CLAUDIO ROCCHI – Volo Magico n.1 (Ariston)  

Nel 1972, in mezzo ad un tripudio di Charles Aznavour, Mina, Vanoni e Lucio Battisti germoglia timidamente in classifica un piccolo fiore psichedelico italiano.

Non è fra i primi dieci. E neppure fra i primi venti. Però c’è.

A testimonianza che i miracoli possono accadere. E’ il secondo album di Claudio Rocchi, l’ex bassista degli Stormy Six che, terminata la stagione dei “complessi”, inizia un lungo processo di ridefinizione del proprio stile musicale in sintonia con una ricerca spirituale che culminerà con la sua adesione al movimento Hare Kṛṣṇa.

Di “voli magici” però il buon Claudio ne aveva già fatti tanti. Erano quelli che ogni venerdì pomeriggio, quando era ancora un adolescente, lo portavano a Londra a respirare un’aria di libertà progressista che nella sua Milano non c’era e di cui lui avvertiva un disperato bisogno. Ma questa volta si trattava di un volo più lungo, che lambiva sì i pascoli della psichedelia britannica ma che si allungava fino ai suoni della magica India. Il risultato fu un disco talmente avanti e talmente astruso che la sua etichetta si rifiutò di stamparlo per intero, separandone le ali su due dischi usciti a distanza di un anno uno dall’altro anche se il secondo non avrebbe mai replicato l’incanto del Volo Magico n.1. Un album intriso di una mistica seducente, vaporosa, fasciante dove accanto ai sitar, alle tablas e alle distese di synth emerge tutta l’abilità di Rocchi nel tessere un tappeto volante come non se ne erano mai visti volare sopra il nostro stivale e rivela all’Italia uno dei chitarristi più sottovalutati nonché più all’avanguardia del nostro belpaese come Alberto Camerini capace qui di ordire delle filigrane folk-psichedeliche e delle fughe chitarristiche di assoluto pregio che si stendono lungo la lunghissima traccia che dà il titolo al disco e ne occupa l’intera prima facciata. Nonostante il disco venga forzatamente accostato al fenomeno prog, Rocchi prenderà ripetutamente le distanze da un fenomeno musicale che non lo interessa. Così come sceglierà, nonostante le partecipazioni ai festival pop di quel periodo, di non schierarsi mai ideologicamente dalla parte del movimento. Scegliendo un po’ utopisticamente di contrastare con una spirale d’amore universale e panteista la serpentina d’odio che si snoderà lungo tutto il decennio. Una scelta ritenuta da molti “vigliacca” e che gli procurerà non poche antipatie, parte delle quali rese pubbliche nel testo di Per un amico che il vecchio amico Mauro Pagani dedicherà a lui sul secondo album della Premiata Forneria Marconi.  

Di questa scelta antimilitarista da “obiettore di coscienza” hippie è manifesto la preziosissima, breve preghiera di La realtà non esiste che sarà in virtù della sua fruibilità il timone in grado di portare al largo l’intero veliero di uno dei dischi più belli e fricchettoni della nostra storia.

Mi auguro anche voi vogliate fare un giro sul suo tappeto.

E volare via.    

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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