COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ANANDA MIDA – Anodnatius (Go Down)  

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Non so esattamente da dove vengano.

So che sono italiani. Ma che potrebbero pure non esserlo.

Ma quello che so con certezza è che hanno fatto un disco strepitoso.

Suonato e registrato come Dio ordina. E pieno di grandi canzoni, gonfie di umori 70’s come una sanguisuga che è stata a ciucciare per settimane sul corpo di qualche grande band di quella stagione. Che possono essere i Free, i Ten Years After o i Lynyrd Skynyrd o cento altre. E che si accosta senza sfigurare per nulla ai dischi delle tante band che a quel sound forgiato essenzialmente sulle chitarre si sono ispirati, dagli Atomic Bitchwax ai Dead Meadow ai Masters of Reality, agli Spidergawd.

Tutto suona incredibilmente tridimensionale dentro questo esordio degli Ananda Mida. Gli intrecci tra chitarre e sezione ritmica sono tentacoli che vengono a torcerti il collo fin sul divano o ovunque cazzo ti trovi mentre passa sullo stereo Anodnatius, che suona come una tempesta stoner appena placata, con l’azzurro che comincia a fare capolino tra i fumi e la gallina tornata in su la via che ripete il suo verso.

E gli uccelli fan festa. Pure i nostri.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro