KATE BUSH – Hounds of Love (EMI)  

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Non avrebbe avuto vita facile Kate Bush, nel Medioevo. Troppo facile individuare le prove di un qualche sortilegio tra le pieghe della sua musica per non scatenare i furetti dell’Inquisizione. Troppo semplice bollare Hounds of Love come opera esoterica ispirata dal demonio. Sarebbero bastati i campionamenti di film come La notte del demonio o Nosferatu oppure i richiami ai canti delle sirene o ai riti propiziatori dei rabdomanti a garantirle il rogo. O ascoltare la voce del Demonio in persona su Walking the Witch

Buon per lei e per noi che un’opera come questa sia uscita quando la caccia alle streghe si era ufficialmente conclusa diventando nient’altro che un affare da pettegolezzo, una discussione mondana da aperitivo con le amiche, chè le streghe nell’immaginario collettivo non sono mai scomparse del tutto.

Kate era una di loro. Hounds of Love il suo incantesimo più riuscito. Che se riuscite a sfuggirgli, allora avete cerume buono e muscolo cardiaco poco elastico. E se non è riuscito a curarvelo la magia, non riuscirà a sistemarlo un cardiologo qualsiasi.       

Gotico e tribale allo stesso tempo, permeato di acqua-terra-aria-fuoco in misure diseguali ma in quantità ingombranti, celestiale e demoniaco come l’amore tutto (“c’è un tuono nascosto nei nostri cuori. C’è così tanto odio per coloro che amiamo?” recita nella monumentale Running Up That Hill che inaugura il disco già tutta in salita), Hounds of Love è una delle più autorevoli opere d’arte pagana mai concepite da mente umana.

Ci sono interi mondi che collidono, qui dentro. Interi continenti alla deriva. Intere nazioni che sciamano. Interi secoli che scivolano uno sull’altro come enormi lastre di ghiaccio.

Gighe irlandesi, canti gregoriani, Africa, Egitto, Cina, Lochness. Bowie, Gabriel, i Japan, Philip Glass. Ragnatele d’amore. Mulinelli di vapore. Bracieri che ardono per gli Dei, bruciando carne umana ed erbe aromatiche.   

Il mondo emerso e quello sommerso.

E il mondo di Kate Bush, in incantevole equilibrio su entrambi.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KING SALAMI & THE CUMBERLAND THREE – Goin’ Back to Wurstville (Dirty Water)  

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In attesa che il Re Khan torni a riprendersi la corona, ecco ripresentarsi il pretendente al trono Re Salami, tornato all’album dopo quattro anni di assenza mitigata dalle uscite su piccolo formato. 

Goin’ Back to Wurtsville è uno di quei dischi dove possiamo dare picche al Professor Darwin e tornare a liberare lo scimpanzè che da sempre si nasconde in noi e che ha sempre rifiutato di regredire in uomo perbene. Beat primordiali, spruzzate di maracas, barriti di sax e quell’aria da delirante da Animal House che si respirava nei dischi dei King Kurt e dei Savages di Barrence Whitfield o nelle sudicie raccolte di Slow Grind.  

Per cui, finito il lavoro, invece di passare dal solito pub a tracannare birra dopo aver allentato la cravatta, mettete su un bel kaftano e un fez, infilate una bella cannuccia dentro il ventre di un ananas o nella pancia di un cocco e venite a fare un’orgetta con la musica dei Cumberland Three e del King Salami.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro