stagione di “riflusso” dopo l’ondata garage-punk di due/tre anni prima, con ovvi riferimenti al sound della scena texana (l’uso “fumante” della distorsione) e quella del New England (l’uso del cembalo sulle battute dispari) e un approccio che era ancora quello tipico delle band neo-garage del periodo classico (Cynics in primis) e che proprio allora si stava proiettando verso forme pre-hard o, di contro, più scheletricamente vicine allo spirito pre-Beatles. In Spite of It All restò dunque a suggello dell’epoca d’oro del movimento, le Brood ultimo orgoglio all’estrogeno di quella stagione.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro